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Legami di sangue

Summary:

Da che aveva memoria, forse ancora prima di iniziare a gattonare, Katsuki aveva afferrato le verità fondamentali della sua vita: la mamma dei suoi fratelli non era anche sua madre.
Sua madre era una puttana arrivista.
Alla gente non piacevano le puttane arriviste, dato che internet pullulava di commenti malevoli su quanto fosse soddisfacente che la moglie di Endeavor avesse partorito prima di lei un bambino perfetto, fottendo i suoi piani.

Fondamentalmente Katsuki poteva riassumere cinque anni di vita nel fatto che ogni problema dei Todoroki fosse imputabile alla sua esistenza: semplice e chiaro.

Notes:

"Katsuki figlio illegittimo di Endeavor" è un'idea che mi ronzava nella testa da molto tempo, e finalmente mi sono decisa a scriverla.

Chapter 1: 5 anni

Chapter Text

 

 

 

«Shoto, Katsuki-kun: vi ho già detto di non adoperare i vostri quirk in pubblico!»

Katsuki ignorò come sempre il fatto che loro sorella si rifiutasse di chiamarlo senza adoperare la civile, affatto sottile barriera del titolo onorifico. Almeno, a differenza di Natsuo, Fuyumi si sforzava di parlargli.

E non badò nemmeno al suo stupido ammonimento: si trovavano alla cerimonia di premiazione per la classifica annuale dei dieci migliori eroi, la quinta da che lui e Shoto erano nati e la prima da quando avevano sviluppato i loro quirk, ed era assolutamente ovvio che a loro padre, inamovibile dal secondo posto, piacesse vederlo mettersi in mostra con giornalisti ed eroi – gli piaceva ancora di più vedere Shoto, attorno al quale si era radunata una folla deliziata, ma Katsuki ignorò pure questo con determinazione.

Si sforzò di generare un’esplosione più grande che fece trasalire leggermente un paio di persone; Fuyumi lo rimproverò di nuovo e Natsuo lo guardò storto, ma suo padre posò gli occhi su di lui e gli rivolse un cenno affermativo del capo. Dopo venne distratto dall’uomo che gli rivolse la parola.

Shoto intanto aveva obbedientemente ascoltato loro sorella e ritirato il suo quirk. Le persone attorno a loro si attardarono per qualche altro secondo, più vezzeggiandoli che facendo dei veri complimenti, cosa che Katsuki odiava e per cui incolpava Shoto, poi finirono per disperdersi, attirate soprattutto dal tavolo del buffet.

«Per favore, cercate di fare i bravi» sospirò Fuyumi.

Natsuo alzò gli occhi al cielo. «Non parlare come se non sapessimo tutti che è sempre lui ad iniziare» disse, «Shoto, preso da solo, non creerebbe mai problemi.»

Katsuki quasi poteva rispettare la tenacia con cui Natsuo perseverava a non rivolgergli mai direttamente la parola – in qualche modo, riusciva sempre a nominarlo come se non fosse lì con loro. Era incrollabile nel suo rancore, questo glielo concedeva; anche se capirlo certamente non gli impediva di ricambiare il sentimento con passione.

«Mostrare alla gente di avere un quirk potente non significa creare problemi» replicò aspro, nello stesso momento in cui Shoto rispondeva calmo: «Sono stati quei signori a chiedercelo, non è colpa di Katsuki.»

Natsuo alzò di nuovo gli occhi al cielo – Katsuki confidava che prima o poi gli sarebbero rimasti bloccati in quella posizione – ma la muta richiesta di Fuyumi lo fece rimanere zitto. Si concentrò scontroso sul cibo che aveva sul piatto e, rilasciato un breve sospiro, lei fece lo stesso.

Shoto, come sempre quando loro litigavano, aveva chinato le spalle demoralizzato. Non fu di certo per questo, soltanto perché irrequieto di suo, che Katsuki gli diede una gomitata nel fianco e attirò la sua attenzione: «Guarda lì!» esclamò. Stava indicando l’imponente figura di spalle poco distante. «Dai, facciamogli vedere quello che sappiamo fare.»

