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Italiano
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Published:
2024-04-23
Words:
11,751
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1/1
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257

Dream of the rarebit fiend (Sogno di un mangiatore di fonduta)

Notes:

Tw: vomito

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

 

 

 

''Lo sapevi che Cardiff è gemellata con Bari?''

Manuel è costretto ad aprire gli occhi, non rinunciando però a godere del vento fresco che la città gallese gli sta offrendo da quando ha deciso di allontanarsi dal gruppo per provare a respirare un po'.

I ricci volano nella stessa direzione del suo soffio, mentre la voce di Simone alle sue spalle - un vento ben più docile, ma prologo di un violento uragano nel suo stomaco - fa sì che gli angoli delle sue labbra volino verso l'alto.

Lascia scivolare i piedi sulle mattonelle lisce sotto di sé, dopo essersi messo composto sulla panchina, e abbassa lo sguardo per nascondere all'altro quell'impercettibile movimento.

''Questa fa parte del tuo bagaglio culturale o è l'ennesima trovata de Darwin pe' fa' colpo su di te?''

''Derwen, Manuel.''

''E che cambia?''

''Che non ci sta provando con me.''

Con la coda dell'occhio vede Simone sedersi all'estremità opposta della panchina, come se non volesse occupare spazio, e si perde a guardare la strada e la distesa d'acqua davanti a loro.

''Come se vede che 'n ce capisci niente, Simo'. Manco co' tu padre che glie s'accolla 'n se ferma.''

Simone sospira, si aggiusta i ricci che fuoriescono dagli occhiali da sole infilati sul capo e poggia un braccio sullo schienale della panchina per poi farvi aderire la schiena.

''E questo padre che glie s'accolla sarebbe Dante o tu?''

Manuel arriccia il naso, disgustato all'idea. È già tanto sopportare quel nomignolo di fratellino che i loro amici hanno deciso di attribuirgli - apposta per punzecchiarlo, ma questo non lo sa - quando si parla di Simone.

Se proprio devono associarli, vorrebbe lo facessero per...altro.

Altro tipo il matrimonio? gli balena nella mente come un flash, un attimo di follia pura che mette a tacere in fretta, scuotendo la testa con forza.

Incolpa l'aria di Cardiff e l'atteggiamento esageratamente amichevole di quel Derwen che ha attirato l'attenzione e la simpatia di tutta la classe, facendolo sentire lievemente fuori luogo, incapace di stare al gioco collettivo.

E confuso.

''Ti lascio vincere 'sta discussione solo perché sennò finisce fra tre decadi.''

Sente la risata dell'altro propagarsi nell'aria come un cinguettio in piena primavera, facendolo per un attimo sentire nella sua amata Roma, nei suoi posti del cuore, quelli che condivide solo con lui.

''Comunque me l'ha detta mia mamma, perché sa che a te piacciono le curiosità stupide.'' ammette Simone. ''Mi chiede sempre di te, in realtà.''

Manuel si volta piano verso Simone, soffermandosi sul volto che si staglia di profilo contro il panorama. Ha il vento tra i capelli e un'espressione rilassata, come se fossero quelli i luoghi a cui lui appartiene, di corpo, anima ed essenza, quelli in cui splenderebbe di più se non fosse già capace di farlo da solo e ovunque, senza neanche sforzarsi.

Luoghi lontani dalla sua Roma.

''Mo' ho capito da chi hai preso.'' gli confessa.

Simone apre un'occhio con difficoltà, risultando buffo - carino? - come quando prova a fare l'occhiolino all'improvviso e non ci riesce. Poi, apre l'altro, alza un sopracciglio in segno interrogativo e piega un po' la testa verso Manuel, che ci impiega qualche secondo prima di formulare una risposta sensata.

''Tipo che per il dieci percento sei come noi esseri umani, per il restante novanta vivi con una pacatezza e un'accortezza per chi ti sta intorno che 'n po' la invidio.''

''Tu che invidi il fatto che a me interessino le persone?'' Simone si sporge, mettendo inaspettatamente una mano sulla fronte di Manuel, finendo per scostargli i ricci. ''Hai la febbre, per caso?''

Manuel, stanco di fare Manuel, non si sottrae a quel contatto, non si finge infastidito. Lo accoglie socchiudendo gli occhi, concentrandosi sul calore che emana il suo palmo liscio e morbido a contatto con la propria pelle, come un docile gattino in cerca di coccole.

Forse, per la prima volta, comprende cosa significa arrossire per una sola e leggera carezza, come fa Simone quando Manuel lo calma dagli incubi e le ansie che gli fanno visita la notte.

''Decisamente sì.'' commenta il corvino, un po' sorpreso. La ritira subito, però, portandola imbarazzato sulla propria coscia.

''Sto bene.'' ridacchia Manuel, per rassicurarlo.

''E la nausea?''

Ah già, la nausea.

Massaggia il proprio stomaco con una mano, arricciando il viso in una smorfia neanche tanto falsa, sicuramente abbastanza credibile da poter reggere la scusa che aveva usato per allontanarsi da loro.

''A volte sembra passare, a volte torna, non lo so.''

''Vedi che stasera ti distrai e ti senti meglio.''

Manuel intensifica la smorfia. "Beh, 'na seratona co' quelli che me odiano me porta direttamente al vomito. Io passo."

Simone, esasperato, soffia un ''Non ti odiano.'' borbottato. ''Sono i tuoi compagni di classe e vorrebbero solo capirti. E poi non puoi rimanere in albergo perché papà pur di non lasciarti solo annulla l'uscita.''

Manuel alza le mani, alzando gli occhi al cielo. ''Per carità, dopo entro direttamente in lista nera.''

''Come se vede che non capisci niente, Manu.'' lo scimmiotta Simone, con espressione buffa, e forse è la prima risata a cuore aperto a cui Manuel si abbandona da quando è iniziata quella gita.

''Coglione!'' annaspa Manuel, con la mano sullo stomaco mentre adesso trattiene le risate. ''Sei un pessimo imitatore.''

''Seh, vabbè, però stai ridendo.'' Simone si avvicina a lui solo per dargli una spallata scherzosa, prima di tornare entrambi ad osservare il panorama davanti a loro. Il vento sembra essersi fermato, fa un po' più caldo e qualche raggio di sole fa capolino tra una nuvola e l'altra. ''Ma poi cosa hai mangiato che ti ha fatto così male?''

''Niente, Simo', non è il cibo, anzi. C'ho na fame.'' precisa, sbuffando lievemente dal naso.

''L'estero ti disorienta, forse.'' gli suggerisce l'altro, comprensivo.

Manuel annuisce. ''E mica semo tutti Simone Balestra. Non so' mai manco uscito da Roma, io.''

E se Simone non l'avesse convinto con le cattive - tipo rovesciandogli tutto lo shampoo per i ricci nel gabinetto - non l'avrebbe fatto neanche stavolta. Ma, per come stanno andando le cose, probabilmente sarebbe stato meglio rimanere a casa.

''Ma è vero quello che hai detto prima a coso?'' gli chiede poi, lievemente sprezzante, guardando la gente passeggiare che di tanto in tanto gli lancia sguardi curiosi. Chissà che vedono. ''Intendo che stai cercando università pure qua nel Galles.''

Simone si schiarisce la voce, incassa la testa nelle spalle e si gratta la nuca imbarazzato. ''No-cioè, . Ma nulla di serio, era per conversazione e...giusto per guardare per capire se ci sono altre opportunità.''

Manuel annuisce, stordito dall'eco del tonfo al cuore. ''Bene.''

''Bene?''

''Te farebbe contento?''

Simone boccheggia, assottiglia gli occhi. ''Potrebbe?'' dice solo, troppo interrogativo per sembrare sicuro di sé. Ma a Manuel va bene così, che glielo legge negli occhi quel desiderio - o forse quella necessità - di rompere la gabbia e tagliare qualche ponte.

Magari soprattutto con lui.

''E allora bene.''

Lo rassicura con un sorriso che di sicuro non ha niente, per quanto trema, ma Simone non glielo fa notare. Ricambia, meno tremante, e lo guarda come se volesse riportarlo alla realtà.

''Posso convincere mio padre a tornare in albergo prima di uscire stasera, così ti riposi un'oretta.''

Manuel alza gli occhi al cielo ed emette un mugolio di dissenso. ''Non dovete cambia' i piani pe' me, me mette a disagio.''

''Deve servire a qualcosa il fatto che io sia il figlio del professore, no?'' si vanta Simone, lasciando scivolare con facilità gli occhiali da sole sul naso. ''Se mi segui, ci penso io.''

Manuel vorrebbe protestare, soprattutto perché gli ha privato della visione dei suoi occhi senza neanche avvertirlo, una crudele ingiustizia.

E mentre lo segue per il vialetto, guardando da lontano il gruppetto della classe che li osserva avanzare con curiosità, mentre sente quel senso di nausea dissiparsi e volare via col vento quando questo si volta e gli sorride per assicurarsi che stia bene, si chiede come farebbe e come farà a vivere senza Simone Balestra.







-

 

 

 

 

Il fatto che la hall dell'albergo sia vuota, mette Manuel in agitazione.

Il divanetto su cui è seduto sta diventando decisamente scomodo, sembra aver preso la forma del suo fondoschiena che è a tanto così da toccare la parte più dura, per cui si sposta sul cuscino del posto accanto e sbuffa, tornando a torturarsi l'orecchino sinistro.

Non capire l'inglese condito da quello strano accento sta diventando un vero problema, non tanto per la sopravvivenza, quanto perché non può farsi i fatti della gente, attività preferita di quando la noia, l'attesa e le ansie lo assalgono.

