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A Story about You.

Summary:

'' 'Questa è una storia su di te' disse l'uomo alla Radio, e tu eri compiaciuto, perchè tu hai sempre voluto sentire di te alla radio. Benvenuti' "

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

'' 'Questa è una storia su di te' disse l'uomo alla Radio, e tu eri compiaciuto, perchè tu hai sempre voluto sentire di te alla radio. Benvenuti''

Tu.

Questa è una storia su di te.

Tu ti svegli ogni giorno alle 6:45 di mattina.

Alle 6:45 è già troppo tardi per tutte le cose che dovresti fare, eppure continui a dirti che va bene, e che ti piace essere sotto pressione le prime ore della giornata.

Tu stai mentendo a te stesso.

Vai nel bagno prima cosa nella mattina. Ti alzi prima della sveglia, e vieni preso di sopresa dal suono inevitabile dell'allarme in camera tua, mentre ti lavi i denti.

Vivi in periferia della città, rumori forti lì significano solo pericolo. Eccetto per la sveglia.

Riluttante smetti di fissare al vuoto nei tuoi occhi e quello sotto di essi, e fai un paio di passi verso a tua camera per spegnere quell'azzardo alla società e la tua sanità mentale.

Quella sveglia ti avrebbe ucciso uno di quei giorni.

Tu stai mentendo a te stesso.

Finisci di lavarti, ed eventualmente anche di fissare quella strana macchia irremovibile su i divisori della doccia.

Non hai fatto una doccia quella mattina, ma ti è passato il pensiero per la testa. Rimandi sepre alla sera. E la sera alla mattina.

Questo ciclo va avanti finchè non decidi di sacrificare o le poche ore di sonno che fai o di fare ritardo la mattina a lavoro, per il benessere di chi ti sta accanto.

Non che tu veda nessuno mentre lavori.

'Lo farò per le povere persone che dovranno starmi accanto' dici a te stesso.

Tu stai mentendo a te stesso.

Scacci via i pochi pensieri che ti passano per la testa. Apri l'armadio.

File e file di camicie, giacche e cravatte, tutte di tonalità leggermente diverse, che vanno dal blu al nero. Sei sicuro che una tra quelle sia viola.

Quella era una bugia. Non ne sei sicuro. Continui a rimandare la visita dall'oculista. E' passato quasi un anno.

Esiti. Prima di prendere la stessa giacca e cravatta che hai messo il giorno prima. ''Elegantemente appoggiate sulla sedia della scrivania'' disse con tono sarcastico l'uomo alla radio.

Li prendi, e li guardi per un paio di secondi prima di decidere che li hai buttati abbastanza in ordine la sera prima, e che quindi non hanno bisogno di essere stirate. Prendi una camicia pulita dal cassetto e ti vesti senza pensarci due volte.

Pensi così ogni mattina. Finchè non decidi che vanno messe a lavare e li lanci nel cesto dei panni sporchi.

Ti dici che farai la lavatrice quella sera. Lo dici ogni giorno. La cesta è quasi piena.

Tu stai mentendo a te stesso.

Scendi per le scale che portano al salotto.

'Oh, ha delle scale in casa! Casa sua deve essere davvero grande!''

Non lo era. Due stanze al piano di sopra e Quattro al piano di sotto. Una era uno sgabuzzino.

Prima di prendere la tua borsa per il lavoro guardi la cucina.

Dovresti fare la spesa. Non che tu abbia mai mangiato a casa negli ultimi mesi.

Ti chiedi se il sale scade, anche perchè non riesci a ricordare una singola cosa che dovresti avere in quei cassetti, apparte il sale.

Rimandi la colazione.

Stai rimandando la colazione da quando avevi 13 anni.

'La farò domani, stamattina non ho fame' ti dici. Dici che starai apposto, fino a che non mangerai qualcosa di scotto preso alla mensa di dove lavori.

Tu stai mentendo a te stesso.

Potresti sempre prepararti il pranzo e portartelo a lavoro.

Di nuovo, rimandi a domani.

Apri la porta e fissi la strada.

Silenzio. Stai aspettando per l'arrivo di qualcuno. Qualcosa, precisamente.

