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Italiano
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2024-01-28
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Con il nastro rosa

Summary:

Il nastro è rosa, ma Simone canta Paracetamolo e Manuel sente il cuore a mille

Work Text:

Non fece segreto del suo disappunto, quando Anita gli consegnò il borsone rosa, senza alcuna indulgenza negli occhi. Era troppo di fretta, sua mamma, per poter cogliere quanto realmente quella situazione lo facesse uscire di testa. Non solo perché la reputava una responsabilità più grande di lui e non capiva come potesse fidarsi, ma soprattutto perché lui, di finire invischiato in quella storia, non ne aveva mai avuto intenzione.

Né voleva che se lo trascinassero dietro con l'inganno, facendo perno sui sensi di colpa.

La decisione era stata della donna e di Dante, e dal momento che il suo parere non era stato nemmeno contemplato, lui categoricamente si rifiutava di offrirsi volontario per prestare aiuto.

«Chiama a Danila, - sibilò velenoso, più cattivo di quanto realmente volesse. - io nun faccio proprio niente.»

«Danila ha la febbre, Manuel. - in realtà sua madre non stava nemmeno prendendo sul serio le sue proteste, presa com'era a cercare la borsa con gli occhi che saettavano da tutte le parti e le mani tra i capelli a legarli in una coda veloce. - Mica me la posso portà dietro in libreria, te pare?» avrebbe voluto confessarle che a lui non interessava niente della fine che avrebbero fatto entrambe quel giorno, proprio come a lei non era interessato sapere come s'era sentito quando avevano annunciato la loro scelta.

Perché non era capitato e basta, aveva poi scoperto, loro l'avevano programmato.

«E quindi la smolli a me?» alzò la voce, nel porle quella domanda, e un ceffone lo colpì in pieno sul braccio, facendogli digrignare i denti per la frustrazione.

«E statte zitto, che la svegli! - gli intimò per poi piazzargli tra le mani il baby monitor. - Sul frigo ce sta scritto tutto, gli orari pure. Nun te puoi sbaglià.» guardò quella radiolina bianca, la lucina che lampeggiava in alto e il terrore che un vagito la facesse vibrare.

«C'ho n'esame tra due settimana, io.» continuò la sua protesta, marciando dietro la donna, ora diretta alla porta d'ingresso.

Anita accompagnò le sue parole con un gesto della mano, e le labbra piegate all'ingiù. «Capirai, tanto non te vedo mai co' un libro tra le mani. - trattenne quanta più aria possibile nei polmoni e contò fino a dieci, per non riprendere ad urlare. Poi il volto di sua madre divenne più sereno, lo sguardo fisso alle sue spalle. - Tesoro, gli dai una mano, sì?» si voltò, Manuel, trovando sulle scale un Simone troppo assonnato, che ancora si grattava gli occhi socchiusi, per poter capire realmente la portata della situazione. E infatti annuì e basta, evidentemente senza prestare ascolto a loro due, dirigendosi a piedi scalzi e un po' strascicato verso la cucina.

Lo fece arrabbiare.

Da più di un anno, in realtà, Simone era diventato bravissimo a fargli perdere le staffe. Forse con ancor più talento di quando stavano all'inizio del terzo anno e trovava scuse sempre più disparate per fargli girare le palle. Manuel non riusciva proprio a capacitarsi del fatto che lui avesse accettato quella condizione così passivamente. Un complice, a conti fatti, che adesso patteggiava per la squadra opposta.

Ma ti pare che fai tutte 'ste moine? Gli aveva detto un pomeriggio, dopo che per tre giorni s'era chiuso in un silenzio tombale. L'aveva guardato negli occhi Manuel, e un po' gli si era spezzato il cuore, nel leggervi del rimprovero misto a delusione. Che ne poteva sapere Simone che, alla fine, era riuscito a scendere a patti con se stesso e con i suoi sentimenti? Come poteva anche solo immaginare che fosse tornato a casa prima, quella fatidica sera di fine giugno, per confessargli d'essersi innamorato di lui?

S'era confidato con Viola e Matteo, raccontando loro, con una birra tra le mani, quanto non sopportasse il fatto che Simone c'avesse tutte quelle storie. Ogni mese un tizio diverso.

E l'inizio dell'università, temeva e aveva spiegato, non avrebbe fatto altro che peggiorare la situazione già pietosa di cui si sentiva spettatore impotente. Gliel'avevano estorto con la forza quel: Mi piace Simone, okay? Sono innamorato di lui! Poi non era riuscito a stare più zitto, divenendo un fiume in piena di autocommiserazione.

Allora vado a dirglielo! S'era convinto, per poi correre a casa, dove sapeva sarebbe rimasto quella sera, con il cuore che galoppava all'altezza della gola e un sorriso da cretino stampato in volto. Ti devo dire una cosa, Simò! Gli aveva detto, e la sua euforia l'aveva pure coinvolto, tanto da fargli mettere su un sorriso confuso in risposta.

E poi sua madre e Dante li avevano raggiunti in salotto, proprio quando stava per trascinarselo al piano superiore per propinargli la peggiore delle dichiarazioni della storia.

Sono incinta. E gli era caduto il mondo addosso. A gennaio sarete fratelli! Dunque era sopraggiunta la nausea, nonostante sapesse che quell'affermazione si riferisse ad una terza vita è non strettamente a loro due. Avrebbe urlato se solo ne avesse avuto la forza, o se quantomeno Simone gli avesse dato il la. Invece il minore, dopo interi secondi di silenzio a labbra schiuse, se n'era uscito con quella frase che, a distanza di quasi un anno, ancora gli dava il tormento. È meraviglioso!

No, era terribile. E rendeva il tutto ancor più strano di quanto già non fosse. Era stato capace di ammazzare ogni sua intenzione con due parole buttate a caso e schifosamente sincere.

«Allora siamo d'accordo, se la vede Simone.» d'altronde era stato lui a definirla una nascita meravigliosa, Manuel s'era limitato allo sciopero del silenzio e alla maratona dei sospiri, fin quando aveva potuto.

«A fare cosa?» Domandò, sbattendo più volte le palpebre, e ripercorrendo i propri passi, per raggiungere Manuel e guardare Anita a sua volta.

«'A piccoletta. - spiegò il maggiore, sollevando il borsone della bimba e piazzandoglielo tra le braccia ancora deboli dal sonno. - Danila ha la febbre, mamma deve andare a lavoro e tuo padre è in gita di fine anno con le quinte. - un sorriso sardonico che Simone ricambiò con un'alzata di sopracciglio. - N'sei contento? Fai er fratello maggiore.» Era una notizia splendida che Anita fosse incinta, aveva detto, e oh, che bello il nome Giorgia!

Ben gli stava.

«Ma che sei scemo? - lo disse a voce bassa, le dita arpionate al suo braccio e occhi che cercavano la beffa in quelli di Manuel, che restarono alti e seri. - Io devo studiare!» esclamò indignato, quando si rese conto che no, non era una presa in giro quella del più grande.

Quell'affermazione lo fece arrabbiare ancor di più perché la sua non era una scusa: Simone doveva studiare per davvero.

Altrimenti, figurarsi, alla bimbetta avrebbe fatto volentieri da baby-sitter. In fondo lui era il fratello buono, che s'era preoccupato di comprarle centinaia di tutine e giochini prima della nascita (ogni volta firmando anche a nome di Manuel) e che tutte le sere aveva preso l'abitudine di stringertela tra le braccia, per cullarla un po' e darle la buonanotte.