Shoto esitò. «Non credo…»

«È l’occasione per farci conoscere, lo so che lui ti piace!»

Era vero: Katsuki conosceva il super-segreto di suo fratello riguardo il fatto che ammirasse l’eterno rivale di loro padre –forse un pochino piaceva anche a lui, dopotutto All Might era figo e forte, ma non voleva avere il suo stupido autografo o chissà cosa. Il Grande Piano di Katsuki era superarlo e diventare l’Eroe numero Uno come figlio di Endeavor: niente di più e niente di meno – dunque non voleva conoscere All Might quanto piuttosto sfidarlo, ma a dirglielo Shoto avrebbe sicuramente fatto storie. Così invece, dopo un breve tentennamento, annuì.

Eludendo Fuyumi, sgusciarono tra le gambe della gente senza fare rumore; dopo essersi scambiati un’occhiata d’intesa, scattarono nel medesimo istante: Shoto intenzionato a colpirlo con un attacco frontale e Katsuki che si era spostato di lato per sorprenderlo sul fianco.

All Might non lasciò trapelare la benché minima traccia di sorpresa. Con movimenti agili afferrò Shoto per la collottola e lo issò senza fatica su una spalla. Katsuki non poté tentare di reagire che subito si ritrovò nella stessa posizione di suo fratello; provò comunque a scalciare energicamente, minacciandolo per farsi lasciare andare, ma tutti i suoi sforzi non provocarono altro che una risata.

Il sorriso di All Might era brillante.

«Endeavor, guarda qui: ho appena catturato due belve feroci che penso ti appartengano» disse con voce divertita.

Dalla sua visuale capovolta, Katsuki osservò loro padre sbuffare. Non sorrideva perché non lo faceva mai, tuttavia la linea della sua mascella si era fatta meno rigida, quasi rilassata rispetto a com’era stata sin dalla premiazione sul palco. Se già questo lo rese felice, rimase addirittura senza fiato quando lui e Shoto vennero presi saldamente dalle spalle di All Might e caricati sulle sue.

Shoto non appariva del tutto a proprio agio, mentre Katsuki fremeva di gioia; mise poi il broncio dopo che vennero scaricati a terra, almeno finché la grande mano di suo padre non si posò tra i suoi capelli – l’altra era sopra la testa di Shoto, e Katsuki si accigliò vedendo la sua espressione combattuta, tra il riluttante e lo speranzoso; davvero non capiva perché suo fratello si opponesse al regime d’allenamento di papà al punto di serbargli rancore, lì dove per lui era piuttosto un’ancora di salvezza: gli permetteva di stare soltanto tra loro tre, sbarrando le porte a Natsuo, Fuyumi e Lei, lo stancava, rendendogli più facile dormire la notte, e infine creava delle aspettative limpide a cui non si doveva far altro che corrispondere.

Shoto era strano, ma Katsuki poteva occuparsi di lui.

Intanto All Might non aveva mai smesso di sorridere. «Quanti anni avete?» domandò, con quel tono di voce che talvolta gli adulti adoperavano con i bambini piccoli e che Katsuki non sopportava: suo padre non gli aveva mai parlato come se fosse meno che intelligente e perfettamente in grado di rispondere.

«Cinque» replicò deciso. «Shoto li ha compiuti una settimana fa.»

Suo fratello aggrottò le sopracciglia. «In realtà tu ne hai ancora quattro.» disse.

«Mi mancano meno di due mesi, è uguale

«Non funziona così» si intestardì Shoto. Poi, prima che Katsuki potesse opporsi, si rivolse ad All Might. «Scusaci se ti abbiamo sorpreso alle spalle. Non volevamo attaccarti sul serio.»

«Parla per te, io non affronto i miei avversari per scherzo!» lo rimbeccò Katsuki. Udì attorno a sé alcuni mormorii riguardo un pessimo carattere in erba e delle risatine indulgenti, ma la sua attenzione venne focalizzata dall’inequivocabile lampo di divertimento balenato negli occhi di suo padre. Divenne raggiante quando lui gli scompigliò i capelli.

