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Pochi Secondi

Summary:

MANGA SPOILER !!!!
"A volte è una questione di pochi secondi.
Pochi secondi per cambiare il corso di una storia, per generare una nuova speranza... per salvare una vita."
Cosa sarebbe successo con solo pochi secondi di tempo in più, quando il Boato della Terra ha raggiunto il 104° e lə Comandante Hange Zoe ha deciso di sacrificare la propria vita? Quanto può cambiare il destino di una persona, con il giusto tempo? Quanti secondi vale una vita intera?
Hange e Levi potrebbero scoprirlo insieme.

Notes:

Questa è la prima fan fiction che pubblico nel circuito, quindi spero davvero che possa piacervi. Sono un amante dell'angst, perciò se vi piace soffrire internamente e psicologicamente, sappiate che siete nel posto giusto!
Importante: in questa storia Hange non ha pronome né maschile né femminile in quanto personaggio Non-Binary. Perciò i suoi aggettivi, pronomi, etc, termineranno con la lettera "ə". So che nella lingua italiana ancora non è in uso e spero che non possa turbare troppo la vostra lettura.
I vostri commenti sono super accetti e sarei veramente curiosa di sapere cosa ne pensate!
Ci vediamo in fondo alla storia per delle ulteriori note e buona lettura!

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

 

 

 

A volte è una questione di pochi secondi.

Pochi secondi per cambiare il corso di una storia, per generare una nuova speranza… per salvare una vita.

Ed era tutto quello di cui avevano bisogno in quel momento di disperazione: di tempo, di secondi, di un sacrificio.

Si erano già detti addio, come due soldati, come due compagni. Ləi terrorizzatə, ma troppo determinatə per tirarsi indietro. Lui distrutto, ma troppo forte per poter cedere.

Aveva così tante cose da doverlə dire, troppe cose da dover confessare, ma aveva atteso troppo, forse aspettando un momento che in cuor suo sapeva che non sarebbe mai avvenuto. Perché non era la vita a cui loro erano destinati, non era un regalo che si potevano permettere di fare. Perché erano nati per morire.

Perciò aveva perso la sua occasione. Ora non ne aveva il tempo, ora non poteva più farlo. Era troppo tardi.

«Dona il tuo cuore.»

«Ahaha! È la prima volta che te lo sento dire!»

Era tutto ciò che ebbe il coraggio di pronunciare e quella… sarebbe stata l’ultima frase che lə avrebbe sentito dire. L’ultima volta che ascoltava la sua voce. L’ultima volta che udiva la sua risata.

Così se ne sarebbe andatə, da solə, contro un esercito intero di Mostri Immensi. E lo avrebbe fatto con la passione nello sguardo, con il sorriso sulle labbra, con l’eco dell’ultima risata nelle orecchie di Levi.

«I giganti… sono davvero meravigliosi.»

Era da anni che non lə vedeva con quell’energia, con quella forza, con quella luce. Nonostante il terrore che lə divorava l’anima, l’ultima immagine che avrebbe avuto di ləi sarebbe stata quella dellə solitə Hange. Lə quattrocchi strambə che faceva di testa sua, quellə che urlava di gioia uscendo dalle mura con una velocità sconsiderata, quellə che affrontava il pericolo con divertimento e che era curiosə di ogni cosa. Lə suə Hange Zoe. Quellə prima che diventasse Comandante, dopo aver perso ogni cosa… tranne che Levi.

Erano rimasti solo loro, l’uno per l’altrə. Tutti i loro compagni erano morti e li avevano guardati morire insieme. E insieme erano rimasti fino all’ultimo, ma presto non sarebbe più stato così.

Pochi secondi e sarebbe tutto finito… pochi secondi e non l’avrebbe vistə mai più… pochi secondi…

«I fori sono chiusi! Pompate il carburante!»