«Io pure!» Disse subito, che poi l'esame da lì a due settimane ce l'aveva per davvero.

«Ma se non studi mai!» a Manuel girò la testa, perché quello gli pareva davvero un battibecco tra due componenti della stessa famiglia. Manco fossero per davvero fratelli. Come diamine erano passati dalla Manuel e Simone associati, al litigare per chi dei due dovesse badare alla sorellina? La sorellina di entrambi...! Odiava sua madre, odiava Dante e odiava pure Simone Balestra, che lo guardava come se avesse a che far con uno stupido.

«Oh! - Anita fece schioccare le dita per attirare la loro attenzione. - Nun me ne frega niente, fate a turno! È vostra sorella e ve sto chiedendo una mano. - rimasero in silenzio, e se uno sguardo avesse potuto uccidere, Manuel sarebbe morto per mezzo degli occhi di Simone Balestra (di cui tanto era ancora innamorato), quel giovedì mattina. - Ma vedi questi, vedi!» si ritrovò a borbottare, chiudendosi alle spalle la porta d'ingresso con un tonfo poco gentile.

E Simone prese un respiro, pronto ad aggredirlo verbalmente per esserselo tirato dietro. Fu interrotto dal pianto di Giorgia, il baby monitor che prese a trillare fra le mani di Manuel, e quest'ultimo che si ritrovò ad alzare gli occhi al cielo.

«Vai tu. - lo avvisò Simone. - Non ho manco preso il caffè.»

...

L'avrebbe fatto impazzire prima di sera. Non la teneva in braccio da neanche mezz'ora, ma Manuel era certo che l'intera giornata sarebbe andata in quel modo. Quanti decibel potevano avere le urla di una bimbetta di cinque mesi? Aveva provato a cullarla, ad infilarle il ciuccio fra le labbra - che subito era stato rigettato - a darle pacchette sulla schiena.

Simone ancora stava facendo colazione, con il cellulare stretto tra le dita e lo sguardo che s'alternava dallo schermo al siparietto pietoso che Manuel stava mettendo su. Non pareva nemmeno disturbato da tutto quello strillare.

«Magari ha fame.» tentò, probabilmente mosso a pietà da quella scena disastrosa.

«Ma nun è presto pe' mangià, scusa?»

«Ha cinque mesi, Manuel. - s'alzò, per posare la tazza nel lavandino e poggiarsi con il bacino contro il bancone della cucina. - Mica segue gli orari di un adulto.»

«E allora che stai a fa'? - un sibilo avvilito quando la manina paffuta di Giorgia gli afferrò i ricci che gli cascavano sull'orecchio, tirandoli forte. - Movite a preparà 'na bottiglietta.»

«Io devo preparargliela?» Un velo d'ironia a macchiargli la voce e un sopracciglio inarcato a giudicarlo male.

«Te lasciò la piccoletta? - lo disse quasi come una minaccia e di tutta risposta Giorgia strinse il crine con ancor più vigore, accompagnando il tutto con uno gemito disperato. - Dai Simò, e pe' cortesia! - lo supplicò che il più piccolo s'era già voltato a recuperare il pentolino che riempì subito d'acqua e mise sul fuoco. Solo quando lo vide aprire il mobile ad angolo ed estrarre la confezione di latte in polvere, Manuel si rese conto di non avere la minima idea di come si facessero quelle operazioni, che Simone svolgeva pure distrattamente. - Quante volte l'avevi già fatto?» domandò, vedendolo raccogliere con il misurino la polvere biancastra per riempire il biberon.

«Boh, mica le sto a contà. - sollevò le spalle, per poi girarsi e rivolgere un sorrisetto alla piccola. - A differenza tua, se posso, io do una mano. Vero Giò? Adesso facciamo la pappa!»

«Anche io, se posso, do una mano.» Mica era colpa sua se da quando la sorella era nata s'era ritrovato ad essere più impegnato del solito.

«Ma se t'ho visto con Giorgia in braccio sì e no due volte da quando è nata. E alla prima t'ha costretto tua mamma, per scattare una foto. - storse le labbra, dando uno sguardo alla temperatura dell'acqua che piano saliva. Se la ricordava, quella famosa volta, quando s'era ritrovato con l'esserino tra le braccia senza che nessuno lo preparasse all'evento. C'aveva avuto le palpitazioni per tutto il tempo, piccola com'era e stretta da mani troppo maldestre. Era venuto come un idiota in quella famosa foto, complice l'immediato strepitare della sorellina in risposta al suo approccio. - La seconda è questa. Per di più la guardi come se fosse un alieno, non la chiami nemmeno per nome.»

«Certo che la chiamo per nome!»

In realtà, Manuel ne era certo, Giorgia ricambiava apertamente il fastidio nei sui confronti. Cominciava a piangere non appena metteva piede in una stanza dove c'era anche lei, sembrava infastidita dalla suono della sua voce così come dalla pressione del suo tocco.

«Non è vero. È sempre piccoletta, bimbetta... mi sa che una volta ti ho sentito chiamarla pure bestiolina. - lo vide scuotere il capo. - Mai Giorgia.»

«Me vuoi fa' na lista de cose che posso e non posso fare in presenza della piccoletta, Simò? - si morse l'interno guancia nel constatare che avesse ragione, ma si rifiutò d'ammetterlo a voce alta. Nemmeno l'aria scettica di Simone avrebbe potuto convincerlo a dargli ragione. Per principio. - Pensavo bastasse evità le parolacce.» Era lui la parte lesa.

«No, sto cercando di capire. - spense il fuoco e prese a versare l'acqua nel biberon, per poi agitarlo affinché ogni grumo si sciogliesse. Infine, veloce sotto il getto del rubinetto, per evitare che scottasse troppo. - Ti sei lamentato tanto di non aver avuto la possibilità di fare da fratello a Viola per gran parte della tua vita e adesso stai facendo la stessa cosa con lei. Con la differenza che Giorgia sta sotto al naso tuo tutti i giorni. - Si versò qualche goccia di latte sul dorso della mano, per controllarne la temperatura e poi s'avvicinò. - Glielo dai tu o faccio io?» domandò poi, la bottiglietta, stretta in un palmo, tesa nella
sua direzione.

«Fai te. - annuì, dopo averci pensato su per qualche istante. Era giusto fosse lui a portare a termine l'incarico del terrore, visto che - Nun so manco come se fa.» confessò flebile, la voce colpevole mentre s'allungava a passargli il fagotto. Simone si fece più vicino, ora con l'espressione meno dura.

«Ti faccio vedere come si fa?» propose, limitandosi a carezzarle con delicatezza la testolina, senza prenderla. E Manuel sollevò gli occhi nei suoi, respirando lentamente per non palesare quanto in realtà gli mettesse ansia l'idea di dover essere lui a darle da mangiare.

«E se la faccio... - scosse il capo, la voce bassissima come se qualcuno potesse giudicarlo. - che ne so, affogare?» Simone gli sorrise, non per sbeffeggiarlo ma per incoraggiarlo, e a Manuel venne un brivido a cui non riuscì a dare un'interpretazione: conforto? Paura?