Katsuki era più felice di quanto non fosse da tempo, per cui, con il senno di poi, avrebbe nutrito particolare risentimento nei confronti di All Might che dovete porre quella domanda e rovinare tutto.

«Tua moglie non è venuta?»

Fuyumi e Natsuo li avevano appena raggiunti, in tempo per irrigidirsi entrambi assieme a loro padre. Shoto, a cui segretamente Katsuki fu grato, invece lo guardò preoccupato. Lo faceva sempre ogni volta che veniva nominata Lei. Per essere strano e per volerle bene, aveva preso coscienza delle cose rapidamente tanto quanto Katsuki.

All Might doveva aver iniziato a sospettare di essersi addentrato in un argomento spinoso e, molto probabilmente, avrebbe tentato di rimediare se soltanto Natsuo non fosse stato del tutto incapace di tenere la bocca chiusa – Katsuki lo odiava, non lo voleva come fratello e che crepasse pure!

«Mamma non si sente bene» disse, ignorando tanto lo sguardo di supplica di Fuyumi quanto l’occhiata d’avvertimento di loro padre. «Aveva chiesto che lui rimasse a casa, dato che non è suo figlio e non vuole che si vedano in giro quattro fratelli Todoroki con un bastardo al posto di Toya, ma Endeavor ha insistito a portarselo dietro e allora…»

«NATSUO!»

La voce di loro padre che tuonava il suo nome riuscì a zittirlo. Pur così, anche mordendosi le labbra tremanti, Natsuo mantenne un’espressione impenitente. All Might intanto ne aveva assunta una che non mostrava mai in pubblico, chiaramente desideroso di trovarsi altrove. «Non devi parlare in questo modo di tuo fratello» rimproverò Natsuo, ma con l’aria di chi avrebbe combattuto più volentieri contro un’orda di villain.

«Rimanine fuori» lo avvertì Endeavor mentre Natsuo, sempre coraggioso se poteva dare fastidio, ribadiva a voce più alta che non erano fratelli.

«Lo siamo da parte di padre, malgrado come figlio di Endeavor tu sia il fallimento numero tre» replicò Katsuki sferzante e, davvero, davvero sapeva di non doverlo fare, ma odiava gli stupidi, era di gran lunga il più dannatamente intelligente lì e non sopportava di venir considerato un bastardo sin da quando aveva compreso cosa questo significasse.

Si era messo le mani sui fianchi e stava fissando Natsuo in modo bellicoso. «Todoroki è il suo cognome, questo significa che mi basta avere il suo sangue per esserlo» proseguì. «Stupido idiota» aggiunse poi per buona misura.

«Katsuki, ora basta!»

«Ma papà…!»

«Dì ancora una parola e ne riparleremo a casa.»

Parlarne a casa non era mai una buona cosa quando papà era arrabbiato. Almeno Shoto, il quale l’aveva guardato con disapprovazione per le sue parole contro Natsuo, sentendo questo si pose subito in sua difesa, parandosi fisicamente davanti a lui. Non che Katsuki ne avesse bisogno, certo, però un poco si sentiva sollevato quando Shoto lo favoriva. Dopotutto non era come se avesse qualcun altro disposto a farlo.

Katsuki allontanò quel pensiero da deboli intanto che loro padre, al limite della pazienza, ordinava a tutti e quattro di precederlo a casa. «Fuyumi, sei abbastanza grande da prendere un taxi» disse. Guardava solo lei, probabilmente perché era l’unica che in quel momento non rischiava di fargli saltare i nervi.

Lei annuì, rapida e affidabile. Katsuki accarezzò l’idea di renderle le cose difficili per il solo gusto di farlo, magari fuggendo e obbligandola a inseguirlo per le strade, ma già mentre la formulava, sapeva che non lo avrebbe mai messa in atto. Invece si accodò dietro di lei, alle spalle la voce imbarazzata di All Might che li salutava.

 

 

La tensione accumulata rimase sospesa nell’aria una volta tornati a casa.

Lei si era chiusa nella sua camera, una fortuna che Katsuki non ebbe il tempo di assaporare dato che Natsuo, ancora sul piede di guerra, non appena varcarono la soglia gli si rivoltò contro così come non aveva avuto il coraggio di fare in pubblico.