La receptionist ha il telefono attaccato all'orecchio da almeno dieci minuti, mentre in un francese stentato cerca di gestire il fraintendimento di una prenotazione e quando, probabilmente dopo ore, dopo giorni, si lascia andare ad un'alzata di occhi al cielo, Manuel si rende conto che gli ricorda Simone.

Sempre tanto pacato, attento a spiegarti ogni cosa con il contagocce, che il massimo di pazienza che perde la traduce in uno sbuffo leggero, in labbra arricciate per il broncio o negli occhi alzati al cielo drammaticamente.

Non riesce a porvi più di pochi secondi d'attenzione, comunque, un po' perché non capisce il francese, un po' perché s'è svegliato solo un'ora prima, in una camera vuota, e questa cosa l'ha mandato in tilt.

Crede comunque di essere grato al cielo che gli sia capitata l'unica doppia rimasta assieme a Simone, così non deve nascondere - tranne che Simone stesso - tutta la voglia che ha di guardarlo mentre dorme o mentre fa le cose più semplici e quotidiane, non deve sopportare schiamazzi ma solo il silenzio confortante e la risata dolce dell'amico, può stare a parlare con lui fino a notte fonda, di tutto e di niente, fino a che non si addormentano con le spalle, i mignoli e i ricci a sfiorarsi, a mescolarsi.

Può godere di quelli che forse saranno gli ultimi mesi, gli ultimi momenti assieme prima che la vita li costringa a diventare adulti.

Si è svegliato solo un'ora prima e ha trovato accanto a sé una pila di vestiti e un biglietto: All'outfit ci penso io, sennò chissà che combini. 20.45 nella hall. Se stai male, ce ne andiamo. E fammi un sorriso :) Simo.

Manuel aveva sorriso.

Tutto il tempo.

Come un bambino, che finché non fai la maturità nessuno ti crede adulto, neanche se hai vissuto così da quando sei stato messo al mondo.

Sorride anche adesso, nonostante gli occhi come due fessure, di un istinto che non ce la fa a soffocare, che l'estenuante attesa è finita e Simone è appena uscito dall'ascensore. Sorriso smagliante, camicia abbottonata con impeccabile ordine sotto un golfino blu. Tiene il giubbotto in mano, sembra aggrapparsi ad esso come se fosse un antistress, si aggiusta i ricci pieni di gel e si guarda costantemente intorno, imbarazzato.

''Ma so' io a esse' in anticipo o pe' dacce er pacco se so' avviati prima?'' gli chiede, sentendosi improvvisamente inadeguato nel suo maglioncino verde.

No, non si sente inadeguato, si sente osservato - ma non scrutato, studiato con riserva.

Semplicemente visto.

''Ti sta bene.'' commenta l'altro quando lo raggiunge, sfiorandogli piano i bordi delle maniche. Sente la pressione dei polpastrelli penetrare il tessuto e tradurre quel contatto in una scossa elettrica fino al petto.

La mette a tacere abbassando la testa per poi guardarsi attraverso uno degli specchi della hall. Fa un giretto su sé stesso con le braccia aperte e mette sù un sorriso strafottente. ''Se non sembrassi 'n professore sarei 'n figurino.''

Simone lo guarda attraverso lo specchio, pensieroso. ''E ti dispiacerebbe essere un professore?''

Manuel lascia scivolare le braccia lungo i fianchi, quasi di peso, e osserva quella vecchia e nuova immagine di chi non sa dove andare ma ha davanti a sé mille vicoli stretti e impervi.

''Te che dici?''

Glielo chiede con timore, che non hanno mai parlato di un futuro che andasse oltre, che li vedesse responsabili, autonomi, realizzati. Glielo chiede come se Simone sapesse decidere in quali sogni risulterebbe fuori luogo, quali tra questi potrebbero essere certificati incubi e quali, invece - se esistono -, siano fatti su misura per lui.

Glielo chiede come un amico la cui spalla è roccia per non cadere giù, dopo mille e un milione ce la faccio da solo, perché non ho bisogno di nessuno.

O glielo chiede come a fargli una domanda di sottotesto: posso essere degno di te, che da quando hai imparato a farlo non la smetti più di essere incredibilmente te stesso?

Potrò esserlo anch'io, un giorno?

Simone è impenetrabile, concentrato nell'osservarlo con occhi grandi dalla lastra argentata. Compie un passo avanti, si mette alle sue spalle - e Manuel, per la prima volta, quasi ci piange davanti a quella differenza d'altezza -, vi poggia i gomiti e con il pollice e l'indice a sfiorarsi nel formare un cerchio si posiziona perfettamente attorno allo sguardo più sottile, che strizza gli occhi solo per un attimo.

''Se ci aggiungi un paio di occhiali, mica male.'' soffia, col fiato a solleticargli la punta dell'orecchio.

Sorride come un bambino, Manuel, poi ride, poi si lascia scivolare nella risata di Simone che lo segue senza muoversi, bambino lo stesso dietro di lui.

''Bel modello questo.'' commenta Manuel, usando le sue braccia come due stecche sottili, arrossendo inevitabilmente quando però incontra muscoli ben formati che è difficile lasciar andare senza stare lì per un po' a tastarne la consistenza.

Ma da quando me perdo nelle braccia sue?

Forse da sempre, gli suggerisce una coscienza lontana che vorrebbe volentieri soffocare, per non sentirsi sopraffatto da essa.

Vi lascia qualche carezza distratta, prima che entrambi sciolgano quello strano e infantile intreccio, prima che Manuel si volti verso Simone e senta ogni parola venirgli meno.

''Ti vedo meglio, comunque.'' interviene l'altro, a non sospendere l'idillio.

Manuel si sente Simone quando alza gli occhi al cielo. ''Ancora per poco, ma me dici che fine hanno fatto tutti? Perché se non fosse pe' te stasera 'n me sarei alzato dal letto, come minimo m'aspetto puntualità!'' si lamenta, scherzoso. ''E poi che storia è che Manuel Ferro è in anticipo?''

''In realtà loro sono già lì da un pezzo.'' confessa Simone, grattandosi la nuca.

''Ah.''

''Eh.''

''E allora?''

''Io ho...ho capito che a te non va di stare tra la gente. Ti guardi intorno, ti estranei, sei lontano da casa tua e la vivi pure peggio. Non devi parlarmi per forza, voglio solo vederti tranquillo quindi ho convinto papà a farci uscire da soli, per staccare un po'.'' si schiarisce la voce, imbarazzato. ''Se ti va, ovviamente. Possiamo anche-sì, tornare in camera o raggiungere gli altri, come vuoi, no-''

''Simo'?'' Manuel frena quel frenetico gesticolare prendendo le mani dell'altro tra le sue. Le stringe piano, troppo avventato forse, o troppo in ritardo per dirglielo, eppure ''Grazie.'' pronuncia, quasi come se dovesse liberarsi di quella parola stretta in gola per tornare a respirare.

''P-per cosa?''

''Per...andiamo, chi s'è mai accorto di me se non tu, Simo'?'' ridacchia istericamente, si sente al punto di non ritorno, ha bisogno di un appiglio. ''Sì, voglio sta' tranquillo e co' te sto tranquillo, quindi stai tranquillo pure te, mh?''

Il colorito di Simone cambia drasticamente nel momento esatto in cui abbassa il proprio sguardo sulle mani intrecciate e Manuel, che è sempre attento ai posti fortunati in cui quello sguardo si posa, lo segue a sua volta, rendendosi conto improvvisamente del modo in cui le dita accarezzano con istinto quelle dell'altro in una morsa tenera che sente di non aver mai sperimentato prima.

''Okay.''

Sente la voce di Simone in un soffio impaurito e d'istinto stringe di più quelle dita, che non è mai abbastanza.

''Comunque anche a te sta bene.''

''C-cosa?''

Il blu, Simone. Ti sta bene il golfino blu, il blu, ti sta bene t-

''Simon!''

Se Manuel avesse l'opportunità di fare un solo reclamo alla sua esistenza difettata, probabilmente lo sprecherebbe per lamentarsi in una mail da cinquemila caratteri della latenza tra quando pensa qualcosa di importante e quando lo dice, perché sarebbe bastato poco, davvero poco.

Invece quel poco è servito a Simone per salutare Derwen, vestito di tutto punto, e per intavolare con lui una conversazione in quel maledetto inglese condito da quello strano accento, da cui riesce a capire solo parole come beer, tonight like.

Incrocia le braccia mentre due dita vanno a giocherellare con l'orecchino sinistro, con così tanta foga che quasi inizia a bruciare.

E più vede Derwen sfiorargli il braccio, tentare qualche battuta - crede, perché Simone ride gettando la testa all'indietro -, sorridergli come se gli stessero tirando gli angoli delle labbra con due ganci fino al punto più lontano dell'universo, più si sente perso, tagliato fuori dal mondo, inutile.

Non riesce a immaginare il suo futuro ma riesce a vedere la quotidianità di quello dell'altro, fatto di una lingua a sé stesso incomprensibile, di cibo e paesaggi che lui non vedrà mai, di abitudini e coraggio che invece a lui continuano a morire in gola per tornare nello stomaco a vorticare come un uragano senza sosta e senza via d'uscita.

Un maledetto incubo in cui ha perso, ha perso tutto, senza neanche averci provato.

Mi arrendo per un infortunio allo stomaco, al petto, al cuore, non lo so.

Si guarda attorno annaspando, che tanto se guarda Simone questo non contraccambia, troppo lontano da lui come il sole e la terra, e nota una via d'uscita che potrebbe metterlo a tacere prima di vomitare l'irreparabile.

''C'ho la nausea.'' avvisa solamente e si defila verso sinistra, guardando il muro appena ritinteggiato che lo conduce ai bagni vuoti, la sua temporanea salvezza.