«Non la fai affogare. - lo disse con una convinzione tale che Manuel quasi se ne convinse. - Siediti. - lo istruì, sporgendosi a baciare la fronte corrucciata della bimba, prima di fare un passo indietro e scostare la sedia dalla tavola, per favorirgli la seduta. La strinse più forte, quando s'accomodò, e avvertì i muscoli della piccola ribellarsi in risposta. - Così. - S'inginocchiò di fronte ad entrambi. - Adesso, non tenerla proprio sdraiata. - lo aiutò, sistemando la testolina minuscola nell'incavo del suo gomito e il corpo sulle cosce tese. Manuel eseguì in silenzio, concentrato, lasciando che Simone gli piazzasse il biberon tiepido nella mano libera. - Bravo, tienila così. - lo incoraggiò, con la voce morbida. - Prima le sfiori le labbra, così capisce che deve... - si ritrovò a ridere nel vederlo eseguire alla lettera, con la tettarella in silicone a carezzare la boccuccia e qualche goccia di latte a bagnargliela. E fu immediatamente reattiva, Giorgia, prendendo a succhiare voracemente e allungando addirittura una manina per posarla sulla plastica rigida. - Esatto.» Manuel lanciò a Simone uno sguardo veloce, trovandolo incantato e vicinissimo al volto della sorella, come in contemplazione della scena. Durò appena pochi istanti, troppo agitato per non tenere a sua volta gli occhi su di lei. Ed effettivamente era così... bella, con le palpebre morbidamente chiuse e le guance che lavoravano ritmicamente per inglobare quanto più composto possibile.

«Simone sa fare solo questo, piccolè. - mormorò, per non disturbarla troppo. - Mo che cresci ce pensa Manuel. Te cucina la mejo carbonara de Roma e poi vedemo chi è te fa fa' 'ste faccette soddisfatte.»

«La cucini anche a me?» gli domandò il più piccolo, nessuna collera nella voce per quell'insinuazione, in fin dei conti giocosa. E Manuel adesso sentì il peso del suo sguardo sul volto, ma evitò di incrociarlo perché sapeva si sarebbe ritrovato a boccheggiare. Simone di prima mattina era sempre da togliere il fiato e lui aveva preso l'abitudine di evitarlo, perché altrimenti sarebbe stato così... palese.

«A te la cucino dopo.»

...

«Io non ho mai detto che ero d'accordo co' sta storia!» ci mise fin troppa enfasi nel modo in cui lo disse, e Giorgia pianse ancor più forte di quanto non stesse già facendo.

«Non è che avessi chissà che voce in capitolo. - sbuffò Simone, adagiando la bambina sul fasciatoio. Manuel faceva avanti e indietro alle sue spalle, sbuffando ripetutamente. - Dai muoviti. - scosse il capo, in chiaro segno di rifiuto all'implicita imposizione. - Ti fa veramente paura un pannolino?»

«Sì. - asserì senza alcun dubbio, per poi sbuffare infastidito dalla sua espressione apparentemente...
delusa? Non voleva che Simone lo guardasse così, come se fosse un imbecille. - Oh, al diavolo!» lo spinse via, piazzandosi di fronte a Giorgia, per allungare le dita con disgusto, il viso quanto più lontano dall'odore nauseabondo che emanava. Non era possibile che una poppante potesse fare una strage simile.

«Bravo, puoi depennare questa cosa dalla lista delle buone azioni da fratello maggiore. Sei, ancora parecchio indietro. - lo prese in giro, beccandosi un medio in risposta. - Ma che fai?» lo rimproverò, le sopracciglia aggrottate.

«Che ne so? Mica ho mai tolto il pannolino a 'na bambina, io!»

«Ci sono le linguette, devi sollevare le linguette. - Lo istruì, indicando queste ultime con l'indice. - Mica ci vuole una scienza!» l'avrebbe preso a
schiaffi, per quanto stava facendo l'arrogante e il saccente. Evitò d'esternare l'urlo fermo in gola, lasciando che il panico uscisse dal suo corpo a sbuffi dalla bocca. Perché respirare dal naso era impossibile.

«Cristo, secondo me la dovremmo portà al pronto soccorso, Simò!» affermò, il tono grave e un'espressione disgustata in volto, quando finalmente trovò il coraggio di svelare quel disastro.

«Ma che dici? - gli passò dei tovaglioli per pulirla, che Manuel afferrò come se fossero un'ancora. Anche se non sapeva nemmeno dove mettere le mani. - Si sta sporcando le gambe!»

«Ho capito e che devo fa'? Chiamo la guardia medica? Me pare che ce sta er numero sulla lavagnetta de mamma in cucina. - s'allontanò, lasciando cadere i fazzoletti. - Vado a prenderlo!» ma il minore lo afferrò per un braccio, interrompendo sul nascere le sue intenzioni e la sua fuga.

«Ma sei scemo? Per un pannolino, Manuel?»

«Sì, Simò, perché non può averne fatta tanta dopo essersi bevuta mezza bottiglietta de acqua sporca. Te rendi conto che non è umanamente possibile sta roba? - ancora uno sguardo e poi sollevò gli occhi al cielo, con le mani ben piantate sui fianchi. - Non posso guardà. Te prego fallo te.»

«Io?»

«Oh e daje! Sei te er fratello bono, hai fatto er pavone pe' tutto il tempo mentre glie facevi 'a bottiglietta! Un pannolino in più mica te cambia la vita. - sollevò poi i palmi in segno di resa. - Me ne chiamo fuori, è tutta tua.» vide i suoi occhi sgranati passare dalla sua figura, in pieno rifiuto, alla piccola che non smetteva di lamentarsi.

«Ma in più a cosa? - si ritrovò a domandare, il naso arricciato. - Guarda che io non l'ho mai fatto!» spinse la lingua nell'interno guancia, le labbra schiuse mentre cercava di capire cosa gli stesse effettivamente dicendo. Ci mise qualche secondo a collegare i cavi, per poi sollevare un sopracciglio con fare sospetto.

«Ma che vor dì?»

«Quello che ho detto, al massimo ho dato una mano ad Anita in un paio di occasioni.»

«Oddio, mi prendi in giro? - chiese allibito. - E che era tutta quella parte? 'A linguetta, 'a salvietta... me prendevi per il culo?»

«Guarda che io non ho-»

«Statte zitto, statte! - cercò il cellulare. - Cerco un tutorial, mica la possiamo lasciare così. - si giustificò e prese a digitare velocemente, lanciandogli qualche occhiata di traverso. - E piglia un pannolino pulito, che te stai impalato?»

...

«Piange!» Esasperato guardò Simone affacciarsi nella camera da letto di Dante e Anita, mentre cercava di cullare Giorgia come meglio poteva. E lei, imperterrita e con il faccino purpureo, continuava a strillargli nell'orecchio e ad agitare le braccia.

«Eh l'ho capito, ci sento.»

«Perché piange ancora? - chiese disperato, guardando di traverso la testolina della sorella reclinata all'indietro, la boccuccia sdentata aperta in un grido e le guance rosse dallo sforzo. Simone fece qualche altro passo nella sua direzione, fermandosi poi a carezzarle piano la schiena. E Manuel si perse a guardarlo, così proiettato su quell'esserino minuscolo: gli occhi enormi, inteneriti dal pianto del demonio. - L'abbiamo fatta mangiare, l'abbiamo cambiata, deve solo dormire. Me lo spieghi te perché non dorme? - si sentiva estenuato, talmente tanto che per un attimo dimenticò pure quanta paura avesse di tenerla tra le braccia. - Poi non la devo chiamare bestiolina. Mi odia, te lo dico io.»