Un paio di macchine passano. Non capisci chi ci sia alla guida. Non ti interessa più di tanto.

Un rumore statico si fa presente nel retro della tua testa. inspiri.

Ti abbandoni alla sensazione familiare,

dopo ciò non ricordi più nulla.

Sei abbastanza sicuro di aver preso la tua macchina, e di aver guidato per mezz'ora per poter arrivare a lavoro. Quella era una bugia. Non ne sei sicuro.

Dovresti essere arrivato a lavoro, e parcheggiato sul lato della strada invece che nel parcheggio della compagnia. O almeno così fai di solito. Così ricordi.

Dovresti essere uscito dalla macchina e aver camminato fino all'entrata principale.

Dovresti aver salutato un paio di colleghi.

Lavorano sul tuo stesso piano. Per qualche motivo ti invitano sempre a pranzare insieme. Declini gentilmente l'offerta ogni volta, dicendo che avremmo fatto il giorno dopo e che avevi tanto lavoro da fare. Quella era una bugia.

Semplicemente non avevi mai voglia di interagire con qualcun'altro. Non avevi mai voglia. O forse avevi paura.

Dovrebbe essere passato a salutarti un altro collega, Theo.

Theodore, per la precisione. Il primo giorno ti chiese di usare il soprannome. Non hai mai smesso di usarlo.

Ti piaceva Theo. Continuavi a ricordarti che avresti dovuto chiedergli di uscire uno di questi giorni. Ad un appuntamento, magari. Rimandavi sempre, eri troppo impegnato.

Quella era una bugia. Forse avevi paura.

Dovresti aver pranzato da solo tra le 4 mura soffocanti del tuo ufficio, mentre continuavi a lavorare.

Dovresti esser uscito dall'edificio dopo molte ore di lavoro.

Dovresti esser rientrato nella tua macchina.

Dovresti.

Non ricordi quella giornata.

Ne quella di prima.

O quella di prima.

O quella di prima ancora.

Eri rinchiuso in una serie di azioni che dovresti aver fatto ma che non ricordi di aver elaborato.

Anche se avessi ricordato non ci sarebbe stato nulla di diverso.

Ogni giorno era lo stesso.

E andava bene così. Ti piaceva la normalità.

Ti piaceva vivere ogni singolo giorno ugualmente all'altro.

Ti piaceva la pressione che metteva la sveglia.

Ti piaceva mettere addosso ogni giorno gli stessi vestiti.

Ti piaceva passare davanti alla cucina e cercare di ricordare cosa avevi lì dentro, senza mai controllare.

Ti piaceva fare solo un pasto al giorno. Ogni tanto lo chiamavi 'stare a dieta'.

Ti piaceva rimandare qualsiasi contatto umano.

Ti piaceva il senso di pesantezza sulle tue spalle. Sui tuoi polmoni. Sul tuo cuore.

Ti piaceva l'infinito vuoto nei tuoi occhi e nelle scavature scure sotto di essi.

Ti piaceva la fame che ironicamente ti stava mangiando dall'interno.

Ti piaceva il pensiero ricorrente che non avresti mai fatto nulla nella vita.

Ti piaceva il continuo rumore statico nella tua testa che ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, si faceva sempre più forte.

Ti piaceva il sentimento di terrore verso la tua stessa persona.

Ti piaceva non sapere chi eri e cosa volevi.

Ti piaceva la sensazione, il sentimento, di sempre la stessa giornata, e le stesse domande. Ancora.

E ancora.

E ancora.

E ancora

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Quella era una bugia.

Tu stavi mentendo a te stesso.

Improvvisamente ritorni alla realtà, accolto dal suono di numerosi clackson. Eri imbottigliato nel traffico. Huh, quello si che era strano. Non ricordi di aver guidato fin lì, ma riconoscevi la strada, quindi non ti sei fatto troppe domande.

Guardi le luci rosse delle veicoli davanti a te, e quelle bianche della corsia di fianco. C'erano tante macchine, ci sarebbe voluto un pò.

Decidi di accendere la radio, in cerca di della musica. Forse. Non ne eri sicuro. Cercavi qualcosa.

Passi un paio di canali. Nulla di interessante. Eppure continuavi a cercare.