Levi voltò il capo di scatto verso gli Azumabito, lo sguardo spento venne improvvisamente attraversato da una scintilla nuova. Erano stati veloci, molto più veloci di quello che tutti si sarebbero aspettati.

Non era possibile, i danni causati dall’arma di Flock erano ingenti… eppure…

I Giganti erano ancora lontani, per quanto il loro passo fosse rapido e micidiale, ma improvvisamente tutto divenne meno cupo e dentro quel gruppo di soldati si accese una speranza.

«Carburante caricato!»

Un miracolo.

Levi scattò in avanti e il gruppo gli corse dietro: «Spingete avanti l’aereo e avviate il motore!» aveva ordinato mentre tutti salivano sul veicolo.

Il rombo dei Giganti si stava facendo sempre più chiaro, interrotto da profondi boati causati dai corpi Colossali che crollavano a terra grazie agli attacchi di Hange.

«Capitano! Possiamo ancora recuperarlə?» aveva chiesto con voce tremante Armin, fresco della nomina di Comandante da parte del suo predecessore che ancora stava combattendo.

«Dobbiamo.» aveva risposto il corvino e l’aereo prese il volo.

Onyankopon virò, puntando dritto verso l’inferno. Un altro Gigante era appena stato abbattuto, la figura dell’ex Comandante del Corpo di Ricerca sembrava quella di un moscerino, al confronto.

«Quanto scotta!» aveva urlato Hange, il calore provocato dai Colossali che cominciava a lacerarlə la pelle e gli abiti.

Ma non si arrese, continuò a combattere per concedere ai suoi compagni il tempo necessario per scappare. Anche solo pochi secondi. Perché loro dovevano farcela. Per il mondo, per la vita, per la libertà.

Era prontə ad andarsene così, lottando fino allo stremo delle forze, quando un rombo lə fece voltare il capo.

Levi teneva l’occhio sinistro fisso su quella scena straziante, ma quella rinnovata speranza continuava a non abbandonarlo.

«Onyankopon, avvicinati di più!» ordinò al pilota al suo fianco, le mani strette sul sedile con una tale forza che parvero quasi riuscire a strappare via la stoffa.

Il pilota obbedì per quello che riuscì: il vapore dei Colossali rendeva la visuale tremendamente offuscata e anche la stabilità dell’idrovolante iniziò a vacillare.

Ma come l’Ex Comandante, neanche loro si arresero.

«Aprite il portellone!» ordinò Levi e i ragazzi obbedirono. Fu proprio in quel momento che un arpione scattò rapido come un fulmine, attaccandosi all’interno dell’idrovolante.

«Hange!» avevano esclamato in coro i ragazzi del 104° ed in quel momento il corpo dell’Ex Comandante schizzò all’interno in una sfera di fiamme.

Tutti corsero al suo soccorso, il corpo di Hange riverso a terra mentre il portellone si richiudeva e l’idrovolante virava per uscire da quel caos.

Levi accorse a sua volta e vide l’ultima lingua di fuoco spegnersi contro la stoffa bagnata con cui i ragazzi del 104° stavano accuratamente avvolgendo l’Ex Comandante.

Respirava ancora… era feritə e spossatə, ma respirava ancora.

Era vivə…

Il Capitano inspirò come se fosse rimasto in apnea per anni. Hange perse i sensi, era gravemente feritə, ma c’era speranza che sopravvivesse.

Speranza.

Avrebbe sentito di nuovo la sua voce, avrebbe ascoltato di nuovo la sua risata, avrebbe visto di nuovo il suo sorriso.

Era ancora lì, con lui, l’ultima amicə che gli era rimastə… l’unica persona che avrebbe voluto nella sua vita.

Ed ora ebbe un’ulteriore ragione per combattere, ora che sapeva cosa volesse dire perderlə, quale dolore avrebbe potuto causargli. Si ripromise che non l’avrebbe provato di nuovo. Si ripromise che non avrebbe sprecato quella seconda possibilità che gli era stata miracolosamente offerta.