Spalanca la porta col gomito, quasi si getta di peso su quella del cubicolo di un sanitario, tanto da evitare per un pelo di prenderne il bordo direttamente con la fronte. Riesce ad aggrapparsi ad esso, non sa neanche come, spingendo in fuori quella tosse che aveva trattenuto tutto il giorno, da cui però non esce che aria.

Aria, saliva e frustrazione.

Dopo qualche minuto di nulla prova a rialzarsi, arrabbiato con sé stesso per non essere riuscito ad esprimersi neanche in quel modo, si avvicina al lavandino per lavarsi la bocca, il viso, per sperare di svegliarsi e di smetterla di sentirsi così al solo pensiero che un'altra persona possa vivere una vita che non solo non gli riguarda, ma che quella volta, nella sua Roma - che gli parla di Simone costantemente, come se non lo facesse ogni cosa attorno -, sotto ad un cantiere, aveva toccato con un dito e poi gettato via, scagliandola tra le fiamme dell'unico inferno in cui avrebbe avuto paura di morire.

Ma fa davvero così tanto paura morire così?

Ma si muore davvero?

Alza lo sguardo, torna a guardarsi allo specchio mentre stringe il bordo del lavandino fino a che le nocche non diventano bianche e le dita non cominciano ad intorpidirsi.

Guardati, coglione.

''Manu...''

Simone è alle sue spalle, gli occhi sbarrati davanti a quell'immagine patetica di Manuel che per la prima volta non trasforma la paura in urla e violenza, ma in viso pallido e piccoli tremori. Compie due passi in avanti, sfiorandogli la schiena con i polpastrelli. ''Stai ben-''

''Faccio io.'' Manuel si scosta, ma non è brusco, è solo stanco.

Simone si stringe nelle spalle, mordicchiandosi l'interno delle labbra. ''Chiamo papà?''

''No.'' continua a rassicurarlo Manuel, guardandolo dallo specchio così tanto diversamente rispetto a cinque minuti prima, in quella hall, che ritiene il tempo sia una strega, capace di plasmare a suo piacimento l'esistenza di ognuno solo per il gusto di vederli soffrire.

Simone sembra perdere la pazienza, sospira e mette le mani sui fianchi.

''Allora andiamo in camera.''

''No.''

''Andiamo in camera ho detto.''

Manuel si volta di scatto, nasconde i tremori per quel tono autoritario appoggiandosi con la schiena e i palmi sul bordo del lavandino. Ha ancora le labbra bagnate e il respiro un po' corto, e se ne rende conto solo perché, osservando Simone, lo vede soffermarsi con gli occhi sulla sua bocca.

Finalmente lo sta guardando di nuovo.

''Che t'ha detto quello là?''

Simone continua a fissarlo, compie un passo in avanti così ampio che quasi lo sovrasta, e Manuel è costretto ad alzare la testa per guardarlo meglio a sua volta.

''Niente.''

''Simo'...''

''Voleva prendere qualcosa da soli dopo l'uscita.''

Manuel ride istericamente, sfregandosi la fronte col palmo della mano. ''E te che gli hai risposto?''

Simone trattiene un sorrisetto soddisfatto, alzando le sopracciglia e incrociando le braccia, mentre un altro piccolo passo viene compiuto nella sua direzione, tanto da bloccare Manuel tra il suo corpo e il lavandino. ''Che mi sono reso ridicolo per convincere mio padre a farmi uscire solo con te e che non t'avrei appeso di certo per lui.''

Gli occhi di Manuel si illuminano di un breve lampo. ''Veramente gli hai detto così?'' gli chiede, sorpreso.

''Non proprio.'' specifica Simone. ''Ma è quello che volevi sentirti dire.''

''Non è vero.'' bofonchia Manuel, abbassando lo sguardo da colpevole colto in flagrante. Che fuggire da Simone è quasi impossibile e l'ha imparato a sue spese. ''E comunque c'avevo ragione.''

Simone alza gli occhi al cielo, poi spalanca le braccia e annuisce sconfitto. ''Va bene, ci sta provando con me, e quindi? A te che cambia?''

Manuel sbuffa un suono incomprensibile e guarda altrove, per non incontrare gli occhi dell'altro. ''Già, che me cambia?''

Nulla, finché continua a negare, finché continuerà ad attribuire la colpa della sua imminente perdita a quel Derwen, invece che a sé stesso.

''Alla fine è solo la nostra guida, no? De che me preoccupo se non è professionale?'' sbraita, agitandosi.

Il tocco dei polpastrelli di Simone che gli spostano il mento di nuovo verso la sua direzione, gli fa tremare le gambe. Ancora di più, poi, quando l'altra mano gli scosta qualche riccio dalla fronte.

''Hai ancora la nausea?'' soffia piano, con dolcezza.

''Un po'.'' annuisce incantato, lasciando scivolare via tutto, mentre l'istinto lo porta a massaggiarsi la bocca dello stomaco.

Simone piega la testa di lato, si avvicina all'orecchio e gli sussurra un ''Peccato...'' la cui emissione di fiato riscalda la porzione di pelle sotto il collo di Manuel, facendolo rabbrividire. Dura poco, perché poi compie qualche passo all'indietro, distruggendo ogni contatto che per un attimo aveva rassicurato Manuel, facendolo sentire in una bolla di protezione.

''P-perché?'' balbetta, staccandosi dal lavandino per raggiungerlo, senza neanche rendersene conto.

''Perché avevo prenotato in un posto dove fanno i crostini al formaggio più buoni di Cardiff.'' specifica, poi alza le spalle. ''Però se ti senti male mi sa che è meglio tornare in camera e ordinare uno di quei bei brod-''

''Ao!'' Manuel protesta, con un cipiglio sul volto, inorridito al ricordo di quelle zuppe vomitevoli per cui fino a quel momento aveva volentieri digiunato, ritrovandosi poi a rosicchiare tutta la cesta di pane che Simone aveva rubato da uno dei tavoli liberi del ristorante dell'albergo solo per lui.

Simone ridacchia, scuotendo la testa. ''Ao, che?''

''No, dico...'' Manuel si schiarisce la voce. ''Hai prenotato, no? Pare brutto a non presentasse.''

''Un po'.''

Manuel annuisce e sospira. ''Poi se...se dopo vuoi raggiungere gli altri e poi che ne so...usci' co' Darwin...''

''Derwen...''

''...pe' me 'n ce stanno problemi. Torno co' loro.''

''Lo faresti, per me?''

''Sopporta' er mondo intero, Simo'?'' alza gli occhi al cielo. Sente la morsa allo stomaco farsi più forte quando pensa che sì, sopporterebbe la felicità dell'altro anche a discapito della propria, che sia sentirsi a disagio con i suoi stessi amici, che sia vederlo uscire con qualcuno che non è lui, amare qualcuno che non è lui.

Amare.

L'altro lo guarda, in attesa di una risposta, mentre Manuel continua a ripetersi che non può accettare di amarlo proprio adesso, dopo tutto quel tempo passato a lottare con sé stesso e a ferire l'altro senza volerlo davvero.

''Seh. Lo farei.''

Farebbe di tutto per lui, pure mangiare crostini al formaggio mentre è sul punto di vomitare l'anima.

Lo vede tendergli la mano, elegante, rassicurante, con un sorriso sollevato ad arricchirgli il volto. Non fa in tempo ad afferrarla che Simone lo tira un po' a sé, poggiando sulla sua fronte prima una guancia, poi il mento, poi le labbra.

Chiude gli occhi e lascia che passi il tempo, soffia dal naso tutta l'aria contaminata di cui s'era gonfiato e respira il suo profumo, provando a conservarne un po' per quando saranno lontani.

''Facciamo presto così dopo riposiamo un po', mh?''

Manuel annuisce solo, piano, che se quello è un sogno non riesce a trovare da nessuna parte il coraggio di svegliarsi.







-








Il locale è davvero carino, caratteristico, pieno di gente, ma ugualmente accogliente. Ci sono molte coppie e molte famiglie, addirittura un po' di fila all'entrata, ma per fortuna Simone, che sembra quasi un bambino alle giostre mentre si guarda intorno, ha prenotato per loro un tavolo per due accanto alla vetrata.

Manuel qualche mese prima sarebbe letteralmente scappato da qualsiasi situazione avesse avuto l'aria, seppur vagamente, di appuntamento romantico. E lo sa che l'altro non l'ha fatto apposta, che forse quel per due sottintenda più di un semplice io e un'altra persona a detta del resto del mondo, lo sa che Simone invece ha solo provato a tirarlo via da quella spirale di autodistruzione su cui si affaccia ogni tanto per vedere che vento tira e se vale la pena buttarcisi dentro.

L'eccitazione che sente, però - nuova, quasi devastante -, sembra essere proprio quella, come se un appuntamento romantico lo fosse davvero. L'ha sentita a partire come una scintilla da quell'invito condito di imbarazzo, dall'ossessivo controllare che i vestiti gli stessero bene, l'ha sentita divampare durante quei complimenti - anche se a metà - detti prima di andare via, tra i sorrisi timidi e gli sguardi sfuggenti per strada, la sente adesso, fuoco pieno, che ha paura che tutto vada male o che venga distrutto da qualcuno che in quel per due non c'entra assolutamente niente - o invece proprio da sé stesso.

Fa finta, quindi - per pochi minuti almeno, quanti ce ne stanno in un pugno - di aver avuto il coraggio di ammetterlo. Si crogiola un po' nella sensazione che tutto stia procedendo con quella normalità che tanto gli fa paura, quella in cui Simone l'ha portato a cena fuori per amore.

