Chapter Text
Non eravamo pronti per questo, ma, a conti fatti, chi mai lo è? Con “questo” mi riferisco alla vita, proprio lei, la nostra vita. Io, effettivamente, non l’ho mai capita del tutto, né lei ha capito me. Le incomprensioni sono state a lungo carbone per la locomotiva urlante dell’Accademia. Improvvisare significava rimanere sui propri, unici, binari, senza guardarsi indietro mai, contro il vento, come delle macchine lanciate a sbranare il sapere.
Eravamo tutti dei macchinari imperfetti, ognuno come gli ingranaggi fuori posto degli orologi di una grande città meccanica. Il nostro tempo ticchettava veloce, solitario e imperante nelle nostre menti. Non c’era modo di lasciarselo alle spalle, quel ticchettio. Più si scappava e più premeva sulle tempie. Chissà come sarebbe andata altrimenti, se a un certo punto non avessimo cominciato a correre.
Ovviamente, prima o poi bisogna fermarsi in quelle stazioni senza orologi; è proprio lì che si impara che il tempo corre solo dentro di te. A meno che tu non sappia come fermarlo. I miei giorni li ho dedicati a questo: capire come ti parli il mondo e in che modo interrompere il suo monologo arrogante. Ogni tanto, però, se lo si resta ad ascoltare, può capitare di incappare in preziosissimi versetti, brevi rime e note inimitabili. Bisogna isolarle e certo non è un gioco, ma per questi piccoli splendori vale davvero la pena di nuotare in un oceano buio e perennemente imperscrutabile. Lo dico anche a te, che spero sia in ascolto dall’altra parte, sempre ammesso che tu esista davvero.
Questa è la mia storia, e tu ne sei ormai entrato a far parte, nel momento in cui hai cominciato a leggere, anzi a leggermi, a conoscermi, quindi sta a te assicurarti che non ci siano errori: facci caso quando vedrai il tuo nome comparire sul foglio, magari sarà l’unica cosa che capirai davvero.
Per quanto riguarda me, la mia storia potrebbe cominciare in tanti modi, più o meno ovunque o da nessuna parte, in un angolo, al centro, agli estremi delle mie dita o delle mie labbra. Non so quale sia il punto migliore. Ecco perché lo sceglierò arbitrariamente e tratteggerò il resto a partire da quel singolo episodio, per rendere più “coerente” la prospettiva di questa mia narrazione.
Cominciamo da quando per la prima volta venni trafitta a tradimento da una spada di Damocle.
Capii infatti la titubanza della vita a farsi scoprire a pieno fin dal giorno in cui per l’ultima volta parlai con David. Pioveva quel giorno. Non nel mio animo, lì qualcosa ancora manteneva lontana e irraggiungibile la pioggia. La prima cosa che ricordo di quella giornata è il cielo. Un cielo plumbeo e pesante che poco a poco avrebbe svelato un arcobaleno… credevo.
Sotto il mio ombrello rosso fiammante ogni tanto gettavo in alto delle occhiate complici, speranzosa di veder balenare un raggio di sole. Era da poco iniziato un nuovo anno e la neve si era praticamente sciolta del tutto, il ritorno a scuola si faceva sempre più vicino. Quel giorno stavo andando a far visita a un mio caro amico: non sapevo ancora cosa avesse scelto di fare dopo il diploma. Mancavano pochi mesi alla fine del nostro percorso scolastico e, per quanto facesse male, ero certa che da lì in poi ci saremmo sicuramente separati. Speravo che la vicinanza delle nostre case avrebbe comunque colmato la reciproca assenza, almeno per il tempo necessario a una separazione più graduale.
David lo avevo conosciuto da piccola, quando ancora non suonava la tromba. Era stato un bambino laconico, con le mani costantemente impegnate a tormentare la propria maglia o a “bisticciare” tra di loro, lo sguardo basso e una manciata di lentiggini sul viso. Non era bello, però sapeva leggere bene le persone. Estremamente bene. Credo non esistesse un modo per ingannarlo su questo. Mi chiedo spesso come avesse fatto a trasformare quel suo punto di forza così spropositato in una fragilità e, sempre, finisco con il ricordare l’altro suo punto debole, quello che scelse appositamente per tenersi al riparo da tutti coloro che lo circondavano: la riservatezza.