Avrebbe combattuto con tutto se stesso, per ləi, per rivederlə.

 

---

 

«Non c’è nulla che possiamo fare per il ginocchio, purtroppo...» aveva detto il dottore.

Il Capitano Levi stava disteso su un lettino d’ospedale, lo sguardo stanco, ma allo stesso tempo più leggero... sollevato.

«I tendini sono stati recisi in maniera irrecuperabile e le ossa e i muscoli sono gravemente danneggiati. Fortunatamente siamo riusciti a salvare il salvabile e non abbiamo dovuto ricorrere all’amputazione. C’è la possibilità che possa tornare a reggersi in piedi con entrambe le gambe, ma per camminare le servirà parecchio tempo, Capitano. E dovrà sicuramente farlo con l’ausilio di stampelle. Le sarà però impossibile correre o tornare ad usare il Dispositivo per la Manovra Tridimensionale. Mi dispiace molto.» spiegò la prognosi.

Levi si era limitato ad annuire, portandosi in automatico una mano al ginocchio danneggiato ed accuratamente fasciato. L’espressione però era assente, come se non stessero neppure parlando di lui.

«C’è altro?» aveva chiesto poi.

«Sì, l’occhio destro è anch’esso gravemente danneggiato e dubito che potrà mai recuperare la vista, ma abbiamo una buona notizia: le ferite sul suo volto non hanno subito alcun tipo di infezione e stanno già iniziando a rimarginarsi. Chiunque le abbia cucito quei punti, ha fatto un ottimo lavoro.»

L’ombra di un sorriso venne accennata sulle sue labbra, ma durò poco, il tempo di un battito di ciglia. Certo che aveva fatto un ottimo lavoro, si trattava di Hange. Non poteva essere altrimenti.

Il suo sguardo color del ghiaccio si posò finalmente su quello del suo dottore.

«Ləi dov’è?» aveva chiesto serio.

Subito il dottore rimase confuso, ma l’infermiera al suo fianco sembrò capire di chi stesse parlando e suggerì la risposta in un sussurro discreto.

«Ah, lə Comandante Zoe. Ləi è nell’altro reparto.»

Non era più Comandante, ma non era questo l’importante.

«Sta bene?» chiese subito il corvino.

«È stabile. Ha ustioni di secondo e terzo grado su tutto il corpo. Abbiamo dovuto intervenire chirurgicamente su alcune. Passerà delle brutte settimane e sicuramente rimarranno delle cicatrici piuttosto evidenti, ma starà bene. È molto forte.»

Sì, lo era… non avevano minimamente idea di quanto lo fosse.

Con quelle parole, Levi rizzò la schiena dal suo lettino e spostò le gambe verso l’orlo, pronto a scendere.

«Ma! Capitano, cosa le ho appena detto? Non può camminare!»

«Non mi interessa se dovrò attraversare questo dannato ospedale strisciando come un verme o se qualcuno di voi deciderà di aiutarmi. Io vado da ləi.» disse con voce graffiante e severa, un tono che non ammise repliche e che spiazzò entrambi i medici.

Era bastato solo quello per convincere l’infermiera a recuperare una sedia a rotelle, mentre il dottore aiutava il Capitano a sedervi sopra.

L’infermiera quindi spinse la sedia fino al reparto successivo, Levi sondò con l’occhio buono rimastogli ogni singolo lettino, fino a quando non arrivarono davanti ad una tenda bianca.

L’infermiera la scostò un poco ed avvicinò la sedia di Levi al letto che era celato dietro.

«È statə sedatə, probabilmente passerà un po’ di tempo prima che si risvegli.» spiegò la donna, mentre la figura di Hange Zoe si palesava davanti a Levi: sdraiatə sul lettino, il corpo snello interamente fasciato da garze bianche come la neve, una flebo che partiva dal suo braccio sinistro, i capelli castani sparsi sul cuscino e gli occhi chiusi.