«Non devi azzardarti mai più a considerare Toya un fallimento!» urlò.

Fidati di Natsuo per concentrarsi su questo sentendo parlare dei tre fallimenti Todoroki.

Personalmente non ricordava quasi nulla di loro fratello maggiore, morto che lui e Shoto erano troppo piccoli in un periodo dove la loro coscienza era pressocché limitata alle pareti della palestra. Però si rendeva conto di quanto la sua presenza fosse tuttora importante per il resto della famiglia. Molto più importante di lui.

Katsuki sentì gorgogliare nel petto qualcosa di brutto – qualcosa di cattivo. Sapeva di poter essere cattivo. Non voleva esserlo, ma non voleva nemmeno soffocare a causa di quel grosso, orribile grumo. L’unico compromesso che ottenne con sé stesso, mosso dalla segreta paura di venir ostracizzato da lui, fu tenere fuori Shoto.

«Siete tutti inutili!» sputò fuori. «Sarò io l’erede di papà che riuscirà a sorpassare All Might e diventare il numero uno! Posso allenarmi e diventare più potente assieme a Sho, ma voi siete inutili! Inutili! INUTILI!»

Lo schiaffo risuonò con uno schiocco sopra le sue urla, ammutolendolo di colpo. Natsuo aveva ancora il braccio alzato; tutto il suo corpo scosso da un fremito, difficile capire se di rabbia o dolore. Lo abbassò quando Shoto, le guance chiazzate di rosso per la rabbia, gli mostrò i pugni. «Non lo toccare!» esclamò.

«Non mi ha fatto niente» borbottò Katsuki.

«Ti sanguina il naso.»

Oh. Non se ne era nemmeno accorto. Katsuki lo asciugò con il dorso della mano, piuttosto sincero nel dire che non era niente; alcuni allenamenti con papà avevano avuto conseguenze molto più pesanti dello schiaffo dato da un ragazzino, e Shoto non poteva non rendersene conto. Ma forse era proprio questo a dargli alla testa.

Intanto perfino Fuyumi aveva iniziato a rimproverare Natsuo.

«Non puoi picchiare un bambino!»

Katsuki detestava venir sottovalutato, ma suo malgrado si sciolse al tocco insospettabilmente gentile con cui lei gli sfiorò la guancia. Durò poco; il tempo necessario a ricordarle che non erano davvero fratelli, Toya aveva perso la ragione a causa della sua nascita e, di fatto, rappresentasse in modo tangibile il fallimento della famiglia Todoroki, lì dove Fuyumi viveva per tenerla assieme.

Ritrasse la mano quasi che si fosse scottata.

Non gli importava – né di lei né di Natsuo. «Non stare a considerarlo un bambino» lo sentì sbottare a Fuyumi: «è una piccola carogna dura, identica a nostro padre; non potrei ferirlo neanche volendo.»

«Però ancora…»

«Cosa, vuoi dirmi che improvvisamente ti piace averlo qui?»

«Certo che no!» replicò Fuyumi con foga. Subito dopo, resasi conto di quello che aveva ammesso ad alta voce, si portò le mani sopra la bocca.

Katsuki davvero non era interessato alle loro opinioni. E avrebbe cercato di farlo capire a Shoto, il quale se la prendeva stupidamente più di quanto non facesse lui, se soltanto una voce gelida alle loro spalle non gli avesse fatto mancare il respiro.

«Siete rientrati presto.»

Lei era comparsa dal fondo del corridoio, immobile e bellissima anche con indosso abiti da casa e i capelli in disordine – doveva essersi appena svegliata e, come faceva sempre, Katsuki si rammaricò che le pillole a causa delle quali si stancava tanto non la facessero dormire molto, molto di più.

Dato che non aveva posto una vera domanda, fu difficile risponderle. Invece Fuyumi la raggiunse con un sorriso ostinato, come se fosse tutto perfettamente normale. «Mamma! Ti senti meglio?» le chiese.