David effettivamente non piaceva molto agli altri bambini – come non piacque poi ai compagni di scuola –, forse per via della sua ritrosia a mettersi in gioco, per la sua apparente mediocrità nel rendimento scolastico, per i suoi interessi… c’erano mille motivi per cui si potesse scegliere di averlo o non averlo come amico; un motivo, però, non cambiava mai, nel bene e nel male: David non mollava. Mai. Era stato quel particolare tratto del suo carattere a legarmi proprio a lui tra tutti gli altri. Quel giorno andavo a cercare in quella via anche questo: una mano tesa come sempre verso di me. Insomma, era un incontro importante e, per l’occasione, avevo recuperato qualche giorno prima una vecchia felpa con un’illustrazione raffigurante Miles Davis, che mi era stata regalata in una delle giornate in cui mi ero trattenuta a casa sua per ascoltarlo suonare la tromba, tutto questo prima che sua madre si ammalasse. David non era un genio, ma aveva un gran cuore e un ottimo orecchio. Suonava la tromba e la suonava bene, meglio di come mai avrebbe potuto parlare. Per questo ci capivamo bene, lui con le sue note, io con le mie letture. Era come se ci incontrassimo a metà strada. Alla fine avevo capito che in mezzo era nato qualcosa. Sfoggiavo con fierezza a tutti i passanti indifferenti e ignari, chiusi nei loro giacchetti e sotto il lucchetto dei loro ombrelli, ciò che ci aveva legati come le note di un breve e prezioso pentagramma.
Quando voltai l’angolo, la prima cosa che mi colpì non fu l’odore tipico di quella via, in cui il panettiere teneva sempre aperta la porta a quell’ora del giorno per invogliare i clienti ad entrare in negozio, ma il rumoreggiare della pioggia che si faceva più intensa tamburellando sulla superficie di plastica del mio ombrello. I fulmini rombavano distanti.
David lo vidi poi, che se ne stava sulla soglia di casa. Guardava la pioggia, chissà perché. Forse aveva letto da qualche parte che Dio era proprio lì in mezzo. Aveva diciannove anni, gli occhiali come due fondi di bottiglia opachi e quadrati e un’aureola incolta di riccioli biondi che gli si infrangevano sul viso rotondo.
In quel momento, sentivo di volergli – forse in verità di dovergli – parlare. Ecco perché lo raggiunsi proprio mentre dava una ripulita agli occhiali; le gocce come piccoli spettri trasparenti si accalcavano sulle lenti e il temporale cominciava a preannunciarsi fitto e inarrestabile. Forse mi sentivo più sicura nel parlare mentre non poteva mettermi a fuoco. Esordii con un semplicissimo «Hey, ciao, David… come va?» e capii subito che sarebbe stato un discorso lungo.
«Oh, ciao Lucy.» Mi sorrise.
Mi chiamava sempre con quella pronuncia inglese.
Il mio nome è Lucia. So che a sceglierlo fu mio padre, un italiano, e a me raccontava di averlo scoperto negli occhi di mia madre quando l’ebbe conosciuta a Londra; finché sono vissuta in Gran Bretagna, mai nessuno si era sforzato di chiedermi come preferissi che venisse pronunciato il mio nome; tutti utilizzavano per semplicità “Lucy”. Per quanto riguarda David, però, a me non dava fastidio; lo trovavo buffo e piacevole. Quello che non riuscii ad afferrare, e che mi suonò male, l – e che fu la prima di tante cose –, era quel non so che nel tono della sua voce. Era come se quelle note che tanto spesso avevano allietato le mie giornate ora avessero fatto un passo falso tra i suoi denti. Mi feci coraggio mentre il rumore della pioggia si alzava come un sipario su quell’ultimo nostro duetto.
«Qualcosa non va?» sapevo che non era la domanda giusta, eppure il mio istinto, forse qualcosa di più, mi aveva incalzata come su una passerella sopra al mare.