Poggia il mento sul palmo della mano mentre lo osserva parlottare con la cameriera che li ha accolti, portandogli dell'acqua e porgendogli un paio di menù. Per l'insistenza con cui lo guarda, illuminato dalla luce di una piccola candela, arrendendosi al fatto di essere imbarazzante e completamente assuefatto dal suo modo di parlare e di muoversi, si accorge anche del rossore sulle sue guance, divampato soprattutto dopo che quella stessa cameriera ha lanciato un'occhiata anche a lui ed è andata via quasi sghignazzando.

''Che t'ha detto?''

''Che ti trova carino.''

Manuel giocherella col bordo della tovaglietta a quadri, trattenendosi dall'allungarsi per dare un buffetto ad una di quelle guance.

''E te che le hai detto per farla anda' via?''

Simone alza gli occhi al cielo, gonfiando un po' le guance. ''Che avevamo bisogno di un po' di tempo per scegliere cosa mangiare.''

''Ma non è vero!''

''Zitto e fa' finta, almeno.''

Manuel sorride sfacciatamente. ''Seh, faccio finta che non te sei messo a fa' il geloso.''

Simone si sente sfidato e, assottigliando lo sguardo, rilancia. ''Vogliamo parlare della scenata di mezz'ora fa o chiudiamo qui questa conversazione?''

Manuel alza le mani, arreso. ''Touché.''

Apre il menù - semplicissimo, seppur in inglese - e continua a rigirarselo tra le mani fingendo di leggerlo interessato, non riuscendo però a trattenere le risate ogni volta che butta l'occhio sul nome del ristorante.

''Ancora?'' la testa di Simone sbuca dall'alto dell'altro menù.

''A Roma se chiamerebbe Signora Formaggio, Simo'. Io me sganascerei...''

''Per fortuna siamo a Cardiff, infatti, quindi se magari non facciamo figure di merda te ne sarei grato.'' borbotta l'altro. ''E comunque Madame Fromage è un nome davvero carino.''

Il brivido che percorre la schiena di Manuel, arrivando fino alla punta dei capelli, lo sconvolge a tal punto che è costretto ad agitarsi sulla sedia e a chiudere un po' le cosce, senza però farsi domande.

''Sai-sai parla' pure Francese, 'n ce credo.'' balbetta con voce sottile, scostandosi il colletto del maglioncino.

''Merito delle scuole medie e di mia nonna.'' commenta distratto Simone, mentre con un cenno chiama uno dei camerieri in sala, pronto per ordinare.

La situazione non migliora dal momento in cui Simone pronuncia quel ''Welsh rarebit for two.'' mentre giocherella con gli anelli che tiene sulle dita affusolate, sfilandoseli ed infilandoseli in continuazione.

''Welsh rarebit.'' ripete sovrappensiero, mentre la voce calda di Simone gli rimbomba ancora dentro, quando il cameriere è già andato via.

L'altro lo guarda lievemente sconvolto. ''Credo sia la prima volta che ti sento pronunciare qualcosa correttamente al primo colpo da quando ti conosco.''

''A furia de frequentatte avrò pure imparato qualcosa, no?''

''Ma se non m'ascolti mai...''

''Te pare a te che nun t'ascolto.''

''Ah sì?'' Simone alza un sopracciglio. ''Fammi qualche esempio.'' chiede, curioso.

Manuel si schiarisce la voce, imbarazzato. ''Tipo che magari me...me potrei mette' a controlla' per i test di filosofia.'' comincia, preso un po' alla sprovvista da sé stesso per essersi addentrato in quel campo minato. ''Oppure che potrei smette' de fuma', che magari la nausea me viene perché fumo come 'na ciminiera.'' ridacchia spento, facendo vibrare di poco il petto. ''Magari potrei smette' de fuggi' quando le cose se fanno sentimentali e chiudermi in me stesso. Partecipare alla collettività...'' lo imita un po' nel tono, senza però scomporsi. ''Cose così.''

O magari, se Simone gli dicesse che in qualche modo lo ama, lui potrebbe rispondergli ti amo anch'io, senza che di tutto quell'amore rimangano solo sentimenti soffocati e parole al vento.

''Sono tutte cose che ti pesano, queste.'' attesta Simone.

''Però forse ne vale la pena.'' gli confessa Manuel, chiudendo il menù con lentezza per poggiarlo accanto alle posate, sulla destra. ''Magari me paro il culo pe' quando te ne vai o te lascio come ultimo ricordo 'n minimo d'orgoglio pe' quella testa calda che hai conosciuto al liceo.''

''Perché sei così convinto che me ne vada via da Roma?''

Manuel boccheggia, stringendo la mano a pugno sotto il tavolo. ''Ce stanno mille modi d'allontanasse, Simo'.'' soffia. ''E io me sento costantemente come 'na calamita che potrebbe attirarli tutti per respingere te.''

''Non succederà.'' lo rassicura questo, cercando l'espressione più neutra che possiede.

Manuel, però, non è d'accordo, avvolto in paranoie strette attorno al suo corpo con nodi impossibili da districare. ''Non puoi saperlo.''

''Proprio perché lo so, te lo dico io. Non succederà.''

''Manco per il Derwen di turno?''

Simone rimane incredulo, spalanca gli occhi e si guarda in giro imbarazzato.

''E perché non tu, per l'Alice di turno, mh?'' gli risponde, stizzito. ''Ma che discorso è questo, Manuel?''

''Io non lo permetterei.'' replica deciso, Manuel, omettendo il fatto che non lo farebbe perché non ci sarebbe nessuna Alice, perché non ci sarebbe nessuna, perché non ci sarebbe nessuno se non Simone.

Lo omette, sporco codardo, anche quando Simone gli offre la confessione su un piatto d'argento.

''Manuel ma non è che stai assumendo questo tono tragico da ore perché mi devi dire qualcosa di serio?''

Scuote la testa, odiandosi più di un po'. ''Forse la fine della scuola me mette più angoscia de quello che credevo possibile.''

Rimane una verità, seppur oscuratrice, mentre il suo incubo sembra continuare a colorarsi di nero quando Simone, apparentemente deluso, mormora un ''Già.'' che smorza qualsiasi tentativo di conversazione.

Quel silenzio imbarazzante, per quanto faccia rumore, viene interrotto dall'arrivo dei piatti ordinati e di una piccola pentolina da dividere in due con accanto un cestino di pane normale.

Manuel sente un profumo invitante, lo respira e il suo stomaco sembra improvvisamente aprirsi. Tuttavia, non capisce cosa ci sia di tanto speciale in un piatto tanto semplice, per cui è costretto - forse dalla sua voglia di tornare ad ascoltare la voce di Simone - a chiederlo al diretto interessato.

''Ma so' fette di pane col formaggio fuso...'' sceglie forse la via peggiore, quella dello sminuire, nonostante senta già l'acquolina riempirgli la bocca. ''Non le facevano ovunque a Cardiff? Me pare d'avelle viste pure al ristorante dell'albergo nostro.''

''Qui però usano il Ceshire, non solo il Cheddar. So' più buone.'' gli fa un occhiolino storto, quasi emozionato - sembra aver dimenticato il battibecco di prima, per sua fortuna - mentre addenta una fetta e si lascia andare ad un mugolio di approvazione. ''Meglio di quello che mi aspettavo, giuro.''

Manuel sente improvvisamente la gola secca a quel suono illegale, manda giù un sorso d'acqua disperato per spegnere ogni miccia e si decide, dietro l'attesa impaziente di Simone, di addentare la sua cena.

''Cazzo!'' esclama, coprendosi per un attimo la bocca con una mano, mentre mastica - è un'abitudine che ha preso a causa di Simone e del suo vivere in villa, contraria al modo in cui prima masticava apertamente e con noncuranza - e lascia che la sua bocca si abitui al sapore un po' forte, sicuramente nuovo. ''Scotta un po' ma è davvero bono ao!'' farfuglia, e in un paio di morsi ha già finito la prima fetta.

Simone lo guarda soddisfatto, lo guarda sempre, mentre si gode una bontà che fa eco ad una confessione lontana. ''C'è anche la pentolina con la fonduta dopo, ma non esagerare che poi finisce male.''

Manuel si lecca le labbra, quasi divora il resto del piatto con una rinnovata fame e scuote la testa incredulo. Ad ogni morso quel piatto così semplice diventa più buono, ricco di diverse note di sapore, ed il fatto che Simone sembri così felice davanti a quella scena lo invoglia ancora di più, mettendo da parte per un attimo la sensazione di nausea che lo tormenta da tutto il giorno.

''Credo che pe' sta bontà posso fa' n'eccezzione, 'n succede niente.'' lo rassicura, mentre con la crosta di una delle fette di pane del proprio piatto va ad assaggiare la fonduta bollente, che risulta essere ancora più buona.

''Manuel fa' piano...''

''Shhh! Statte zitto!'' chiude gli occhi, si lascia andare contro lo schienale e mastica soddisfatto. ''La proposta migliore della vita tua Simo'! Ma te l'avevi già assaggiata 'sta roba?''

''Non qui nel Galles.'' spiega. ''Quando sono venuto a Glasgow la prima volta...''

''Quando sei scappato?'' specifica Manuel, adesso che su quell'episodio possono scherzarci tranquillamente entrambi.

Simone ridacchia. ''Se la vuoi mettere così fai pure, è a te che non conviene questa versione.

''Ho già pagato per le mie colpe, vada avanti signor Balestra.''

''Dicevo!'' finge di darsi un tono, mettendosi composto sulla sedia. ''Che mia madre è stata ad ascoltarmi per ore ed ore ed ore ed ore...''

''E che le hai recitato, 'a Divina Commedia?''

''Più precisamente l'inferno: gli ho parlato di te.''

Manuel boccheggia, tra il divertito e il disperato. ''Nun me piace che ultimamente me zittisci tanto facilmente.''