Katsuki a quel punto si era già allontanato. Si ripeteva in continuazione che la sua non fosse vigliaccheria, bensì tattica: non si sfida il nemico nel proprio territorio e, checché ne dicesse a Natsuo, sapeva di essere una presenza forzata a casa Todoroki. Raggiunse la propria camera e si lasciò cadere sul letto con un tonfo.

Non era triste poiché soltanto i deboli piagnucolavano, tuttavia quella giornata non era andata come si aspettava. Ogni tanto papà era sembrato contento e questo era fantastico, ma non tanto quanto Katsuki avrebbe voluto e, soprattutto, non sempre grazie a lui.

Da che aveva memoria, forse ancora prima di iniziare a gattonare, Katsuki aveva afferrato le verità fondamentali della sua vita: la mamma dei suoi fratelli non era anche sua madre. Sua madre era una puttana arrivista. Alla gente non piacevano le puttane arriviste, dato che internet pullulava di commenti malevoli su quanto fosse soddisfacente che la moglie di Endeavor avesse partorito prima di lei un bambino perfetto, fottendo i suoi piani. Molti scrivevano anche che fosse rimasta doppiamente fregata dall’essere ormai al sesto mese e non poter più abortire. Ma che fosse stata abbastanza tosta, puttana e arrivista, ma tosta, a mollare quell’errore di percorso in ospedale, con tanto di lettera spedita ai giornalisti per mettere all’angolo Endeavor, e prendere un aereo subito dopo il parto.

Katsuki affondò il viso nel cuscino, rifiutandosi di pensare al resto. Non che ci fosse poi molto. Fondamentalmente poteva riassumere cinque anni di vita nel fatto che ogni problema dei Todoroki fosse imputabile alla sua esistenza: semplice e chiaro.

«Stai dormendo?»

Non aveva granché voglia di parlare con Shoto, ma dato che lui lo aveva seguito invece di rimanere con sua madre, Katsuki immaginava di dovergli lo sforzo. Si rigirò su un fianco, così da poterlo guardare. Lui intanto era entrato e si era seduto sui talloni, sempre composto e impeccabile. Ma Katsuki non poté neanche provare a risentirsi che Shoto allungò la mano sinistra e la poggiò sulla sua guancia gonfia senza battere ciglio, rilasciando quel minimo di freddo sufficiente a dargli sollievo; fu così da Shoto, in un certo senso la summa di suo fratello e del loro rapporto, che Katsuki capitolò lì dove non si era neanche reso conto di essersi irrigidito.

«Tu sei mio fratello, sai» disse Shoto. Più che serio, il suo tono era quello incontestabile di chi afferma un dato di fatto. Il più delle volte era ottusamente granitico come un sasso e del tutto esasperante, mentre altre, come adesso, la sua sicurezza imperturbabile sapeva rassicurarlo.

Katsuki rilasciò un breve sospiro. «Lo so.»

Shoto annuì solennemente. «Bene.» disse. Quindi, come se fosse una conseguenza logica: «Ho voglia di giocare.»

Rimase sottinteso che dovessero approfittare dell’assenza di loro padre. Spesso Katsuki si opponeva, il primo a volersi allenare costantemente, ma ora non si fece pregare. «Palla?» propose alzandosi in piedi.

Shoto sorrise nell’andargli dietro. Malgrado in giardino facesse freddo, rimasero a giocare fuori senza cappotto finché non si fece buio e loro padre non tornò; lui li rimproverò nel coglierli in flagrante, soprattutto dopo che Katsuki ebbe il tempismo di starnutire subito dopo aver affermato di stare bene.

«Andate a fare un bagno caldo. Ora» comandò a entrambi. Non fece affatto menzione a quanto accaduto alla cerimonia di premiazione, se intenzionato a passarci sopra o per carattere incline a nascondere lo sporco sotto il tappeto, Katsuki ancora non sapeva dirlo con certezza.

Di per sé, fare il bagno comunque gli piaceva. Alcuni giornalisti criticavano la loro casa troppo tipicamente giapponese, insinuando che da parte di papà fosse una scelta ostentata e altre idiozie simili, ma Katsuki era pronto a scommettere che nessun altro avesse una stanza da bagno tanto super-figa da contenere una vera e propria vasca simile a quelle delle terme.