«Ma quale odio e odio. - Adesso Simone stava ridendo e come riuscisse a starsene così sereno, con quegli strepiti da spacca timpani, Manuel non riusciva a spiegarselo. - Quanto sei drammatico. C'ha le coliche. Te con trentasette fai peggio. - lo accusò bonariamente, allungando le braccia per farsela passare. - Ho sentito Anita lamentarsene con papà al telefono, un paio di giorni fa. - spiegò, prendendola con una naturalezza disarmante per girarla a pancia sotto. E Manuel per poco non morì di paura, nel vederlo mentre la maneggiava in quel modo, poggiandola con il pancino sul braccio destro e una guancia nell'incavo del suo gomito. Era così piccola, perché non aveva paura di... romperla? Si poteva rompere una neonata? Simone fece saettare velocemente lo sguardo da quel grumo di lamenti al suo volto, e poi viceversa, continuando a ridersela. - Meno male che non ti piaceva.» sussurrò, dondolandosi piano e prendendo a darle qualche pacchetta sul sederino, nel tentativo di alleviarle i dolori.

«Che c'entra, - subito si mise sulla difensiva, senza riuscire però a distogliere lo sguardo dalla posizione che aveva fatto assumere alla bimba. Gli pareva così instabile, eppure Simone era calmo, con le dita a sorreggerla tra le gambette. - mica la voglio morta, la piccoletta.»

«Esagerato. - lo disse, rivolgendosi però alla piccola, i cui lamenti andavano via via scemando. - È vero che Manuel è esagerato, sì? - si lasciò andare ad un breve verso di stizza. - Sei tu la piccoletta, mh?» E parve apprezzare quel tono dolce, la sorellina, che di tutta risposta si concesse uno sbadiglio. Uno sbuffo e si lasciò cadere seduto sulla poltrona di fianco alla culla, con una mano a sorreggersi la fronte.

«Ricordami questa giornata, quando ti dirò che voglio dei figli.» E trattenne il fiato, perché in realtà gli era venuta fuori in maniera troppo spontanea e fraintendibile. Simone era un asso nel notare le sue stranezze, per poi riempirlo di domande fino a farlo arrivare all'esasperazione. In che senso quando mi dirai? S'immaginava già pure il tono inquisitorio, con cui gliel'avrebbe posta e subito si preparò ad incassare e magari anche a ritrattare.

Invece Simone si limitò ad ignorarlo. «Farò in modo che non ti manchino mai i preservativi.» lo assecondò, con Giorgia che di nuovo aveva preso a piangere e lui paziente che si limitava a cullarla sempre alla stessa maniera. A Manuel fece storcere il naso, quell'affermazione pregna di indifferenza, ma non disse nulla nemmeno quando Simone aggrottò le sopracciglia. Si maledì mentalmente, ché nonostante fosse ormai passato un anno da quando era riuscito ad ammettere a se stesso che gli piacessero anche i ragazzi, non riusciva proprio ad andare avanti.

Anche perché cosa poteva esserci dopo Simone Balestra?

«Non credo sia necessario.» si ritrovò a rispondere e ancora, Simone, sollevò le spalle. Un po' come se scavargli tra i pensieri, alla ricerca dell'implicito significato delle sue parole, non fosse più un suo problema.

«Manu. - alzò gli occhi nei suoi, fulmineo di... speranza?- Hai del rigurgito proprio... - strinse la bocca fino a storcerla, per non ridergli in faccia e Manuel fece una torsione per guardarsi la spalla e riscoprire la propria felpa, che prima era di Simone, con una grossa macchia che era colata fin quasi al petto. - Vai a farti una doccia, ci penso io.»

...

Si fermò sull'uscio della porta, strofinando i capelli bagnati con il cappuccio dell'accappatoio e tenendo gli occhi fissi sul quadro: Simone la cullava tra le braccia, canticchiando Paracetamolo a voce bassa e dondolando piano su se stesso. La guardava, in piena contemplazione: Giorgia non piangeva più e lui era completamente rapito dal visetto rilassato e dai pugnetti minuscoli che s'aprivano e chiudevano.

«S'è addormenta 'a piccoletta?» domandò a voce bassissima, quando avvistò il minore notarlo con la coda dell'occhio. E s'avvicinò, a passo placido per non far rumore, piazzandosi dietro Simone. In punta di piedi, per poterla guardare a sua volta da sopra la spalla del più alto, si ritrovò suo malgrado a sorridere.

«E direi pure finalmente, strepita quasi quanto te. - mormorò il corvino, avvicinandosi alla culla per potervi adagiare con delicatezza la sorella a cui infine rimboccò le coperte in caldo cotone. - Quasi.» precisò di nuovo, accovacciandosi per poterla guardare dormire ancora un po'. E in un attimo Manuel era di fianco a lui, piegato sulle ginocchia con il viso vicino al suo rivolto alla bestiolina infernale.

«E glie canti Calutta pe' falla addormentà?» si ritrovò a domandare, guardandolo mentre ancora la sistemava, la canzone a fior di labbra. E adesso che mi stringi per la mano vacci piano che sento il cuore a mille. E lo sentiva pure lui, il cuore un po' più veloce della norma, scandito dalla voce bassissima di Simone. Sospirò. Aveva sospirato un sacco, da quella mattina, ma fu la prima volta che al gesto non diede alcuna accezione negativa. Anzi, dovette trattenere l'impulso di stringerlo da dietro e baciargli la spalla. Così fiero di lui da sentirsi fuori posto in quei sentimenti. Perché era così bravo, con lei. Come se sapesse esattamente cosa fare, neanche fosse una dote naturale il suo prendersi cura delle vite altrui con tanta dedizione e delicatezza. L'aveva fatto anche con Manuel, in tempi sbagliati, e lui non era riuscito ad apprezzarlo come avrebbe dovuto. Adesso si ritrovava ad invidiare una piccoletta, pure caruccia, neanche dovesse contendersi con lei quel prodigarsi colmo d'amore e quelle attenzioni tanto mirate.

O magari voleva solo condividere le attenzioni di Simone e al tempo stesso imparare quell'arte che lui deteneva per natura.

«'Mbè, il paracetamolo non va bene per le coliche?» chiese ironico e Manuel strinse le labbra per non ridere, ché Giorgia ci metteva così tanto ad assopirsi quanto poco a svegliarsi.

«Che ne so, m'aspettavo più la ninna nanna del lupo nero.»

«A parte che era l'uomo nero, ma poi ti pare che minaccio la bambina con una canzoncina inquietante. Deve dormire, mica rimanere traumatizzata. - e di tutta risposta, Giorgia si lamentò nel sonno, agitandosi appena, senza però aprire gli occhi. - Vedi? Spiccicata a te, un lamento continuo.» Non c'era reale accusa nella voce di Simone, solo una tenerezza infinita a che a Manuel scaldò inevitabilmente le gote.

«Io invece dico che assomiglia a te, guarda che braccio. - annuì convinto, indicando l'arto minuscolo riverso sul cuscino di fianco al volto, senza permettersi di toccarlo. - Già la vedo rugbista da grande.»

Simone si morse l'interno guancia, non riuscendo a celare una smorfia. Due ragazzini che giocavano a fare gli adulti, ecco cosa sembravano. E poi decise di stare al gioco, imitandolo con il dito indice a puntare, pure lui, sul mento paffuto e rosato.

«Ma che dici, hai visto il mento?» chiese, cercando di mantenere il tono serio. Giorgia tremò e subito ritrasse la mano.