Lui inforcò gli occhiali e si voltò appena: «No, non preoccuparti, sono molto felice di vederti. Vieni, entra pure, ho delle cose importanti da dirti. Ah, chiudi la porta e appoggia pure l’ombrello dentro.» C’era decisamente qualcosa che non andava. Esitai sulla soglia, senza accorgermi dello strano buio che aleggiava nella stanza; all’interno sembrava che la luce fosse fuggita da ogni interstizio. Mi accorsi solo dopo aver richiuso la porta alle mie spalle che qualcosa non andava nella disposizione delle figure, c’era qualcosa fuori posto, o meglio, non c’era qualcosa al suo solito posto: a mancare erano i mobili, gli orologi, le foto, i tappeti… era tutto sparito, al suo posto solo scatoloni. Non solo, l’odore tipico di casa sua era stato rimpiazzato dalle note acute di un profumo alla vaniglia fin troppo dolce, e questo mi mise ulteriormente in allarme. Sembrava di camminare dentro lo scheletro fossile di un dinosauro: le pareti ripulite da ogni segno di vita si chiudevano attorno a noi come anonimo scatolame, niente di più di un origami senza espressione.
David doveva aver notato l’espressione inebetita che mi era comparsa sul volto perché la prima cosa che disse fu «Sì… immagino sia strano da vedere eh. Non preoccuparti, ora ti spiego tutto. Ti va se ci sediamo in soggiorno? Due sedie dovrebbero ancora esserci.»
Mi mossi quasi aleggiando nella casa, seguendolo; i miei occhi attraversarono tutta quella superficie spoglia senza trovare più alcun appiglio. Le tende tirate avevano cancellato parzialmente tutti i contorni possibili su cui potersi fissare. Sedemmo nel soggiorno, nell’umido bruire della pioggia che dall’altra parte dei vetri proiettava delle strane silhouette spettrali sulle tende. David accese la luce, i corpi sventrati delle lampadine, senza l’esoscheletro dei lampadari, parevano troppo luminosi, soprattutto in una giornata uggiosa come quella.
Il dialogo che seguì fu lungo e doloroso per entrambi, i silenzi che lo intramezzarono, tuttavia, mi ferirono ancora più in profondità. Decisi di separarmi da quel discorso, come se ciò che stessi ascoltando non fosse vero, come se fosse uno strano scherzo. No, non erano veri gli scatoloni, non era vero che la madre di David si era ripresa e aveva deciso di “smetterla di marcire in quel paese”, non era vero che David non mi aveva informata del trasloco, non era vero che, al più tardi venti minuti dopo, sarebbe montato in macchina per sparire e – soprattutto – non era vero, non era possibile, che me ne stessi seduta tra le spoglie di quella stanza nel ritratto della totale compostezza senza soffocare nella rabbia e nella tristezza che mi gonfiavano la gola. Non avevo proferito parola per tutto il discorso, poi, quando i suoi genitori avevano bussato alla porta, David mi aveva semplicemente riaccompagnato all’uscita e, come se fosse stata la cosa più naturale del mondo, mi aveva salutata sulla soglia: «Ora devo andare… beh, ti auguro il meglio.»
Non aveva detto nient’altro difronte a me. Quel giorno lo guardai scomparire dentro l’auto mentre la pioggia sommergeva con furia ogni possibile arcobaleno. Tornai indietro in silenzio, mi chiusi in camera e mi misi a dormire. Feci sogni opachi quel pomeriggio: sognai figure nebulose che si trasformavano, che apparivano e scomparivano come ombre proiettate da un lampo sulla superficie delle nuvole.
Seppi nei giorni seguenti che con lui la vita era stata poco clemente. A scuola cominciarono inevitabilmente a circolare certe strane voci: si diceva che qualcuno lo avesse ricattato, che un gruppo di persone si fosse avvicinato a lui con intenzioni amichevoli, per fargli abbassare la guardia, e, quando non c’erano riuscite, avevano semplicemente gettato le maschere.