''Invece ti piace e anche molto.'' è sfacciato, Simone, mentre fa quell'affermazione. Gli regge lo sguardo con una fermezza impeccabile e Manuel ne rimane tanto rapito che, stranamente, non vacilla a sua volta.

''Continua pure.'' sussurra.

''Un suo collega le aveva da poco spiegato come si preparasse, regalandole del buon formaggio e, per farmi felice, ha deciso di sperimentare e prepararmeli.''

''E t'è passata la tristezza?''

''Un po'.'' ammette Simone, sospirando. ''E a te?''

Qualcosa svolazza all'interno del suo stomaco. ''Che m'hai portato qua pe' famme passa' la tristezza?''

Simone annuisce, arrossisce, si fa piccolo piccolo sulla sedia per poi distogliere lo sguardo e spiluccare col pane lo strato superiore di fonduta e la leggera patina che vi si è creata sopra.

Manuel lo raggiunge con un pezzettino di pane che fa scontrare di proposito con quello dell'altro provocandogli un sorriso timido. Raccoglie un po' di formaggio e lo mangia, per provarglielo, per mostrargli che sì, c'è riuscito.

''Me sa più di un po', Simo'.'' gli confessa, con la bocca piena.

E il gorgoglio allo stomaco, adesso risalito al cuore, sembra essere - per ora - solo un ricordo lontano.








-




 

Manuel è steso supino sul lato sinistro del letto - il suo preferito - e si sente strano. Non ricorda neanche come ci sia finito lì, in realtà, che qualche secondo prima si trovava con Simone a mangiare fonduta di formaggio mentre ridevano e parlavano del più e del meno.

Simone, comunque, è accanto a lui e gli dà le spalle. Il suo respiro è profondo, lo vede dal modo in cui esse si alzano e si abbassano, nude, costellate da nei che paiono illuminarsi più delle stelle alla luce dei lampioni.

Simone è accanto a lui e per questo si sente al sicuro.

Eppure sente ogni secondo collassare su sé stesso, come se non avesse neanche il tempo di pensare.

Non pensa, infatti.

Agisce come se l'avesse fatto in quel modo in tutti i secondi precedenti della sua vita. Scivola alle sue spalle, copre con il polpastrello tutti i nei della sua schiena come se li stesse contando, ma perde il conto ogni volta e non ha tempo di ricominciare da capo. Allora li accarezza, con la scusa di unirli, di disegnarvi costellazioni e desideri, poi li bacia come se non avesse mai avuto vergogna di pensare alla sua pelle sotto i propri sensi.

''Simo'...'' soffia, quando dall'altro non riceve alcuna reazione.

La stretta che lascia sul suo fianco, che sembra stranamente immateriale, è in realtà l'unica cosa che lo fa voltare, assonnato, ma con mezzo sorriso stampato sul volto.

Per quanto sia la cosa più bella che abbia mai visto, non pensa e lo bacia, con docilissima forza. Preme le labbra sulle sue prima piano, poi forte, poi fortissimo, che sono immateriali eppure gli scavano dentro, come non pensa quando a scavargli dentro è la sua lingua dolce, che sembra però aver trovato casa sua.

Manuel non pensa, non ha tempo, o forse perché sa che è quello che vuole e che ha sempre voluto. Allora rotola sul suo corpo scacciando via le lenzuola come un pazzo, continua a baciargli le labbra, poi il collo, poi il petto mentre fa scivolare via sia i suoi che i propri boxer, l'uno dopo l'altro.

Simone mugola, ma è un suono troppo ovattato per i gusti di Manuel, che quindi lo guarda per necessità.

Sta sorridendo ancora, nota, e si mordicchia il labbro inferiore teso.

''Manu...'' e lo vede, lo sente che va bene così, che sta facendo bene, e allora non c'è tempo se non per quattro parole che smuovono un mondo.

''Mi vuoi?''

''Ti voglio.''

E non si sa chi abbia detto cosa, che sembra tutto immateriale sotto le sue dita, anche l'erezione che riempie per la prima volta i suoi occhi e poi la sua bocca, così come sente immateriale - eppure Simone geme e si contorce, folle alla sua stessa maniera - l'apertura stuzzicata prima dalla bocca e poi dalle dita.

Non si sa chi abbia detto cosa ma il solo fatto che sia stata detta convince Manuel che si siano disintegrati tutto il male e le paure, tutto il ribollir dei sentimenti nel suo stomaco.

Anche se si sente strano - che forse, semplicemente, è la sua seconda prima volta - Manuel ha proprio bisogno che succeda e ha bisogno che anche Simone ne abbia bisogno, per cui lo guarda di tanto in tanto, anche se non ha tempo, per assicurarsi di non essere un egoista.

Non lo è, che Simone lo tira a sé per baciarlo mentre gli rinvigorisce l'erezione con le dita. Pure se è immateriale lo sa che si sta eccitando, lo verifica abbassando la testa e guardandola da sé. Ciò che non si spiega è come quando si sia messo il preservativo, ma sa anche che ogni barlume di razionalità viene a disintegrarsi davanti all'immagine di Simone, esposto completamente per lui.

Si china, quindi, a baciargli l'interno coscia, inspirandone l'odore che però non riesce a sentire. E si maledice, che forse i sensi non gli funzionano più per quanto il tempo scorre veloce, va avanti e lo supera, che magari già l'ha sentito ma neanche se n'è accorto, allora risale con la lingua e le labbra su tutto il suo corpo, fino ad arrivare all'incavo del suo collo che quella notte di poco più di due anni prima profumava di Simone e di camelia. Vi affonda il naso come affonda in Simone, che spalanca le gambe e gli geme con le labbra strette sui capelli, mentre Manuel si costringe a spingere e a respirare contemporaneamente, nonostante l'odore di Simone non ci sia.

Dovrebbe sentire qualcosa, una scossa arrivargli fino alla punta dei capelli, il sollievo di aver finalmente provato l'amore dopo averne sciolto i suoi districati fili, eppure è tutto immateriale e non capisce cosa stia succedendo.

Non sente niente, solo angoscia.

La prima cosa a sparire sono le mura di quella stanza, lanciandoli nel buio pesto di un cielo senza stelle.

Ecco, la seconda cosa a sparire sono le stelle.

''Manu...'' geme sotto di lui, Simone, sotto i suoi movimenti scomposti. Sembra non accorgersi di nulla e il dubbio che si sia semplicemente suggestionato gli si insinua nella mente. Chiude gli occhi, quindi, e continua a spingersi in lui toccando la sua fronte con la propria. Passano secondi eterni prima che li riapra e si accorga che la terza cosa a sparire è proprio la voce di Simone, che la bocca si muove, che forse gli sta dicendo ti amo, ma nessun suono fuoriesce a calmarlo, a fargli capire che va tutto bene.

''Simo'?'' sente la necessità di accarezzargli il viso, ha la macabra sensazione possa disfarsi sotto le sue dita ed è proprio quello che succede.

Prima che possa dirgli ti amo anch'io spariscono le sue labbra, poi il suo naso, poi i suoi occhi grandi, poi tutto Simone, quel corpo che lo stava facendo finalmente sentire degnoutile.

E l'impatto col materasso non fa male quanto il cuore che gli schizza via, quanto la disperazione con cui si aggrappa al lenzuolo, quando il vento che sembra spezzare in due il suo corpo nudo.

Sente di nuovo quella nausea che era riuscito ad ingoiare fino a disintegrarla, ci prova anche a scendere dal letto ma basta sporgersi per rendersi conto che con quel letto sta sorvolando Cardiff.

Le mani tra i capelli e la sensazione di frustrazione gli suggeriscono che qualcosa non va, che qualsiasi cosa sia deve uscirne, perché sotto di lui non c'è solo Cardiff, in una crudele surrealtà che lo fa sentire sull'orlo della pazzia, ma c'è anche Simone, c'è Derwen, c'è l'università, ci sono gli amici felici di stare insieme e lui non c'è.

Manuel non c'è, ma c'è una vita che non gli appartiene - o semplicemente che ha già lasciato andare.

Non ha tempo di pensare, vuole solo raggiungerla, vuole solo fare il salto che non ha mai avuto il coraggio di fare, sporco codardo che ha vissuto una vita a sentirsi forte in mezzo ai criminali, per poi diventare un debole di fronte alla felicità.

Gattona fino al bordo del letto, non ha più paura del vuoto, almeno fino a quando il suo corpo non finisce per penzolare in quel vuoto in maniera scomposta a causa del vento forte, mentre le sue mani si aggrappano al bordo del letto. Non ha tempo di pensare, eppure è sicuro che niente di ciò che sta sorvolando lo sta aspettando, che il tempo scorre, va avanti e lo supera così velocemente che quando atterrerà ci sarà solo il cemento.

Ma una folata di vento, che somiglia alla voce di Simone, un po' più forte e prologo di un violento uragano, lo costringe a lasciarsi andare.








Atterra di nuovo sul suo materasso, il cuore davvero in procinto di schizzare fuori dal petto, una sensazione che lo porta a respirare l'aria che gli manca nei polmoni, che lo porta a sedersi sul letto e a controllare con ossessione che tutto sia al suo posto, il cielo, le stelle, le pareti, la stanza, Simone.

Simone è ancora lì, accanto a lui, ma lo guarda preoccupato senza capire cosa fare, forse svegliato di soprassalto a sua volta.

Non riesce a provare sollievo, comunque, che un conato di vomito gli risale dalla bocca dello stomaco e l'unica cosa che riesce a fare è scappare, quasi gattonando, nel bagno, lanciandosi di nuovo sul sanitario, vomitando finalmente tutto ciò che lo stava quasi uccidendo.