«Vuoi dire che alla piccoletta crescerà la barba?» Domandò sovrappensiero, tutta la rabbia e il fastidio che aveva provato fino a quel momento sostituiti da uno stato di quiete. Addirittura si ritrovò a pensare che quella situazione non fosse male, che avesse esagerato a lamentarsene tanto. E che il suo tempo, a Giorgia, avrebbe pure potuto dedicarlo con meno stizza. Soprattutto se Simone gli si metteva di fianco e si preoccupava di calmare sia lui che la bambina con tutta la pazienza di cui era capace, sospirando agli strepiti e canticchiando Calcutta ai dolori.

Ne aveva abbastanza, di pazienza, il minore. Tanta da poter colmare gli scompensi di Manuel; a sufficienza da poter sopportare lui e quella sorella in comune.

«Che c'entra, c'ha la stessa linea tua.» Imitò il suo tono, lento e basso. E Manuel piegò il capo di lato, osservando ora il pancino che s'alzava e abbassava in modo regolare.

«Seh vabbè, poi sali più su e ce stanno le labbra tue, - di nuovo indicò, ora il perimetro sottile che contornava la boccuccia umida, e sorrise intenerito. - guarda!»

«Okay, ma il naso? Hai visto il suo naso?» quella somiglianza la riconobbe anche lui è un po' si ritrovò stupito, perché era come se non avesse mai osservato per davvero sua sorella. Un po' come se appartenesse più ai Balestra che ai Ferro, nonostante le fosse stato dato il cognome sia di Dante che di Anita. Il cognome di Simone e il suo, insieme.

«Gli occhi.» Simone sbuffò, e gli diede una spallata che quasi gli fece perdere l'equilibrio.

«Questa è una cazzata, - lo incalzò subito. - c'ha i tuoi colori in tutto e per tutto.» ed era vero, ché le iridi erano ambrate e quei pochi capelli parevano sottili fili d'oro.

«Lascia sta' i colori, la forma è la tua. Sono identici. Giganteschi pure se è ancora una piccoletta. - s'appoggiò al corrimano della culla con le braccia incrociate. - Assomiglia più a noi che a mi' madre e tu' padre, assurdo.» si ritrovò a pensare a voce alta, per poi addentrarsi il labbro inferiore.

«Potrebbe essere figlia nostra. - scherzò Simone, e Manuel si voltò a guardarlo, talmente veloce che l'acqua che ancora gli inumidiva i ricci schizzò sul viso del corvino, ora improvvisamente accaldato. - Non intendevo-» Ed eccoli lì quegli occhi di cui parlava, che ora erano tutti per lui, alla ricerca di una giustificazione che il maggiore non desiderava per davvero.

«Io sì. - ebbe il coraggio di soffiare Manuel, la voce flebile e la mano che lasciava andare il bordo della culla per trovare porto sulla sua guancia. - Io sì. - ripeté, ora più chiaro, mentre portava anche l'altro palmo al suo volto, per poterlo circondare. E dargli quel bacio, seppur debole e casto, fu come risvegliarsi da un lungo torpore. Non aveva niente a che vedere con la fame dell'unica notte che avevano passato assieme. Fu incerto, e il tremore di Simone in risposta rese tutto più spaventoso. Nessuno dei due chiuse gli occhi, durante il contatto, restarono a guardarsi come a volersi accertare che fossero entrambi lì, presenti a loro stessi. Il corvino non lo ricambiò, rimase immobile fin quando Manuel non interruppe il contatto, poi un po' si tirò indietro. Non demorde, gli carezzò lentamente uno zigomo, facendo appello a quel poco coraggio che aveva per rivolgergli un sorriso incerto. - Intendevo proprio quello.»

E poi fu silenzio, Simone non s'alzò e Manuel non smise di sfiorargli la pelle. Attesero entrambi, un po' come se fosse scontato che ad un certo punto uno dei due sarebbe andato via. Non accadde, nonostante Manuel sentisse dolore al petto per quanto forte gli batteva il cuore. E generalmente la naturale risposta a tutte quelle emozioni, sarebbe stata la fuga. Era bravissimo a scappare, lui, soprattutto se si trattava di scendere a patti con il fatto che fossero rivolte a Simone.

Quest'ultimo parve volergli dare del vantaggio, la possibilità di rimangiarsi ogni cosa e di rinnegare quanto accaduto. Ché se si fermavano potevano ancora far finta che non fosse successo nulla, che se lo fossero sognato.

Poi, come se il tempo a sua disposizione fosse scaduto, Simone fu di lui, con un impeto tale da farlo sussultare. Le sue mani si spostarono dal suo volto alle spalle, le dita della destra tra i capelli a serrarli in una morsa mentre le bocche tornarono a scontrarsi. E se prima s'era svegliato, adesso aveva ripreso a respirare, nonostante il più piccolo paresse tanto intenzionato a sottrargli tutta l'aria. E più lo baciava, più Manuel cercava d'attirarlo a sé per invitarlo a continuare, per supplicarlo di non smettere. S'infilò sotto la spugna bianca del suo accapatoio, sciogliendone il nodo con una mano e facendogliela scorrere lungo le spalle.

«Simo-» la voce venne fuori più acuta di quanto realmente volesse, ma Simone si premurò di impedirgli di portare a compimento quel lamento, serrandogli la bocca con un palmo. Rabbrividì all'istante, forse perché adesso pareva volerselo mangiare con le pupille tanto liquide e dilatate da sembrare capaci di potergli fagocitare finanche l'anima. E Manuel gliel'avrebbe permesso, oh, così volentieri, se solo fosse stato possibile.

«Sta' zitto, svegli la bambina.» gli intimò, la voce ridotta ad un sussurro eppure carica di un desiderio sopito troppo a lungo. Era stato così bravo, Simone, a reprimere tutta quella foga. Addirittura più di Manuel, nel fingere che quella situazione non gli andasse stretta. Che fosse contento di giocare alla famiglia felice con lui, relegandosi al ruolo di fratello maggiore per Giorgia e minore per lui. La verità, però, stava tutta lì: così palese che a Manuel venne pure un po' da ridere a pensare che qualcuno c'avesse creduto sul serio. Dio, era stato il primo a cascarci.

Aprì la bocca contro la sua mano, passando la punta della lingua al centro del palmo, a percorrere quelle linee che gli stolti associavano al destino. Le ridisegnò con la saliva, come se potesse riscrivere con quel semplice gesto le loro vite. Rimase a fissarlo, il corvino, allentando la presa e permettendogli di spostarsi in verticale lungo le falangi. Le leccò con gli occhi fissi nei suoi, abbandonandosi contro il suo corpo con l'asciugamano che ormai lo teneva coperto solo per finta. E ipnotizzato, Simone, spinse i polpastrelli contro la sua lingua nella lasciva simulazione d'una fellatio. Si permise di aprirsi un po' di più, affinché l'altro potesse guardarlo e profanarlo al tempo stesso. Falangi fradice di saliva che poi si porto alla bocca per abbeverarsene come un assetato. Manuel rise, ubriaco d'ogni suo gesto, e poi si schiacciò sulla sua faccia per baciargli prima le dita e poi il mento umido.