Levi si soffermò sul sinistro privo della solita benda nera, la palpebra era deformata da una cicatrice scura.

Non osò svegliarlə. Congedò l’infermiera con un cenno del capo e si fece chiudere la tendina alle spalle.

Rimase lì, sulla sua sedia a rotelle, le mani congiunte in religiosa attesa, lo sguardo che non si muoveva dalla figura di Hange, come se temesse che da un momento all’altro potesse sparire.

Non seppe neanche dire quanto tempo passò. Aveva vegliato su di ləi ininterrottamente, come un angelo custode e dopo quelle che a Levi sembrarono ore, le palpebre di Hange ebbero un tremito.

Poi finalmente la vide… quell’ambra calda delle sue iridi, ora caratteristica di un solo occhio, mentre il sinistro era velato da una patina bianca e spettrale. Una cosa che averebbero avuto in comune, sebbene su due occhi diversi. Quale ironia, in due avrebbero fatto un solo paio d’occhi funzionanti.

Lə vide disorientatə, non solo perché non riuscisse a mettere a fuoco ciò che aveva attorno a causa dell’assenza dei suoi occhiali, ma soprattutto perché, da quando aveva perso i sensi sull’aereo, si era persə molti avvenimenti e doveva essere estremamente difficile per ləi capire dove si trovasse e cosa fosse successo.

Per questa ragione Levi parlò per primo, così da farlə sentire una voce familiare in mezzo a tutto quella confusione spaventosa.

«Ehi, quattrocchi.» l’aveva chiamatə, ma il suo tono era stato incredibilmente dolce, quasi un sussurro, un gesto che mai ci si sarebbe aspettati da Levi Ackerman.

L’ex Comandante aveva immediatamente voltato il capo verso quella fonte sonora così familiare e allo stesso tempo rassicurante, poi aveva tratto un sospiro di sollievo e sorriso debolmente, ma in maniera sincera.

«Ehi, nanetto.» lo salutò a sua volta, la voce flebile e sottile, fragile come non lo era mai stata. Era sembrato quasi più un sospiro, che una vera e propria frase.

Ma Levi l’aveva sentita bene e aveva sorriso di rimando. Perché poteva ancora sentire la sua voce, perché poteva ancora vedere il suo sorriso, perché erano ancora insieme...

«Come ti senti?» chiese lui, la voce profonda, ma calda e rassicurante.

Hange non rispose subito. Strinse le labbra tra loro, provando a sistemarsi in una posizione più comoda sul lettino, ma ciò sembrò causarlə un dolore acuto che lə fece gemere sottilmente e rimanere fermə.

«Ho avuto giornate migliori.» confessò quindi con lo stesso tono debole e roco.

«Riposati allora.» disse Levi. Lui sarebbe rimasto lì, al suo fianco e non l’avrebbe più lasciatə andare via.

Hange sembrò valutare quell’opzione e richiuse gli occhi con un breve sospiro, tornando col viso rivolto verso il soffitto.

Passarono alcuni secondi in cui Levi s’illuse che ləi gli avesse obbedito, ma l’ex Comandante non si riaddormentò affatto.

Prevedibile.

«Quanto tempo sono statə fuori uso?» aveva chiesto riaprendo gli occhi e voltandosi di nuovo verso Levi.

In un’occasione diversa, il Capitano l’avrebbe minacciatə di metterla k.o se non si fosse rimessə subito a dormire, ma in quel momento si limitò solo ad osservare quell’espressione calma, che però celava un numero incalcolabile di domande. E Levi lə conosceva fin troppo bene: non avrebbe mai dormito fino a quando non avesse avuto la risposta a tutti i suoi dubbi.

«Due giorni» rispose.

«Siamo in un ospedale?»

«Sì»

«Un ospedale Marleano?»