La scuola si spaccò in due: c’erano parole che raccontavano una storia e c’erano le apparenze che, come solitamente accade, ne raccontavano un’altra. I ragazzi e le ragazze esprimevano la loro colpevolezza con ogni parte del proprio corpo, ognuno aveva un proprio modo di confessare, un gesto che si era infiltrato in loro come un tarlo per sbucare da ogni poro ogni volta che si provava a tirare fuori l’argomento: chi si mangiava le unghie, chi si lisciava ossessivamente i capelli, chi tirava su con il naso, chi sfregava i polpastrelli tra loro…
Le parole, d’altro canto, rimanevano vaghe, sideralmente opposte alla confessione della materia; qualcuno aveva visto, ma di sfuggita; qualcuno aveva sentito, ma da un testimone di terza mano; qualcuno, dopotutto, aveva notato, ma forse era solo un’impressione. Aleggiavano senza un volto, sembrava quasi che fossero capitate lì per caso, condensate come vapore nell’aria immobile di fine inverno. In quei discorsi non c’era nessuno: c’erano mani, qualche tratteggio di un bagno o di un corridoio, delle gambe, degli zaini, ma nemmeno una persona completa.
Conosco un detto che recita più o meno così: “Sei padrone delle tue parole fin quando non le pronunci, a quel punto ne diventi schiavo”. Ecco, quegli ultimi mesi noi tutti li passammo come schiavi. Parlammo così tanto e dicemmo così poco. Non sapevamo raccontare nulla con la voce, potevamo solo dire “non guardate me”, “non è colpa mia”, “c’eri anche tu nella mia versione”. Ci ricattavamo giornalmente, sì, i nostri corpi erano attori spietati dietro parole innocenti. Più volte mi venne in mente la figura di Arlecchino, che “si confessò burlando”, e capii davvero che tutta questa storia non poteva che essere, a suo modo, una burla diretta magistralmente per farci aprire gli occhi su qualcosa di importante. A fine anno i nostri corpi si erano trascinati fuori dal teatrino portandosi dietro quest’ombra pesante e ci eravamo dispersi per la città. Pioveva anche quell’ultimo giorno di scuola. Un diluvio.
Quel temporale mi avrebbe seguita fino a casa, fino nei sogni.
Mi capitò di ripensare a quello sgambetto che la vita mi fece – e anche a David – qualche anno più tardi. Accadde pochi giorni prima di entrare all’Accademia, quando vennero annunciati i risultati degli esami di ammissione.
Erano passati quasi quattro anni; ero cresciuta ormai. Molte maglie erano finite dimenticate o date via ai bambini di chissà quale famiglia o istituto; tale era stata la sorte anche di “Miles Davis”. Volevo lasciarmi così alle spalle quell’episodio; volevo ricominciare. Per questo tentai l’impossibile, ciò che avevo sempre considerato una fantasia più che un sogno: l’esame per entrare all’Accademia.
Ci crederesti? Tutta questa storia è cominciata come uno scherzo, un modo per dimenticare. Si può essere più stupidi? A volte mi chiedo se anche per te sia andata così, ma mi rispondo inevitabilmente di no. Io e te siamo troppo distanti. Comunque cercherò di farti avvicinare a ciò che mi ha condotto sul sentiero di mattoni gialli di questa storia, almeno per quanto riguarda gli eventi superficiali – sempre che tu possa accontentarti per una volta della superficie –.
L’Accademia per me era uno strano animale, più simile al disegno astratto di un bambino che all’immagine di un edificio o di un esercito di divise. Un’idea, qualcosa di illimitato, inquantificabile. Non conoscevo il mio avversario, non sapevo dove sbucassero le sue radici, dove terminassero i rami e cosa avrei trovato nella mia scalata. Sapevo dell’esame di ammissione, della spiccata inclinazione letteraria del luogo e che, se volevo essere ammessa, avrei dovuto studiare ben più di quanto mai avessi fatto in vita mia. Non avevo mai studiato tanto per la scuola, non mi serviva. Invece in quei giorni e quelle notti la mia voce e i miei occhi seguivano le orme dei grandi del passato quasi come se questi volessero indicarmi la via per uscire vincitrice da quella sfida e mi sentivo sicura anche questa volta… almeno fino a che non riconsegnai i fogli della prova d’esame. Il viaggio di ritorno dalla prova non l'ho mai ricordato: avrei giurato di aver letto nelle indicazioni stradali i nomi dei poeti come Percy Bysshe Shelley e Lord Byron, mentre le strade sembravano seguire delle strane parabole. Quei fogli mi avevano tormentato, ma da quel momento decisi di relegarli all’oblio del sogno. Nei giorni seguenti, gli ultimi che passai in Inghilterra, mi tenevo distratta con la compagnia dei miei amici e della mia famiglia.