«Quante sei bello.» un pensiero che esternò senza ragionarci troppo, così spontaneo che spinse Simone ad un nuovo assalto. S'alzò sulle gambe, tirandoselo dietro per le braccia, le mani intrecciate e l'accappatoio a cascargli lungo le cosce per capitolare sul pavimento ai piedi della culla. Lasciò che l'altro lo spingesse verso la porta, con gli occhi a vagare per scovare ogni angolo di nudità. Il sesso teso verso l'alto e la pelle arricciata dai brividi e dall'aspettativa. Gli rivolse uno sguardo ubriaco, il petto scosso dall'affanno e un gemito che quasi gli sfuggì quando il minore lo agguantò per le natiche. Riuscì quasi a sollevarlo da terra, ed entrambi si ritrovarono a ridere con le bocche unite nel tentativo di zittirsi reciprocamente. - Er baby monitor, Simò-» riuscì a dire, inerme e malleabile alle sue spinte nel corridoio. Di nuovo, si permise di zittirlo e Manuel, di nuovo, lo accolse senza lottare.

«Ce l'ho in tasca. - un mugugno che andò ad infrangersi direttamente sul suo viso. E di mira, immediatamente dopo, venne presa la gola. Morsi fin troppo crudeli gli marchiarono la carne, e più s'allontanavano dalla stanza da letto di Dante e Anita, dove Giorgia dormiva tranquilla, più Manuel permetteva ai propri ansiti d'essere liberi d'esprimersi. Lo aiutò a spogliarsi dei vestiti, mentre camminavano a tentoni e un po' impacciati, disseminando ciascun indumento fino a formare un sentiero: i pantaloni di Simone, la felpa di Simone, la t-shirt di Simone, l'intimo di Simone. Si rese conto di essere nella loro stanza quando avvertì il tonfo della porta che si chiudeva alle loro spalle. Entrambi nudi, con i sessi a sfiorarsi; entrambi ansimanti, con le bocche a fare la guerra nel tentativo di rivendicare il dominio di quell'amplesso scoordinato. - Pure tu sei bello.» Si lasciò sfuggire il minore, spingendolo sul materasso tra le coperte ancora sfatte dalla mattina. Indietreggiò, strusciando con i piedi nudi sulle lenzuola di flanella, le gambe schiuse che Simone si premurò d'aprirgli per potervisi infilare.

Gattonò, predatorio, fino ad avere il sesso dell'altro all'altezza delle labbra. Ne percorse la lunghezza con la punta del naso, seguendo il tragitto tracciato da una vena, e arrivato all'apice ne baciò la punta, bagnandosi le labbra dei suoi umori.

Lo inglobò con una maestria tale da far storcere il naso a Manuel. Un sospiro e lo accolse nella propria bocca fino alla base, bravissimo nel fargli percepire unicamente labbra e lingua. Eccessivamente bravo, disgustosamente esperto. Perché lo faceva così... bene? Quando erano stati insieme, giù al cantiere, era stato tutto denti e inesperienza. Adesso invece «Non lo voglio sapè, - si ritrovò ad esalare, sconnesso, artigliandogli subito il crine d'inchiostro con le unghie. - Nun 'o voglio proprio sapè dov'è che hai imparato a succhiarlo in questo modo. - si lamentò, rafforzando la presa sui ricci e assecondando i movimenti del suo capo, andandogli incontro col bacino. - 'Fanculo...!» si lasciò sfuggire, le unghie del più piccolo a graffiargli i fianchi per prenderlo ancora più in profondità. Tenne gli occhi fissi sul suo volto, osservandosi scomparire in quell'antro bollente, il naso di Simone a sfiorargli il pube. Nemmeno un conato, o un colpo di tosse, quasi fosse abituato a prenderlo in bocca tutti i giorni. Il piacere dei vezzeggiamenti di quella lingua a cozzare prepotente con il moto di gelosia crescente. Con uno schiocco bagnato lo lasciò andare, l'erezione che gli rimbalzò sul ventre ad inumidirgli la peluria di saliva. E gli sollevò il bacino, caricandosi sulla spalla un ginocchio, per poter avere facile accesso al suo ingresso. Si tappò la bocca con un palmo, quando avvertì la sua lingua lambire l'anello di muscoli contratto. La vista appannata dall'eccitazione e il corpo tremante, mentre con la mano libera continuava a strattonargli i capelli, senza nemmeno curarsi troppo del fatto che magari gli stesse facendo male. Era tutto troppo. E gli pareva amplificata ogni sensazione, perfino i suoni bagnati della sua bocca contro la pelle avrebbero potuto stordirlo, per quanto li percepiva forti e assordanti.

«Fammi sentire. - gli intimò, allungando una mano per scostargli il braccio dal viso. Ancora una lappata verticale, a partire dalla sua apertura per raggiungere i testicoli che delicatamente raccolse con la bocca. - Se ti piace, voglio sentirlo. Voglio sentirti ansimare, Manu.» e gemette. Gemette fortissimo, quando Simone si permise di penetrarlo con la lingua.

«Di più. - pretese, e nonostante l'idea fosse quella di impartirgli un ordine e un ritmo, si ritrovò con la voce supplicante. Ma Simone lo assecondò comunque, prendendogli il sesso con una mano per pomparlo ad un ritmo sufficientemente cadenzato. - Di più. - il tallone a premergli sulla spalla, per impedirgli di allontanarsi. E il dito medio sostituì la dolcezza della bocca, per penetrarlo in profondità a rubargli un lamento. - Ancora... - un'ennesima supplica, con voce sommessa, e il minore si premurò di piegare il dito immerso nel suo corpo, spingendo verso l'alto con una precisione degna della persona che Manuel aveva sempre conosciuto e in cuor suo amato. Minuzioso fu pure il tempo che si prese per permettergli di abituarsi alla sua presenza, come dolce il suo succhiargli l'erezione ad ogni falange che aggiungeva per distrarlo da eventuali fastidi. E sarebbe potuto venire così, Manuel, con il proprio piacere ad esplodere nella bocca dell'altro. Voleva marchiarlo dall'interno, far sì che la propria presenza cancellasse quella di passaggio degli altri. - Ancora, - echeggiò se stesso, quando sentì il proprio corpo adattarsi pure all'intrusione di anulare e indice. - Di più, Simò...!» e lo spinse via, per le spalle, invertendo le loro posizioni per salire cavalcioni sul bacino. Aveva la bocca schiusa, Simone suo, con la saliva che gli colava fino al mento e che Manuel s'azzardo di raccogliere il rivolo con la propria lingua, salendo verso le labbra per tuffarvisi dentro e assaporarsi. Il sesso pulsava al ritmo del suo cuore e distrattamente si rese conto che gli sarebbero bastati giusto un altro paio di affondi accompagnati da una lappata, per poter raggiungere l'orgasmo.

Respirò piano, nel tentativo di tornare presente a se stesso e darsi un tono. Con gli occhi seguì la mano di Simone che andò a frugare nel cassetto fra il letto e il comodino, per tirar fuori una bottiglietta trasparente di lubrificante, e una scatola di preservativi. Entrambi gli oggetti evidentemente già aperti. S'arrabbiò, pur sapendo di non potersi realmente arrabbiare con lui. Perché le storie se l'erano fatte entrambi, e tutti e due avevano finto di essersi buttati il passato alle spalle, annegando in altri corpi e in altri problemi. Eppure non riuscì ad evitare di guardar male, prima l'occorrente e poi Simone. Lo vide piegare il capo, le labbra pronte a schiudersi per protesta, ché Simone lo leggeva dentro e sapeva sempre cosa gli passasse per la testa. Non glielo permise, non voleva sentirsi dire di non aver alcun diritto di lamentarsi. Così accumulò fra le labbra la saliva e la fece colare sul palmo destro, circondando subito il sesso di Simone. Le dita libere a pizzicargli un capezzolo.