«Sì»

A quel punto, Hange rimase in silenzio. Batté le palpebre un paio di volte e Levi vide chiaramente gli ingranaggi della sua mente attivarsi, mettendo insieme quelle poche informazioni che aveva ottenuto, per darvi un significato maggiore. Fece più fatica del solito, era visibilmente spossatə, ma nonostante ciò continuò a ragionare.

Erano vivi, distrutti, ma vivi. In un ospedale nemico dove, invece che provare a sterminarli come prima avrebbero volentieri fatto, li stavano curando. E, elemento ancora più importante, c’era calma. Non c’erano grida di terrore o di panico per un’apocalisse imminente. Levi era al suo fianco, tranquillo, il personale medico camminava per i corridoi con passo normale.

Questo…. voleva dire che...

«Quindi… abbiamo vinto?» domandò con voce tremante, come se il solo esprimere quel dubbio ad alta voce potesse in un qualche modo cancellare quella verità. Ma allo stesso tempo, c’era speranza nel suo tono, come se in un certo senso stesse pregando Levi di dirlə che fosse così. Che non era tutto solo un sogno, che fosse successo davvero. E Levi fu lieto di poterlə dare quella risposta.

«Sì, Hange. Abbiamo vinto.»

Di nuovo calò il silenzio. L’Ex Comandante levò lo sguardo da Levi per puntarlo in una zona indefinita del soffitto ed elaborò quell’informazione, pesante come un macigno, ma allo stesso tempo leggera come una piuma.

Avevano vinto…

Quanti anni aveva passato a sognare quella frase? Quante notti insonni aveva passato, sperando che le sue ricerche e le sue fatiche lə portassero a trovare la soluzione che li avrebbe liberati, che li avrebbe portati alla fine di quell’orrenda guerra? Era persino divenutə Comandante, aveva inflitto e subito sulla propria pelle dolore e sofferenza, aveva assistito alla morte di così tanti suoi compagni, aveva detto addio a Moblit, ad Erwin… e tutto per arrivare a quel momento, a quella conferma pronunciata dalla voce di Levi.

Aveva svolto il suo dovere ed ora erano liberi.

Avevano vinto.

Sentì la gola stringersi in una morsa dolorosa mentre quella consapevolezza si faceva sempre più viva nella sua mente e sentì gli occhi inumidirsi di lacrime.

Avevano vinto.

Era così strano sentirlo dire ad alta voce. Per un sacco di tempo lə era sembrato solo un miraggio, un traguardo irraggiungibile e che ləi non avrebbe mai visto. Molte volte lə capitava di pensare che sarebbe mortə prima ancora di poter assistere alla liberazione del suo popolo e, per com’erano andate le cose, era quasi diventata una certezza. Ma per una misteriosa ed inspiegabile ragione, ləi era ancora lì e poteva godersi quella meritata gloria e felicità che lə fece versare lacrime calde e ricche di sollievo.

I suoi sforzi non erano stati vani… tutte quelle vite che si erano spente, non erano state sprecate.

Levi lasciò che Hange si sfogasse, osservò quelle lacrime argentee scivolarlə lungo la pelle liscia del viso -uno dei pochi punti che non erano stati sfregiati dalle fiamme-, lasciando piccole strisce trasparenti al loro passaggio. Riconobbe lo stesso sollievo che aveva provato anche lui e sapere di poter condividerlo con ləi, fu una benedizione.

«Sai… mi è sembrato di averli visti…» sussurrò ad un tratto Hange, la voce fattasi ancora più sottile a causa di quel silenzioso pianto di gioia. Levi lə guardò incuriosito e l’ex Comandante si voltò verso di lui, un sorriso dolce che lə piegava le labbra: « I nostri compagni.»

Li aveva visti anche ləi.

Ricordò il momento in cui era rimasto a terra, dopo che Eren era stato sconfitto da Mikasa. Ricordò il vapore, ricordò quelle sagome apparse davanti a lui come fantasmi: Erwin, Petra, Isabel, Farlan e tutti gli altri…

Non li avevano mai abbandonati, erano sempre rimasti con loro.