Più vomita, più ricorda come sia arrivato in quel letto, per quanto preferirebbe non farlo.








Aveva continuato a mangiare fonduta affinché quel momento non finisse. A nulla erano serviti gli avvertimenti di Simone, anche perché dopo il quarto aveva cominciato a divertirsi anche lui per il modo in cui Manuel non riusciva a staccarsi da quella pentolina, quasi ne avesse bisogno per disperazione.

Si erano trattenuti al locale fino ad oltre la mezzanotte, tanto che avevano dovuto cacciarli - seppur con gentilezza - e avevano deciso di fare un giro un po' più lungo per smaltire l'abbuffata. Faceva molto fresco, c'era anche tanto vento, e per quando si stringessero nei loro giubbotti era difficile camminarvi contro.

Allora Manuel s'era aggrappato al braccio di Simone, appiglio per fronteggiare qualsiasi tempesta, e avevano camminato per un pezzo così, stretti e in silenzio.

''Che fai, Manu?'' aveva chiesto poi Simone, quando in uno dei vicoletti imboccato quel vento sembrava essersi dissipato.

L'altro aveva scrollato le spalle, quasi ubriaco del nulla. ''Te posso chiede' de' non fa' domande?'' frutto di una poca lucidità a causa della quale non sarebbe riuscito a fornire adeguate risposte.

''Va bene.'' gli aveva concesso Simone. ''Ma non puoi farlo per sempre, Manuel. Ho un limite anch'io e tu non mi aiuti...'' gli aveva confessato, poi. Tuttavia, aveva continuato a tenerlo stretto, a sussurrargli tutto ciò tra i capelli, dato che la testa dell'altro gli era scivolata sulla spalla.

Manuel su quella spalla vi aveva appoggiato la fronte, borbottando. ''Domani Simo', domani parliamo, te prego...'' gli aveva detto, avvertendo il primo conato di vomito.

Simone aveva solo sospirato, che erano arrivati in albergo e non rimaneva che tornare in camera e riposare.

Poi però, nella hall, avevano incontrato tutti gli altri, di ritorno dalla serata. Giulio e Aureliano avevano preso subito Manuel da parte per prenderlo un po' in giro, tra pacche sulla spalla capaci di fargli venire il mal di mare e le loro solite battutacce. Ma Manuel non vi aveva fatto minimamente caso, perché gli occhi erano puntati su Derwen che prendeva a braccetto Simone - come aveva fatto lui prima, che aggrappato a quel braccio stava così bene - e lo conduceva al bancone del bar, non molto lontano da lì, per offrirgli quella birra che qualche ora prima aveva rifiutato.

Li aveva visti ridere, nonostante Simone all'inizio sembrasse forzato, poi aveva visto i suoi occhi farsi dolci. Chissà perché, chissà per cosa.

E non l'aveva sopportato.

Si era liberato dei suoi amici allora, a cui avrebbe chiesto scusa in seguito, per raggiungere Simone ed interrompere lo scambio di sguardi infinito con un ragazzo che non era lui, per buttarglisi addosso disperato, per (non) fingere di stare malissimo e di aver bisogno di essere accompagnato in camera.

Erano saliti in silenzio fino al terzo piano, Simone aveva maledetto il sensore che non era riuscito a leggere subito la chiave, erano entrati in fretta e furia ma Manuel non aveva vomitato nulla che non fosse ansia, paura e frustrazione.

Simone aveva perso la pazienza, aveva sbraitato, l'aveva chiamato bambino, gli aveva detto che poteva anche smetterla di considerarlo uno stupido, che si era accorto che l'avesse fatto apposta, che se aveva problemi con la gelosia avrebbe dovuto risolverli prima di continuare a confonderlo.

Poi era andato a mettersi a letto, stanco, lasciandolo da solo, abbracciato a quel cesso, a maledire la fottuta fonduta di formaggio.

L'aveva perso.








C'è l'inferno dentro di lui, che parte dallo stomaco ed arriva fino in gola, alla bocca che continua a perdere materia dal colore e dall'odore indecenti, eppure lo sente per un attimo spegnersi quando due mani gli tirano indietro i capelli.

Mentre una poi rimane a tenerli, l'altra raggiunge la fronte, gliela tiene con cura, non sottraendosi a lasciarvi delle carezze.

''Hai anche il coraggio di dire che mi ascolti?''

''Simo...''

''Non parlare, pensa a vomitare.''

Manuel non se lo fa dire due volte e continua quella sporca e fastidiosa pratica. Non ha quasi mai vomitato, neanche da piccolo, per cui non c'è mai stato nessuno a tenergli la testa per così tanto tempo.

Non c'è stato mai nessuno e basta, che il resto delle cose le ha sempre fatte da solo, prigioniero della sua riluttanza per ogni forma di coinvolgimento emotivo, schiavo del doversi costruire da solo la sua integrità, del non potersi sentire debole.

Con Simone, invece, gli viene naturale sentirsi così, abbandonarsi, forse per la sicurezza che gli dà la sua presenza, in qualunque caso. E vomita ancora quando si rende conto di averne approfittato per anni di questa presenza incondizionata, vomita perché si sente meschino a fare il pazzo nel momento in cui, forse data per scontata, rischia di tremare e di scomparire.

Vomita per sé stesso, perché c'è troppo nel suo stomaco, c'è tanto ancora da buttare fuori prima che la tortura finisca.

E i colpi di tosse si intensificano, gli tolgono il respiro, gli occhi gli si riempiono di lacrime, non ce le fa più.

Il petto di Simone aderisce contro la sua schiena, le mani tengono forte i capelli e contemporaneamente lo accarezzano piano.

''Shh, vomita tutto che ci sono io qua con te.''

Manuel lo sente.

Simone c'è, ancora una volta, nonostante tutto.

Non è ancora andato via.

Può ancora recuperare.

Deve solo smetterla di vomitare, ridurre al minimo la latenza, costringere le sue corde vocali a vibrare le note di una canzone giusta, l'unica che vale la pena di essere cantata.

È per questo che si agita quando i capelli gli rimbalzano sulla fronte e il peso del corpo di Simone alle sue spalle scompare. Poi, però, sente il rumore dell'acqua del lavandino che scorre e una mano bagnata che, senza permesso, va a sciacquargli con cura la bocca, una, due tre, cinque volte.

Chiude gli occhi, che quella stessa cura rischia di farlo crollare. Le sue ginocchia ballano, nonostante siano sul pavimento, e quando Simone tarda nel gesto riapre gli occhi con il terrore che tutto sia sparito di nuovo.

Per sua fortuna - o forse no - al posto della sola mano vi è un bicchiere con del liquido verdastro diluito

''Mh?'' mugola, confuso.

''Colluttorio. Sciacqua la bocca.''

Manuel scuote la testa, disgustato. ''Se è quella merda che usi tu sappi che fa schifo...''

''Se non lo fai ti lascio qua a galleggiare nel tuo vomito.''

No, non lo farebbe mai. Eppure quell'autorità lo invoglia, che è Simone a riportarlo sempre a terra, sulla giusta strada da percorrere. Afferra il bicchiere e procede con gli sciacqui, trattiene il disgusto e si rende sempre più conto di essersi liberato così tanto da avere lo stomaco vuoto e una sete tremenda.

Non si accorge del fatto che Simone, come se già sapesse, si è alzato per andare a recuperare una delle bottigline che avevano messo sul comodino nel caso avessero avuto sete la notte. Torna in bagno quasi correndo, si inginocchia di nuovo alle sue spalle e gliela porge.

''Eccomi.'' si annuncia, come se ne avesse bisogno, e gli lascia un bacio distratto tra le scapole.

A quel gesto, quel rischio di crollare diventa crollo effettivo.

Afferra la bottiglina, scoppiando in un pianto silenzioso. Svita il tappo senza neanche riuscire a vederlo e la svuota così velocemente da arrivare alla fine senza respiro. Nel recuperare aria, tira sù col naso, e Simone scatta subito, rendendosi conto di quanto stia tremando.

Allora gliela sfila dalle mani, lo abbraccia da dietro e se lo porta piano piano contro il suo petto, mentre lui invece appoggia le spalle alle mattonelle, aprendo le cosce per far sì che l'altro possa sedersi più comodamente.

Manuel si lascia andare come se i muscoli avessero perso qualsiasi briciolo di forza, porta la testa all'indietro sulla sua spalla e piange, stringendo le mani di Simone che circondano il suo busto.

''Simo' è stato terribile, io...era un incubo e tu-io...''

''Shh, è finito tutto.'' lo rassicura Simone.. ''Hai cacciato tutto fuori, ora starai bene.'' gli accarezza il petto, poi lo stomaco, poi gli bacia i ricci, gonfiando piano il proprio petto contro la sua schiena per aiutarlo a respirare.

Manuel ci pensa, mentre prova a calmarsi.

E proprio perché ci pensa, non si calma per niente, comincia a scuotere la testa disperato e ''No Simo', io non ho cacciato fuori un bel niente, io-'' si blocca, ed è rapidissimo il movimento con cui si libera da quella stretta, si volta e finisce a cavalcioni sulle cosce di Simone, che si stendono in avanti istintivamente.

Se Manuel sta piangendo, Simone non è da meno - anche se prova con tutto sé stesso a trattenersi.

Si aggrappa ai fianchi di Manuel per non farlo cadere, mentre quest'ultimo prova con imbarazzo ad accarezzargli la mandibola, gli zigomi, le guance.

''Sei qua.''

Simone annuisce, sfiorando per caso il naso di Manuel.

''Sono qua.''

''E te ne vai?''

''Manu...''

''Te dà fastidio il retrogusto di vomito, Simo'?'' gli chiede, con urgenza.