«Manuel...!» la voce rotta dalla sorpresa, roca dal piacere. Ed era pure così bello da fargli spavento.

«T'è piaciuto scopare in giro? - gli domandò, un po' maligno, carezzandogli la punta con movimenti circolari. - Co' quanti sei andato? - aprì di nuovo gli occhi Simone, boccheggiando nel vano tentativo di darsi un contegno. E com'era contento di vedergli indossare quella lussuria, come se l'avesse trattenuta per anni e finalmente potesse sfoggiarla. - Sei così bravo che devi essere stato pe' forza co' chissà quanti stronzi. - Afferrò veloce il condom e lo aprì con i denti, srotolandolo velocemente sul sesso teso di Simone. - Ti sei fatto scopare tu? - gli chiese ancora, maneggiando ora il lubrificante e premendolo per farlo colare sul lattice tirato. Poi fece perno sulle ginocchia, indirizzando il sesso del minore alla propria entrata. Un sospiro e si calò fino a sentirlo penetrargli le carni. - O te li sei fatti tu?» gli coprì la bocca con la propria, per distrarsi dal fastidio, e prese a muoversi lento, ondeggiando con il bacino affinché Simone potesse seppellirsi interamente nel suo corpo. Sembrava fatto a posta per andarsi ad incastrarsi con lui, e che sacrilegio avevano compiuto nello starsene tanto vicini quanto separati per... quanto? Tre anni? Erano due pazzi.

«Non era...- affogò un ansito contro la sua gola, addentando la dolcemente. - Non eri-» Aumentò gradualmente la velocità dei movimenti. Voleva che dimenticasse d'essersi rivelato a qualcuno che non fosse lui.

«Cosa, Simò? - le unghie conficcate nella sua spalla per appiglio, un graffio ad ogni affondo, sempre più rapido. - Non era cosa?»

«Te... tu...!»

«Stavi aspettando me? - domandò estasiato, l'erezione che guizzò per la soddisfazione, svettando tra i loro corpi vicini. - Ti stavi preparando pe' me, Simò? Dillo. - ansimò. - Dillo che mentre ti facevi scopare pensavi a me.»

«Solo a te. - annuì, cercando di nuovo la sua bocca per l'ennesimo bacio languido, lento e così in contrasto con la febbre che bruciava sulla
pelle esposta e appannava la vista ad entrambi. - Dio...! - annaspò e Manuel si sporse di nuovo, a raccogliere la saliva dall'angolo della sua bocca con la lingua. Era in estasi, Simone, e lui si sentiva un artista nel pieno processo creativo. - Sei così stretto, Manu... - delirò, le iridi che si rovesciavano con dolcezza e poi di nuovo che lo cercavano. - Solo a te pensavo, penso sempre e solo a te.»

«Però mo basta, vero? - gli chiese, occhi nei suoi e una mano a stringergli i capelli appena sopra la nuca, appiglio fondamentale per cavalcarne il sesso gonfio con maggiore veemenza. Voleva dimostrargli che poteva stare al passo, inconsciamente, d'essere bravo pure lui. E che non avesse bisogno d'altri, perché lui era lì e gli apparteneva. S'illuminò appena, nel vederlo acconsentire con il viso e abbozzò un sorriso di rimando. - Adesso non vai più con nessuno, - lo asserì con un morso al labbro inferiore, e Simone gli gemette nella bocca, conficcandogli subito le unghie nella carne tenera delle natiche per aiutarlo in quel su e giù, fuori e dentro. - adesso stai con me.» e quell'ultima affermazione parve donare nuovo vigore, al minore, la cui espressione s'affilò.

«Sto con te?» un miagolio contro la clavicola e poi lo graffiò con i denti, risalendo sinuoso nell'incavo della sua gola per lasciare l'ennesimo marchio.

«E io con te.» Finalmente, finalmente, finalmente.

L'ammissione gli costò una presa ferrea attorno ai fianchi e un movimento di forza tanto fluido da togliergli il fiato. Si stupiva sempre di quanto forte fosse Simone, di come gli risultasse facile modellarlo a proprio piacimento: che fosse per dimostrargli odio o affetto. Era stabile, quando lo abbracciava, devastante quando litigavano.

Più di lui in tutto.

E difatti invertì le posizioni senza che nemmeno Manuel potesse prepararsi allo sbalzo. Stava sui suoi fianchi, un istante prima, a dettare il ritmo con un dominio assolutamente in linea con la persona che era. Ora invece era schiacciato tra le coperte, con il profumo di Simone ad invadergli le narici, e il suo corpo infilato tra le cosce a sottrargli quel potere che era stato suo solo per gentile concessione.

E questo era in linea con loro due, insieme.

Ché Simone gliela dava vinta, a letto così come nella vita, solo perché voleva. Ma gli bastava un nulla per riprendere possesso della propria autonomia, poco importava se si ritrovava a sollevarlo contro un albero, a schiacciarlo contro un muro in un cantiere o a scoparselo sul suo - sul loro - letto.

Affondò lento, fino in fondo, facendo cambiare bruscamente direzione all'amplesso, una e due e infinite volte. Manuel lo accolse con le labbra schiuse, cercando di aggrapparsi al suo bacino con le cosce doloranti che tremavano ad ogni colpo diretto alla prostata. Era un grumo di gemiti mal trattenuti e di Simo, ripetuti come un mantra perché ancora, ti voglio ancora! Fu crudele la lentezza con cui stimolò il suo orgasmo, donandogli piacere a piccole dosi, come una sorta di punizione per essere stato l'aguzzino del loro rapporto. Lo penetrò come se l'avesse tenuto in gabbia, dalla notte del suo diciassettesimo compleanno, e fosse finalmente libero.

Manuel tentò di recuperare un minimo di ritmo, di incitarlo ad andare più veloce con i talloni a spingere sull'osso sacro del corvino. Ma «Piano. - lo redarguì subito, una mano ora piantata alla gola e l'altra di fianco alla sua testa che stringeva la federa. - Piano, Manuel. - ed era così roca e bella la sua voce trasformata dal piacere, così ipnotico mentre gli carezzava la bocca e la lingua con le dita, come se volesse riempirlo in mille modi senza saziarsi mai. A tutti gli effetti una tortura, che solo quando avverti l'orgasmo montargli nel ventre si rese conto desiderare che non finisse mai. - Così, - lo incoraggiò, contraendo le sopracciglia ad un acuto più forte degli altri. - così... bravo. Sei bravissimo. - il calore a percorrergli ogni centimetro di pelle, il cuore più veloce ad ogni spinta. Il membro gli doleva, costretto ad una stimolazione indiretta tra le loro carni e bisognoso di finire. - Sei perfetto.»

«Simò...!»

«Vuoi venire? - Voleva morire. - Fammi sentire.» fu così immediata la risposta del suo corpo a quei movimenti che s'erano mantenuti stabili e cadenzati fino all'ultimo. Si spinse in avanti per cercare la sua bocca, per venire sulla sua lingua. E Simone ingoiò ogni gemito di quell'estasi, con i respiri affannati che rincorrevano a loro volta il piacere. In egual maniera raggiunse il culmine, nel suo corpo che ancora si contrava in balia della perdizione. Poi gli si accasciò addosso, senza uscire, con i cuori in contatto che parevano essersi sintonizzati. Occhi negli occhi ansiti sempre più fievoli che s'univano, per attimi che a Manuel parvero eterni. Fu proprio lui a far scoppiare la bolla, sollevando un palmo per stringergli morbosamente la guancia liscia che ora era sua, sua, sua. Tutto Simone era suo. E reclamò un bacio famelico, che sigillò una promessa inespressa e una rivendicazione di proprietà: mio, tuo, noi due.