«Anche io» confessò Levi.

Il sorriso di Hange si fece ancora più esteso ed un’ultima lacrima lə solcò il viso.

«Ci hanno guardati per tutto questo tempo. Siamo… siamo riusciti a dare un senso alle loro morti…»

Anche le labbra di Levi si piegarono in un sorriso lieve. Era una cosa a cui pensava spesso e a cui, in segreto, aveva sempre sperato anche lui. Era stata una delle ultime frasi che aveva sentito pronunciare da Erwin e Levi aveva sempre combattuto per dare una ragione a quei sacrifici, per non renderli vani. E finalmente ci era riuscito, ci erano riusciti entrambi.

Avevano reso i loro compagni orgogliosi di loro.

Chinò il capo silenziosamente, ma non servì altro: Hange vide che anche lui provava la stessa pace, la stessa consapevolezza.

L’Ex Comandante sospirò profondamente, nel vano tentativo di darsi un contegno, soprattutto perché sapeva di non averne le forze e difatti iniziò a sentirsi oltremodo sfiancatə da tutte quelle notizie ed emozioni. Sentiva già le palpebre farsi più pesanti e il respiro indebolirsi, ma riuscì comunque a riprendere totalmente il controllo di sé, tirando su col naso e rimettendo in ordine quel turbinio di pensieri.

Parve iniziare a rilassarsi e si concesse il lusso di chiudere gli occhi, il sorriso che ancora non accennava ad abbandonarlə.

Erano finalmente liberi, questo voleva dire che avevano un futuro intero per loro davanti. Uno in cui non avrebbero dovuto combattere, in cui non avrebbero dovuto rischiare le proprie vite e guardare i loro amici morire.

Un futuro completamente nuovo e diverso…

«E ora che si fa?» chiese infine riaprendo di poco gli occhi, una luce di curiosità infantile lə attraversava lo sguardo e il tono di voce era sempre debole, ma privo di quel tremore dovuto al pianto. Un tono che a Levi ricordò tanto quello dellə vecchiə Hange. Anche il suo sguardo era tremendamente simile. Forse, la verità era che non se ne fosse mai andatə del tutto, ma che fosse solo in attesa del momento giusto per poter di nuovo uscire.

E quale momento migliore di quello?

«Che vuoi dire?» aveva quindi chiesto Levi. Tanto era chiaro che l’ex Comandante non avesse alcuna intenzione di tornare a dormire ed in realtà, uno dei motivi per cui Levi non sembrava insistere al riguardo era che, egoisticamente, non voleva smettere di ascoltare la sua voce.

«Insomma, non ho mai pensato seriamente a cosa avrei fatto una volta vinta la guerra… ora che non ci sono più i Giganti, che cosa posso studiare?» domandò, la voce caratterizzata da una nota ironica e scherzosa che spesso accompagnava le loro conversazioni. Voleva sdrammatizzare, ma allo stesso tempo aveva centrato un punto sul quale Levi stesso si era soffermato a pensare.

Cosa ne sarebbe stato di loro, povere carcasse ambulanti di soldati, ora che il loro compito era stato finalmente compiuto? Come sarebbe stato vivere il resto della loro vita come persone normali? E ne sarebbero stati realmente capaci?

Era sempre stato un gioco di fantasia, quello di immaginarsi in vesti diverse rispetto a quelle del Corpo di Ricerca… ma ora era invece diventata una preoccupazione reale e tangibile.

«Sono sicuro che troverai qualcosa.» aveva risposto solo Levi. E lo credeva davvero: Hange si sarebbe potutə adattare molto bene a quella nuova vita. Aveva una mente brillante e ora aveva tutto il tempo per potersi appassionare a diverse discipline e a studiare tutto ciò che quel nuovo mondo aveva da offrirle.