Non glielo dà il tempo di rispondere, che il tempo scivola, lo sorpassa, lo precede, e lui lo deve riacciuffare e far sì che torni a scorrere.

Non gli dà il tempo neanche di respirare perché lo bacia, lo bacia così intensamente che il tempo si riavvolge e torna indietro a quella notte, quella in cui non avrebbe dovuto confonderlo, negare, quella in cui non sarebbe dovuto scappare dal suo futuro.

Lo bacia così intensamente che le lingue si intrecciano, i denti cozzano, i bacini entrano in contatto e non c'è più modo di tornare indietro, soprattutto per Manuel, che sembra essere ancorato su quello di Simone per il modo in cui quest'ultimo gli stringe i fianchi e lo tiene a sé.

Continua a farlo anche quando prendono fiato, come non ha potuto farlo quella notte, e Manuel non scappa, che se potesse decomporsi sotto le sue mani si lascerebbe andare a quel destino più che volentieri.

Si respirano dentro, increduli entrambi, mentre tornano a guardarsi in cerca di spiegazioni.

''Perché io e te non ci mettiamo insieme, Simo'?''

''Chi, io e te?''

''Eh...chi, sennò?''

Stanno sussurrando, con le mani che non smettono di accarezzare o stringere qualsiasi parte del corpo arrivino a toccare.

''Io sono un coglione, lo so. Però adesso...adesso è diverso, io...lo so che me vuoi ancora bene.''

''Sì.'' soffia Simone, smorzando il principio di un sorriso. ''Te ne-te ne voglio.'' balbetta.

''E allora che stamo a fa?'' chiede Manuel, quindi. Poi, annuisce rassegnato. ''Lo so, ho fatto più errori co' te che nei compiti de matematica degli ultimi tre anni, però non t'ha mai paralizzato la paura a te? Non t'ha mai divorato dall'interno tutta la voglia d'andatte a prende' quello che te faceva sta' bene?''

Simone gli accarezza le spalle, quasi lo conforta. ''Troppe volte, Manu. E lo so che tu hai sempre avuto paura, lo so. Ma non è questo il problema...''

''E qual è, mh? Dimmelo e te giuro che lo metto a posto, metto a posto tutto.''

''Il problema è che io ci sono cascato già una volta con te e se ci casco due poi...non saprei come rialzarmi. Lo capisci? Sono io a dover mettere a posto tutto, e-''

''No, non succederà, te lo giuro Simo'. Non succederà, perché ce sto io, perché me prendo cura de te come tu fai de me ogni volta e scusa se non ti dico mai grazie come te meriti.''

Simone scuote la testa e ''Per quanto a volte mi pare assurdo, sei tu che hai salvato la vita a me, Manuel, non il contrario.'' ammette, forse per la prima volta.

''E allora se vede che non hai capito proprio un cazzo, Simo'.'' soffia Manuel, con voce rotta. ''Se io so' arrivato a quest'anno è perché tu hai quasi sacrificato la tua vita per me. E te giuro che avrei fatto di tutto pe' non farti vivere le stesse cose che stavo vivendo io, di tutto. Pure allontanarti.''

''Non l'hai fatto.''

''C'ho provato, stronzo. Ma te sei quasi ammazzato e io me so' sentito morire co' te.'' Manuel gli stringe le guance, gliene bacia una per disperazione, con tanti piccoli schiocchi. ''Quanto t'ho odiato quella notte Simo', e quanto t'ho amato poi, tu non lo puoi sapere.'' gli confessa finalmente, col fiatone.

''Manuel...'' sussurra Simone. ''Per favore, pensa bene a quello che dici perché io non lo sopporterei...''

Manuel lo bacia di nuovo, stavolta con più calma, prendendosi tutto il tempo per infilare le dita tra i ricciolini sulla nuca e districarli piano piano, sotto il suono di qualche piccolo gemito incontrollato del gigante sotto di lui.

''Sai cosa succede se io e te non ci mettiamo insieme?'' gli dice, labbra contro labbra. ''Succede che la scuola finisce, che dobbiamo trovare la nostra strada, succede che ci dimentichiamo di noi ed è triste questa cosa, è triste. Perché significa che saremo diventati grandi. E io non voglio crescere senza di te, 'n te voglio dimentica, 'n te voglio perde', 'n te voglio sta a guarda' da lontano assieme a tutto quello che non m'appartiene, voglio farne parte Simo', fino all'ultimo secondo. Non voglio sentirmi inutile, voglio costruire qualcosa e posso farlo solo co' te perché amo solo te.''

''A te faceva schifo la parola amore, quando t'ho conosciuto.'' gli ricorda Simone, perfettamente lucido nonostante le farfalle nello stomaco - che la resistenza degli ultimi tre anni è stata rinforzata da un'attesa infinita che stava per diventare sterile e da batoste silenziose di cui non gli avrebbe comunque mai attribuito la colpa. ''Ti ho odiato perché tutto quello che credevo di vedere in te, puntualmente, me lo nascondevi come se fosse un crimine essere un adolescente, provare qualcosa che non fosse la rabbia che ti portavi dentro. E mi sono odiato anch'io per aver insistito troppo, per aver preteso che l'essermi scoperto grazie a te fosse lo specchio del percorso per la tua di scoperta, grazie a me. Mi sono sentito anche io un po' inutile...''

''Ma non lo sei stato.'' lo interrompe Manuel. ''Pe' niente. Visto perché m'hai salvato?'' gli sorride teneramente. ''Perché alla fine ce l'hai fatta e m'hai fatto capi' che te amo e che so' bisessuale.''

Simone non sembra sorpreso da quella confessione. Emozionato e felice sì, però, e il sorrisone che mette sù è incomparabile a qualsiasi altro sorriso esistente, è tutto suo, con quello spazietto tra i denti che gode dell'amore di Manuel quanto tutto il resto.

''Mi hai fatto attorcigliare lo stomaco.''

''Che devi vomita' pure tu?''

''No, è l'emozione, credo.''

Il bagno è illuminato solo dalla luce esterna che proviene dalla finestra, per cui Manuel si perde con lo sguardo su quella pelle di luna, sul colletto un po' sgualcito - a causa sua - della maglia del pigiama e sugli occhi gonfi di un sonno a cui l'ha strappato via, spera per riprenderselo definitivamente.

''Me piace quando me dici come te senti.''

''Perché?''

''Perché sei dolce.''

Simone gli spinge una spalla, sbuffando imbarazzato. ''Scemo.''

''Ao, è la verità.''

''La parola dolce detta da te non si può sentire, sappilo.''

''Tanto che la dico male?''

''Non la dici male, è questo il problema.'' sorride, Simone, mostrando a Manuel la profondità delle sue fossette. Questo ne riempie una, infatti, con l'indice destro. ''Però anche tu devi dirmelo." continua il corvino.

''Come me sento?''

''Mh.''

Crede sia la prima volta in cui si concentra davvero. Non stacca le mani dal viso di Simone, anzi, continua a percorrerne ogni centimetro, ma chiude gli occhi, respira e pensa - ora che il tempo è tornato sui propri passi e scorre come dovrebbe. Pensa che dall'amore per Simone non può più scappare. Pensa di sentirsi così a proprio agio su di lui che non vorrebbe mai più essere altrove. Pensa che lo disegnerebbe ad occhi chiusi, dettagliatamente, persino in ogni sua strana, buffa espressione.

Pensa che si sente vuoto senza Simone.

Vuoto, è la risposta.

Ma detta così, forse, non gli farebbe capire la potenza.

Allora c'è qualcosa di ancora più vero che può dirgli, una richiesta disperata per cancellare l'incubo appena fatto e sostituirlo con la realtà.

Apre gli occhi, gli lascia un bacio sulle labbra.

''Io voglio che fai l'amore co' me.''

Simone boccheggia, deve necessariamente pressare la schiena contro il muro per evitare di scivolare con Manuel addosso, e questo fa sì che ci sia un'altra frizione tra i loro bacini, tra le loro erezioni che piano cominciano a crescere al solo pensiero.

''Tu-tu davvero?''

Manuel comincia a lasciargli baci su tutto il viso, poi si sporge verso l'orecchio destro e ''Sì.'' sussurra, mordendogli il lobo.

Simone sospira piano, ritrovandosi improvvisamente con le labbra contro il suo collo. Lo lecca e lo bacia, costretto da quella vicinanza e dal pomo d'Adamo che lo richiama a gran voce, facendo sì che Manuel quasi gli urli un gemito, in quell'orecchio.

''E allora dobbiamo alzarci.'' gli fa notare Simone, infilando le braccia sotto la sua maglietta per incastrare le mani dietro la sua schiena.

In risposta, lasciando la propria pelle rabbrividire, infila le mani sotto la maglietta dell'altro e le fa risalire piano lungo il petto, fino a sfilargliela completamente. La getta chissà dove, getta uno sguardo sul suo petto niveo, dove altre mille stelle brillano per indicargli una strada che ha già imboccato e che ha intenzione di percorrere fino alla fine.

''Te sei sicuro che te vuoi alza', sì?''

Simone scuote la testa e fa lo stesso con la t-shirt di Manuel, che getta con violenza alla sua destra. ''Non proprio.'' bofonchia poi, baciandolo a stampo.

Manuel gli scompiglia i capelli trattenendo un sorriso e Simone non ce la fa a protestare, per cui si lascia maneggiare la testa mentre si incanta a guardare i tatuaggi sul suo petto.

''Sei bello.''

''Sì?'' trema.

''Tantissimo, Manu.''

''Pure tu.'' Manuel lo bacia, si agita sul suo bacino, glielo fa sentire. ''Per questo voglio che fai l'amore con me adesso.'' continua a muoversi, ondeggiando come mai il suo corpo aveva fatto prima, riscoprendo una sensualità che non aveva mai contemplato.