Poi, quando meno me lo sarei aspettato, mi ritrovai imbambolata a fissare la mia cassetta postale. Nel sole di fine agosto la busta splendeva di rosso come una ferita sul corpo della cassetta della posta e le rifiniture dorate sembravano incitarne l’apertura. Per un attimo esitai, non volevo sapere, non volevo sapere se la vita mi avesse riservato altre incognite. Forse c’era qualcosa di importante di cui non mi ero accorta minimamente, in agguato nascosto dietro quell’oggetto rosso.
Ora credo che anche rivedendo mille volte la parola “Ammessa” stampata in rosso su quella carta così candida non riuscirei a raccontare cosa provai davvero in maniera totale. Ancora una volta la vita aveva gettato i suoi dadi, cosicché la prossima mossa non poteva che spettare a me farla.
Nei due giorni che seguirono, tra i preparativi del trasferimento, i saluti e tutto il resto, riflettei a lungo su quella mossa. Pensai al viaggio che mi attendeva, alla lontananza, al fatto che sarei stata sola in un posto nuovo per inseguire quello che ora era davvero diventato il mio obiettivo e la mia nuova vita. Fu allora che mi venne in mente David. E fu un’operazione quasi involontaria il riportarlo alla mente, come se per riordinare tutto avessi scovato un piccolo cumulonembo appiattito sotto al cuscino, un po’ come a dire: “Sai che non puoi lasciarmi qui, vero? Senza di me non ti addormenterai mai”. Quindi ero partita. Un tuffo nell'ignoto.
In quegli anni, il preside dell’istituto, un certo Friedrich, aveva spostato la sede dell’Accademia a Friburgo in omaggio a un vecchio film di cui si diceva fosse stato tra i massimi apprezzatori. È sempre stato un fanatico dell’estetica: curava con maniacale teatralità i dettagli delle ammissioni e, sempre per onorare il suo credo estetico, la nostra “annata” venne ricompensata con una lettera bianca dalla busta color cremisi, come cremisi era l’edificio della sede.
Per tutto il viaggio in aereo in direzione Germania, mi ero riletta ancora una volta la lettera di ammissione. Non solo ero stata ammessa, ero anche rientrata nei migliori dieci iscritti. Mi sentivo come in apnea, così in alto in quel limpido cielo; solo la nuvola che a un certo punto aveva cominciato a seguirmi, o almeno così mi pareva, mi squadrava pallida dal finestrino, nel riflesso più profondo dei miei occhi, forse in cerca di una delucidazione.
Scesa all’aeroporto di Berlino ebbi un attimo di esitazione: temevo di guardare verso l'alto, temevo di capire che forse avrei scoperto un soffitto diverso e sconosciuto. Recuperati i bagagli, avanzai a sguardo basso tra la folla, nello slalom assurdo dell’aeroporto, e uscii poi, seguendo la direzione per raggiungere il punto di ritrovo delle navette che mi avrebbero portato alla meta. Notai che in un angolino del grande snodo di quelle strade spaziose dell’aeroporto si erano raggruppati parecchi ragazzi della mia età in evidente attesa. Sembravano tutti in fibrillazione, con i propri bagagli a mantenere ferme le loro ombre. Erano proprio loro, coloro che sarebbero poi stati i miei compagni. “Non sono sola”, mi sforzai di pensare, quantomeno nell’avvicinarmi a quella costellazione dispersa di giovani. Qualche parola si slanciava in aria con coraggio per perdersi poco più in là. Una trentina di sagome nell’imbrunire europeo: ci sentivamo tutt’altro che benvenuti.
E avevamo ragione.
NOTA AUTORIALE
Questo è un testo nato come esperimento scritto puramente per scopi ludici; è vecchio, tuttavia ha una sua importanza "intima" per me. Un altro capitolo più breve è già stato scritto; il resto è da vedersi. Grazie per aver letto fin qui!
Alla prossima!
:)