Prossima stazione. Prossimo presentatore. Prossimo annuncio. Prossimo. Prossimo. Prossimo. Prossimo.

Arrivi ad una stazione radio. Non sta passando della musica, sembra vuota.

Puoi sentire soltanto un rumore statico provenire da essa. Lasci andare il pulsante per cambiare il canale.

Era calmante quel rumore.

Tu apri la finestra della macchina, per far passare un pò d'aria.

Dopo un pò noti qualcosa.

La 'musica' avrebbe dovuto attenuarsi, mischiata al rumore dei dintorni.

Ma il rumore non abbassa il suo volume. Anzi, quando te ne accorgi diventa più forte.

Non riesci a sentire il rumore di ciò che ti circonda. Ti impanichi. Spegni la radio.

La terrificante realizzazione che il rumore statico non stava provenendo da essa.

La radio funzionava benissimo.

Il rumore statico proveniva dalla tua testa.

Fai respiri profondi, nella speranza di riprendere controllo di te stesso.

I respiri profondi si trasformano soltanto in un attacco di simil-asma. Non ricordi di essere mai stato diagnosticato con l'asma.

Un peso si appoggia dal nulla sui tuoi polmoni. Non riesci a respirare.

Inspiri ma l'aria non arriva.

Ti senti di urlare.

Apri la tua bocca.

Non esce nulla.

'Stai bene. Tutto va bene. Tutto andrà bene!''

Quella è una bugia. L'ennesima.

Tu stai mentendo a te stesso.

Tu non stai bene.

TU.

NON STAI.

BENE.

Chiudi gli occhi.

Li riapri, e sei davanti alla porta di casa.

Non ricordi di aver guidato fino a li.

Non ricordi molto. Di nulla. In generale.

Non importava più.

Apri la porta e guardi il tuo salotto.

La luce della luna che illuminava il piccolo divano.

Apparentemente la luna era già alta nel cielo. Non ricordi fosse così tardi.

Non ti soffermi a guardare l'asteroide.

Ti togli la giacca di chissà quale colore, pensi fosse blu. Non ci hai fatto molto caso.

Ti togli le scarpe e appoggi la borsa sul tavolo.

Per qualche secondo elabori il pensiero di dover salire le scale.

Svestirti completamente e metterti qualcos'altro, non sai cosa.

Lavarti i denti.

Fissare il soffitto della tua camera ed essere cullato da quel dolce dolce rumore statico, finché non ti addormenti, strappato dai tuoi pensieri più profondi.

Quando hai finito di farti la lista mentale ti eri già seduto sul divano.

Hai fame, ma non te ne importa.

Quella non era una bugia. Non ti importava più di nulla.

Non ci pensi più di tanto.

Ti addormenti sul divano.

Ti svegli la mattina dopo. Ti fa male tutto.

Il sole è già alto nel cielo. Sono ben passate le 6:45. Quanto hai dormito? Non lo sai.

Il tuo stomaco brontola. Decidi di fare colazione.

Quello si che era strano.

Erano ben passate le 6:45, e avevi appena deciso di fare colazione. Per quanto ne sai poteva benissimo essere ora di pranzo.

Decidi che avresti chiamato il lavoro e aver preso un apio di giorni di riposo.

Magari dopo mangiato avresti potuto fare una doccia e avviare la lavatrice.

Ti ricordi della visita dall'oculista.

Avevi tante cose da fare, e per la prima volta in molto tempo ricordavi tutte.

Ricordavi di essere presente. Ricordavi ogni singola sensazione. Ricordavi.

L'uomo alla radio finì di parlare di te, e tu continuavi alla tua giornata.

Gli ascoltatori continuavano con la loro giornata, alcuni magari chiedendosi chi fosse il tu della quale l'uomo alla radio stava parlando.

Magari erano loro. Magari il loro vicino. O forse un loro familiare. Non lo sapevano. Non potevano saperlo. Non ricordavano.

Ciò che tutti ricordavano era che non facevano la spesa da tempo.

Si chiesero se il sale scade, anche perchè non riuscirono a ricordare una singola cosa che avrebbero dovuto avere in quei cassetti, apparte il sale.

Notes:

Story i wrote for fun, I don't remember if it was for a school project or not