Lo innervosiva soltanto di doversi spogliare davanti a Shoto, ma non era come se suo fratello potesse distinguere i lividi dell’allenamento dagli altri.

Loro padre li raggiunse mentre Katsuki si stava arrampicando su una mensola per mostrare a Shoto come tuffarsi in acqua. Guardò suo fratello seduto sul bordo della vasca, guardò lui e sospirò stropicciandosi gli occhi con una mano. «Katsuki, scendi» ordinò. Non pareva arrabbiato, piuttosto esasperato; quindi Katsuki si arrischiò a buttarsi così come aveva progettato di fare: le ginocchia strette al petto per rannicchiarsi in una palla. Suo padre lo fulminò con lo sguardo quando un’ondata d’acqua lo colpì in faccia, ma finì per sospirare di nuovo, più forte, e allineare per terra i panini che si era portato dietro. «Soltanto per questa volta» mise in chiaro. «Lo sapete che non si mangia nella vasca, ma è tardi e per cena non c’è nulla di pronto: prendete questi mentre vi riscaldate e poi filate a letto.»

Per Katsuki, risparmiarsi un pasto seduto a tavola con il resto della famiglia era un premio alla lotteria. Reso audace da quella piccola vittoria, bloccò suo padre prima che lui potesse lascarli. «Perché non rimani anche tu?» chiese d’un fiato. Poteva fisicamente avvertire il broncio di Shoto sulla schiena, ma non voleva lasciarsi sfuggire l’occasione.

Per un momento lui sembrò quasi… esitante. Katsuki stava appena iniziando a sospettare che non sapesse interagire con i suoi figli al di fuori delle pareti di una palestra. Non fosse stato assurdo, avrebbe quasi potuto dire che aveva paura di loro. Ma in quel momento non voleva sforzarsi di capire suo padre e tantomeno impegnarsi doppiamente perché lo facesse Shoto: voleva soltanto mangiare dei panini e fare il bagno assieme a loro. «Potrei esercitarmi a creare delle bombe sott’acqua» azzardò per convincerlo.

Sperava che non aver coinvolto Shoto nell’idea di quell’allenamento improvvisato servisse a rendere suo fratello più bendisposto. Era uno stupido che perdonava sempre, questo sì, ma al contempo era capace di rimanere offeso per giorni quando c’era di mezzo loro padre. Francamente, a volte per Katsuki era estenuante barcamenarsi tra loro due.

In ogni caso fu una premura inutile, dato che la sua proposta venne stroncata con durezza dall’uomo: «Non ti azzardare a giocare con il tuo quirk, mai; sono stato chiaro?»

«Voleva soltanto farti contento» sbottò Shoto mentre lui incurvava le spalle.

C’erano tutte le premesse perché finisse male, dunque per Katsuki fu doppiamente una conquista che loro padre, invece di irritarsi per il tono irrispettoso di Shoto, finì per emettere il terzo sospiro nel giro di dieci minuti prima di concedere una sorta di resa, accettando di spogliarsi. Entrato in acqua, fece perfino cenno a entrambi di avvicinarsi.

Katsuki ubbidì prontamente, ma anche Shoto, seppur nuotando con una lentezza un po’ provocatoria, acconsentì senza lamentarsi. Giunti al suo fianco, Katsuki si inclinò in modo sperimentale addosso al suo braccio muscoloso. Sorrise soddisfatto non venendo allontanato.

Papà era enorme, Katsuki lo pensava di continuo. Non vedeva l’ora di diventare grande quanto lui; abbastanza grande da non dover temere mai più niente e nessuno.

Per diversi minuti rimasero semplicemente a mollo in un miracoloso stato di quiete, sbocconcellando i panini senza fretta. Katsuki non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che avevano trascorso insieme del tempo così tranquillo; era felice, davvero felice.

E sentendosi felice, commise l’imprudenza di dimenticarsi d’aver litigato in modo brutto con Natsuo; di aver detto cose brutte. Si scordò che Lei interrogava i suoi figli su qualsiasi cosa lui dicesse loro. In un certo senso, dava l’impressione che fosse soltanto questo a tenerla in piedi.