«Di nuovo. - riuscì a pretendere, quando acquisì nuovamente l'uso corretto della parola. E Simone gli sorrise, così tenero da sembrare una persona completamente diversa da quella che poco prima l'aveva inchiodato al materasso. - Voglio farlo di nuovo.»

«Anche io. - lo sentì ammettere, addirittura timido, e a Manuel venne da ridere e poi da piangere e poi da piangere dal ridere. - Stai tu sopra, però.» Gli rivolse uno sguardo smaliziato, Manuel, con le palpebre basse fisse sulla sua bocca. Ed era ovvio che adesso sarebbe stato lui ad entrare nel suo corpo, e poi gli avrebbe succhiato il sesso, e poi gli avrebbe chiesto di fare nuovamente altrettanto. Così sarebbero spariti tutti, tutti quelli che s'erano permessi di toccarlo, lasciando spazio a Manuel e Simone, Simone e Manuel.

Ed era così soddisfatto, quanto assorto in quel pensiero, che quando il pianto di Giorgia invase la stanza, facendo vibrare il baby-monitor abbandonato sul pavimento, si ritrovò a sobbalzare e poi a coprirsi la faccia con entrambe le mani. Simone uscì dal suo corpo con un sospiro e Manuel si mise seduto, rendendosi conto solo in quel momento di quanto provato fosse.

«È assurdo, manco un'ora filata se fa 'sta bambina.» il mugugno con cui vennero fuori quelle parole fece ridere Simone, già in piedi alla ricerca dei vestiti.

S'abbassò a posargli un bacio sulla fronte e Manuel sollevò le palpebre per poterlo guardare.

«Vado io.»

...

«Pensi che sia strano?» gli domandò, quando entrò in cucina. Giorgia che finalmente dormiva di nuovo e lui che aveva messo su la pentola, per pranzare come gli aveva promesso. Simone aggrottò le sopracciglia.

«Io e te?»

«No. - rispose subito, voltandosi a guardarlo con la forchetta sporca di uovo e pecorino. - No, io e te siamo quasi scontati.» e lo vide rilassarsi visibilmente, passeggiando lento nella sua direzione senza abbandonare il suo volto.

«Cosa allora?»

«Mi' madre, tu' padre... 'a piccoletta. - Simone sollevò le spalle, come se non capisse a cosa stesse alludendo, e Manuel sospirò. - Nel senso, metti tra dieci anni.»

«Tra dieci anni?»

«Eh, metti tra dieci anni che sta bambina va a scola. E gli amichetti che sicuro nun se faranno i cazzi loro cominceranno a fa' domanda. - si voltò di nuovo, per aggiungere il pepe nero al composto. - Ma tu' fratello sta co' tu fratello, ma com'è possibile? Ma che siete 'na famiglia de matti? Io mica posso gonfià de botte un regazzino.» Simone sbuffò dal naso una risata sorpresa.

«Tra dieci anni?» ripeté e Manuel storse la bocca.

«Tra nove anni? - sbuffò, girandosi di nuovo, e Simone lo guardava come se fosse un alieno. - Ma perché te devi fossilizzà sul numero? Hai capito quello che ti sto a dì?»

«Ho capito! - eppure a Manuel non parve che Simone lo stesse seguendo per davvero, ora preso da un attacco di ridarella che tentò di nascondere con le mani al volto. - Dio... - sbuffò, avanzando fino ad avercelo di fronte, per poi cingergli i fianchi e baciargli la tempia una, due e tre volte di seguito, scendendo poi sulla guancia. - Quindi tra dieci anni stiamo ancora insieme?» si ritrovò a domandare e Manuel nascose un sorriso imbarazzato, dandogli le spalle per mostrarsi impegnato nella preparazione della sua celebre carbonara.

«Pure tra venti, solo che a quel punto spero che i coetanei della piccoletta siano più maturi. - il respiro di Simone ora a carezzargli la nuca, dove posò ancora un bacio. - E che lei abbia preso qualcosa de bono da me e abbia imparato a difendersi.» Se lo strinse più forte, strofinando il naso tra i suoi capelli.

«Io ti amo. - ammise Simone, e pareva non volerlo lasciare più. - Ti amo proprio tanto, Manuel.»

...

Giorgia s'era addormentata accucciata sul suo petto, e lui era scivolato contro lo schienale del divano affinché stesse comoda. La guancia premuta contro il cuore, la boccuccia schiusa in un'espressione rilassata e i pugni vicinissimi al viso. Dopo aver trovato la posizione, rimase immobile a fissarla, disegnando i dolci lineamenti con lo sguardo, alla ricerca di nuove somiglianze con Simone suo. Simone suo che pure s'era addormentato, con le braccia incrociate al petto e la tempia sulla sua spalla. Simone che alla fine, tra un pianto e l'altro l'aveva fatto suo per davvero, sotto la doccia e poi su quel medesimo divano dove ora se ne stavano stretti. E poi gli aveva raccontato del giorno dell'annuncio di Anita, di quanto la sua reazione positiva l'avesse spaventato e inevitabilmente spinto a tenersi per sé tutti quei sentimenti. Simone gli aveva ripetuto che era uno stupido e l'aveva baciato ancora e ancora, per provare cancellare ogni singolo secondo di lontananza. Ed era maledettamente giusto. Loro erano giusti.

Sorrise, senza emettere un fiato per evitare di svegliarli e schiacciando a sua volta la guancia contro i ricci corvini del minore.

Tenuto in ostaggio da due piccoletti.

Quando Anita varcò la soglia di casa, svelto si portò un dito indice alle labbra per invitarla al silenzio. E di tutta risposta la donna s'era portata entrambe le mani chiuse a coppa a coprire bocca e naso, le palpebre sgranate da una sorpresa che quasi immediatamente divenne intenerimento. Si sfilò le scarpe per avvicinarsi senza fare rumore e solo quando fu sulle ginocchia, al cospetto di quella scenetta, Manuel s'azzardo a fiatare. «Nun 'a move' che ha appena stabilito er record de 'n'ora de sonno filato.» E lui, in realtà, voleva tenersela ancora un po' così tra le braccia. Per recuperare. Sua madre scosse il capo, per rassicurarlo, e rimase a guardare tutti e tre con un sorriso soddisfatto, per poi tirare fuori dalla tasca della giaccia il proprio cellulare e sollevare l'obbiettivo su tutti e tre.

«Ma che stai a fa'?»

«La devo mannà a Dante, statte zitto! - lo rimproverò bassa, e Manuel finì per sospirare, visto che un lamento di troppo avrebbe potuto disturbare il sonno. - Quanto siete belli! - occhi innamorati sullo schermo, che voltò nella sua direzione per mostrargli lo scatto. - Questa la facciamo stampare. - asserì, alzandosi mentre ancora digitava un messaggio per il compagno. - Me vado a fa 'na doccia.»

«Ah ma', - mormorò, prima che potesse sparire lungo le scale, con l'interno guancia stretto tra i denti. - Se domani Danila sta ancora male ce sto io co'... - la piccoletta, la bimbetta, la bestiolina. - co' Giorgia.»