Per lui sarebbe stato più difficile, forse, ma ci avrebbe provato.

Avrebbero potuto finalmente fare tutto ciò che volevano… e in cuor suo, Levi sperò che qualsiasi cosa avesse deciso di fare, potesse farla insieme a ləi.

Aveva rischiato di perdere l’occasione per dirglielo, ma non lo avrebbe fatto di nuovo. Ləi era lì ed anche se non erano più Comandante e Capitano, non voleva rischiare che quella nuova vita lə allontanasse da lui.

Era sempre statə al suo fianco, sin dall’inizio: lə prima nel Corpo di Ricerca ad avergli rivolto la parola in maniera amichevole e l’ultimə dei veterani che gli era rimastə accanto. Era così profondamente radicatə nella sua vita, che quando aveva pensato di perderlə, si era sentito come se un enorme parte di sé se ne stesse andando insieme a ləi. Ed ora non riusciva neanche solo ad immaginare un futuro nel quale ləi non fosse statə con lui.

«Stavo ripensando a quello che hai detto… » disse quindi in un sussurro più insicuro e serio.

«Mh?» aveva chiesto Hange, lə quale nel frattempo aveva richiuso gli occhi, dando l’illusione di voler dormire. Ma come Levi sospettava, era ancora svegliə, sebbene sembrasse molto più fiaccə e debole rispetto a prima.

Il corvino respirò profondamente, alla ricerca del coraggio necessario per continuare con ciò che voleva dire.

«Nella foresta...» specificò quindi.

Era visivamente a disagio, nonostante stesse parlando con Hange Zoe e non con un qualsiasi altro dannatissimo estraneo. Ləi era l’unica persona con cui sapeva di poter essere sempre se stesso e con cui non sarebbe mai stato giudicato o frainteso. Ma non era bravo a parlare a cuore aperto, non lo era mai stato. Per questo gli serviva Hange. Ləi lo capiva e lo conosceva meglio di chiunque altro.

Difatti aveva ruotato nuovamente il capo verso di lui e gli aveva sorriso, socchiudendo gli occhi quel poco per permetterlə di vedere anche solo la sua sagoma sfocata.

«Ah… quindi non mi hai solo sentitə, mi hai proprio ascoltatə.» lo prese in giro, ma l’ombra di un lieve rossore lə imporporò le guance tradendo un imbarazzo condiviso.

«Chiudi il becco.» aveva risposto Levi con uno sbuffo dall’aria irritata, ma che Hange aveva riconosciuto essere a sua volta una risposta scherzosa.

Poi continuò, facendosi di nuovo serio in volto:

«Quello che voglio dire è che… ora non dobbiamo più combattere e non dobbiamo neanche nasconderci. Quindi potremmo… insomma, hai capito.»

Ridicolo, veramente ridicolo. Aveva combattuto contro una fottuta apocalisse, aveva lottato contro eserciti di giganti di ogni tipo, si era fiondato a spada tratta contro il pericolo, rischiando la morte senza mai avere ripensamenti e nonostante ciò… continuava a non riuscire a dare voce ai suoi sentimenti. Iniziò a sentirsi chiaramente infastidito da se stesso, ma cercò comunque di mantenere quella sua perenne faccia da poker, mentre Hange interpretava e capiva perfettamente le sue parole.

«… Vorresti vivere in una foresta con me?» aveva quindi chiesto, le labbra piegate in un sorriso scherzoso. Ovviamente sapeva che non fosse quello che l’altro intendeva, ma aveva sentito chiaramente la soggezione di Levi e in un qualche modo, cercò di rendere quella conversazione più accettabile e leggera, così da metterlo più a suo agio.

La verità però era che anche ləi era estremamente in soggezione e nervosə per la piega che stava prendendo il discorso, e per questo aveva bisogno di ironizzare e scherzare o temeva che il suo debole cuore non avrebbe retto.