La felicità lo rese stupido e vulnerabile. Non pensò affatto di trovare una scusa per dormire in camera di Shoto, magari perfino di convincere papà a trascorrere la notte ad allenarlo; asciugatosi e indossato il pigiama che si era portato in bagno, data la buonanotte a entrambi, tornò nella sua stanza da solo.

Lei era lì in sua attesa.

Neanche gli permise di aprire bocca.

La sua reazione fu così repentina che Katsuki, nonostante il dolore, non capì subito di essere stato scaraventato a terra da uno schiaffo. Si raggomitolò in una posizione difensiva, proteggendosi il viso con le braccia, quando a quel primo colpo ne seguirono altri. L’espressione di lei era una maschera di frustrazione: come se non riuscisse ad accettare la contraddizione che, pur continuando a odiare ogni genere di contatto tra di loro, quel genere di violenza sapesse incanalare tutto ciò che le ribolliva dentro.

Smise di colpirlo senza preavviso. Katsuki era cosciente che fosse distorto da parte propria trovare confortanti le parole d’odio che lei gli riversò addosso al posto delle percosse.

«Come osi… come osi anche solo nominare mio figlio?» ansimò. Le tremava la voce. «Toya si è praticamente suicidato a causa tua! Era fragile, era… era un bambino triste che avrebbe fatto di tutto per rendere orgoglioso suo padre, non puoi sapere quanto l’ha devastato scoprire di essere una tale delusione ai suoi occhi da spingerlo a tentare altrove con un bastardo!»

«In realtà l’ho già sentito qualche centinaia di volte» sbiascicò Katsuki. Non riuscì a farne a meno. Fissava il pavimento con la vista offuscata dalle lacrime, quasi sperando che in questo potesse aprirsi una voragine in cui scomparire. Dovette trattenere un lamento quando la donna lo costrinse in piedi strattonandolo per un braccio. Cercò di camminare con le proprie gambe per non farsi trascinare e non fiatò quando lei aprì la porta della palestra per gettarlo dentro, nonostante il tonfo sordo con in cui cadde sul pavimento.

«Il tuo posto dovrebbe essere sempre questo. Nessuno vuole vederti fuori di qui… lui non ti considera davvero suo figlio, lo sai, vero? Ai suoi occhi sei solamente uno strumento utile ad allenare il suo capolavoro

Katsuki esitò a rispondere. Da una parte era consapevole che lei non lo avrebbe lasciato in pace se non glielo avesse sentito dire, dall’altra però era difficile ignorare l’istinto a ribellarsi. Malgrado fosse scalza, con un calcio nello stomaco gli mozzò il fiato.

«Rispondimi!» Il suo tono era così acuto da sfiorare l’isterismo.

«Sì… lo so.»

No, invece, non è vero! Papà è orgoglioso di me! E io ti odio! Ti odio!

Katsuki si morse le labbra a sangue per non scoppiare in lacrime davanti a lei. Non era abbastanza forte da combatterla, ma non voleva nemmeno essere così debole da farsi vedere piangere. Continuò a tenere gli occhi chiusi finché non sentì la porta che veniva richiusa; allora li riaprì cautamente, ma con un brivido si rese conto di non vedere comunque nulla nel buio opprimente.

Non capì se a farlo tremare era il freddo oppure il malessere fisico che gli rendeva difficile muoversi. Rimase immobile per attenuare il dolore sordo alla testa, fingendo di non notare un vago, ma persistente odore di sangue che fece risalire a un taglio sopra l’orecchio destro. Dopo una breve indecisione scartò l’idea di strappare un lembo del pigiama per tamponarlo.

Strinse di nuovo gli occhi e si sforzò di non pensare a nulla; tantomeno alla possibilità di urlare a squarciagola per farsi sentire da qualcuno, così che suo padre e Shoto – ma anche Natsuo e Fujumi – potessero venire a conoscenza della reale portata dell’odio di lei nei suoi confronti.

A volte lo desiderava, ma in fondo sapeva che non lo avrebbe mai fatto.