Simone apprezza, lo sente dal rigonfiamento che cresce sotto di sé, e prova una soddisfazione tale che gli pare di rinascere, di non essere mai stato essere vivente e pensante prima di quel momento.

''M-Manu il pre-preservativo.'' biascica sulle sue labbra, mentre sulla parte bassa della schiena lascia qualche graffio di frustrazione.

Manuel, a malincuore, ferma quel movimento - sperando, comunque, di posticiparlo solamente. ''Te ne sei accorto che l'albergo ne dà uno in dotazione assieme allo shampo-doccia che puzza de morto?'' ridacchia, abbandonando per un attimo quel posto felice solo per arrampicarsi sul lavandino e recuperarlo. Torna giù, se lo rigira tra le mani, non riuscendo a capire dove si trovi l'apertura a causa del buio.

''Non è che puzza de morto pure questo?''

''Ci sarebbero gli estremi pe' 'na denuncia, Simo'.''

Simone alza gli occhi al cielo - Manuel fa in tempo a notarlo e vorrebbe baciarselo tutto fino a smettere di respirare -, gli strappa il quadratino bianco latte dalle mani, ne tasta il bordo e riesce finalmente a trovare l'apertura. ''Ecco qua.'' dice, porgendoglielo ancora all'interno della bustina.

Manuel lo afferra, sull'orlo dell'eccitazione, ma in realtà rimane a fissarlo e a ripercorrere l'incubo che aveva fatto poco prima, dove Simone spariva.

Non ha tempo per pensare, neanche adesso.

Non perché non esista il tempo, ma perché non vuole perderne più.

''Mettilo tu.'' decide.

Glielo porge di nuovo, sotto i suoi occhi increduli, sotto il proprio cuore accelerato.

La mano di Simone trema come una foglia, mentre lo afferra, rischiando di farselo cascare dalle dita diventate gelatina.

''Manuel, tu sei sempre sicuro di quello che stai dicendo, sì?''

''T'ho sognato mentre facevamo l'amore ma non sentivo niente. Né se te stavo a fa' male, né se te stavo a fa' felice. Non sentivo il tuo profumo, il tuo odore, Simo'.'' gli bacia una clavicola, inspira il suo profumo preferito. ''Poi è sparito tutto e sei sparito pure tu, sotto le mie dita. Come succede nelle mie paure, quelle in cui te ne vai ed io non vengo co' te. Non c'erano più gli occhi'' glieli accarezza ''il naso, le labbra, 'n ce stavi più tu attorno a me e io ho paura di riviverlo e l'unico modo per non farlo è che...che tu entri dentro di me.'' sospira. ''Perché io rimango qua sempre e se vuoi non me ne vado più, te voglio solo senti'.''

''Ti amo, Manuel.''

Simone risponde come avrebbe sempre voluto fare, ad ogni raro perché di Manuel.

Perché lo fai?

Perché vieni con me?

Perché ti sei messo nei guai?

Perché mi hai perdonato?

''Ti amo proprio tanto e se tu mi vuoi davvero io non me ne vado.'' sta delirando, mentre gli sfila i pantaloni e i boxer Manuel fa lo stesso, sorridendo - nonostante siano scomodi e non facendo caso alle ginocchia che gli tremano di nuovo.

''Mi vuoi?'' chiede Simone, distintamente.

''Ti voglio.'' risponde Manuel, senza più alcun dubbio. ''Ti voglio troppo.''

Dopo un po' di tempo - quello che serve a Simone per rinvigorire l'erezione ed infilarsi attentamente il preservativo - sente le sue mani stringergli i fianchi nudi, così forte che spera tanto che vi rimangano i segni.

Ci spera anche quando sposta i palmi sulle natiche, quando le massaggia, quando le apre, esponendo la parte più profonda di sé all'aria e alle sue dita. Simone stuzzica l'esterno dell'apertura con i polpastrelli, aiutando Manuel ad abituarsi alla sensazione.

''Mi-mi piace.'' farfuglia.

Gli piace molto e comincia a gemere piano, spogliandosi di ogni inibizione di cui non si credeva vestito.

Simone lo fa sollevare solo un po', cominciando a mordergli l'esterno della coscia. Non si dedica alla sua erezione se non con la mano - che Simone il sapore di Manuel l'ha già conosciuto due anni prima e da allora sembra non averlo più dimenticato - costringendolo a gemere più intensamente e ad aggrapparsi con le mani alla sua nuca.

''Faccio piano, ma se ti fai male mi fermi va bene?''

Manuel annuisce, in attesa, poi ''...-mone.'' farfuglia, appena sente le dita inumidite di Simone entrare dentro di sé. Si fanno strada piano, con la dolcezza che le caratterizza, pur facendo sentire la loro presenza. Ed è una presenza che riempie, naturale prolungamento dell'anima di Simone, che ha riempito ogni vuota prospettiva di futuro che s'era immaginato due anni prima.

Le labbra del corvino, intanto, viaggiano sul suo addome, sul suo petto, lasciano qualche morso, qualche segno che vorrebbe diventasse indelebile, ed è così felice, così eccitato, così aperto che inizia ad agitarsi e ad andare incontro alla spinta delle dita, che non gli bastano più.

''Manuel, piano...'' grugnisce Simone, succhiandogli un capezzolo.

''Ah-Simo, io so-sono pronto.''

''No.''

''Sì.'' si ribella. ''Per favore, per favor-'' si blocca, con il fiato sospeso, quando sente il vuoto dentro.

Ma non si preoccupa, non stavolta, che basta poco prima che senta la punta del membro di Simone sfregare sull'apertura. Gli sembra piena, grande, capace di fargli arrivare una scossa fino alla punta dei capelli, e allora è di sua iniziativa che si cala su di essa, strappando a Simone il primo gemito a pieni polmoni, in contemporanea con il proprio.

Si lasciano andare fino all'ultimo soffio di fiato, guardandosi negli occhi.

È incredibile come gli venga da sorridere, nonostante quel leggero dolore da prima volta.

È incredibile ma è così, perchè finalmente sente Simone dentro di lui e non ha più motivo di nasconderlo, di soffocarlo, di rifiutarlo. Lo accoglie famelico, che sente il bisogno di muoversi su di lui e lo fa, andando incontro alle sue spinte e lasciandolo senza fiato.

Simone poggia la testa alle mattonelle dietro di sé, e dal basso guarda Manuel che ha gli occhi socchiusi, si muove e ha la voce libera che canta, solo per lui.

Gli stringe le natiche e ''Dio, come ti amo.'' lo tira per la nuca e lo bacia, mentre Manuel rallenta per un attimo i movimenti, gode della pienezza a cui si è già abituato, e torna a muoversi veloce, creando un ritmo con lo schioccare della pelle sudata dell'altro contro la sua.

''Io ti amo di più.'' risponde Manuel, convinto.

E forse Simone ci crede, anche solo per il mondo in cui si sta lasciando andare completamente a lui - cosa che non solo non credeva possibile, ma non aveva neanche mai provato ad immaginare.

''Questo lo vedremo.'' grugnisce, però, pieno del suo orgoglio - che gli fa guadagnare un morso sul labbro e un affondo veloce e deciso del suo bacino, che permette a Manuel di inglobarlo completamente.

Rimane così, fermo, pieno di Simone fino all'ultimo centimetro.

Stringe le cosce, si stringono le pareti, e Manuel è così caldo che a Simone questo basta per venire, nel preservativo, ma dentro di lui, con un urlo strozzato sulle sue labbra.

''Mio dio...'' geme Manuel.

Neanche si dà il tempo di riprendersi che Simone si precipita a pompargli l'erezione per far sì che lo raggiunga, e Manuel riesce a venire davvero dopo poco, sia per la sensazione di avere Simone ancora dentro di lui, sia per sue mani e per le sue dita che sembrano ricordarsi esattamente cosa fare e come farlo.

Qualcosa vibra sotto la sua pelle a lungo, ed è proprio quella sensazione che si aspettava, forse anche più bella.

Simone non ci pensa neanche ad uscire e Manuel non protesta minimamente; è troppo stanco per farlo e troppo felice per privarsene.

Adesso sì che si concedono un po' di tempo per riprendersi, per respirare, per guardarsi e constatare che tutto attorno a loro è ancora integro.

''Sei qua.''

''Sono qua.''

''E te ne vai?''

''Solo se tu vieni con me.''

Manuel sorride, abbassa lo sguardo, arrossisce, improvvisamente imbarazzato da tutto.

Si nasconde nell'incavo del collo di Simone e sospira, senza però emettere un suono.

Simone lo abbraccia, ridacchiando.

''Che c'è, ti vergogni?''

Manuel emette un mugolio di assenso, sfregando il naso sulla sua pelle.

''Vuoi che esca?''

''No, rimani.''

''Va bene.'' gli bacia una spalla, ripetutamente.

''Comunque ero geloso.''

''Ma va'?! Non me n'ero accorto.''

''E con quella fonduta m'hai reso felice.''

''Ma se hai vomitato tutto!''

"Però ce stavi te co' me. Mo' ce stai te co' me.''

C'è Simone, in quell'incubo diventato sogno. Ha fatto un salto nel vuoto e si è ritrovato tra le sue braccia, con nuove prospettive del futuro a tracciarsi davanti a sé.

Tutto per colpa di - o grazie a - quella maledetta fonduta di formaggio.






























 

Notes:

Ciao amə. Forse nella mia testa in partenza era un'idea migliore dello sviluppo che vedete qui, sperò spero vi piacciucchi comunque.

P.s. la reference per questa FF sono i fumetti di Winsor McCay🧀🧀

Grazie per aver letto, vi voglio bene 🖤