«Non in una foresta, quattrocchi del cazzo...» rispose falsamente impettito Levi, strappando così una debole risata da parte di Hange. Diavolo, quanto era grato di poterla ancora ascoltare. Questo bastò per infondergli la sicurezza necessaria per continuare: «Intendo… in una casa… noi due, insieme.»

Era stato tremendamente difficile dirlo, ma ora che lo aveva fatto, finalmente si sentiva in pace, come se si fosse tolto un peso che gli schiacciava il petto da chissà quanto tempo.

Calò un breve silenzio nel quale Hange sembrò registrare le parole appena dette ed incamerarle gelosamente nella sua memoria. La sua espressione non era cambiata, il sorriso debole e stanco continuava a tirarlə le labbra sottili, gli occhi socchiusi restavano fissi su quelli di Levi.

«E riusciresti a sopportarmi? Tutti i giorni a sentirmi parlare delle mie ossessioni, ad avere a che fare con il mio disordine, con la mia scarsa igiene?» domandò.

Non era una novità il fatto che loro due fossero completamente agli antipodi: Hange era un uragano senza controllo, Levi preciso e pulito a livello maniacale. Eppure, in quei quattro anni, erano stati costretti a lavorare a stretto contatto come mai prima di allora.

Solitamente era Moblit a fare da assistente ad Hange, mentre Levi seguiva Erwin come un’ombra sempre presente e fedele. Ma da quando erano rimasti solo loro, avevano imparato a bastarsi, a collaborare nella loro diversità, ad avere bisogno l’uno dell’altrə. Erano sempre stati validi compagni e collaboratori, ma in quei quattro anni avevano imparato a conoscersi con ancora più attenzione e profondità. E alla fine, quelle loro diversità erano diventate ciò che completava l’altro.

«Ho rischiato di non averci a che fare mai più, quindi questo sarebbe preferibile.» fu quindi la risposta di Levi. Una risposta che scivolò fuori dalle sue labbra senza che neppure se ne accorgesse.

Hange venne completamente presə in contropiede da quelle parole. Tutto si sarebbe aspettatə dal compagno, ma… mai questo. Mai una frase così dolce, una… confessione. Ne rimase totalmente sbalorditə, tanto che i suoi occhi si erano sgranati d’improvviso e le sue labbra si erano schiuse rivelando il suo stato di shock.

Fu a quel punto che Levi realizzò cosa avesse appena detto e s’irrigidì di tutto punto, levando lo sguardo dall’altrə, incapace di reggerlo.

«Se mi guardi ancora così, mi rimangio tutto e ti mando a vivere in una stalla.» disse lui, questa volta ad uscire fu il suo solito tono seccato, l’espressione irritata era però tradita da un lieve rossore sulle guance.

Fu una visione talmente spettacolare che Hange scoppiò nuovamente a ridere. Una risata gioviale, sincera e, seppure fosse debole, alle orecchie di Levi suono melodiosa come una cascata di biglie di cristallo che scivolavano giù per una scalinata.

L’irritazione di Levi ebbe vita breve, specie quando quegli occhi, ora dai colori diversi, ma sempre dolci come il miele, si posarono nuovamente su di lui.

«Va bene.» sussurrò ləi e Levi capì che non si stesse riferendo al vivere in una stalla.

Il suo sguardo si fece meno duro, più speranzoso.

«Va bene?» ripeté, vulnerabile come non lo era mai stato.

Hange gli sorrise con quella sua dolcezza e, con sforzo, mosse un braccio quel tanto che bastava per scoprire la mano fasciata dalle garze e porgerla verso Levi sul letto.

«Sì, va bene.» sussurrò ancora, le sue palpebre però iniziarono a cedere e presto Hange non ebbe più forze per contrastare il sonno e si riaddormentò sotto lo sguardo di Levi.

Sicuro che l’altrə non potesse vederlo, il Capitano piegò gli angoli delle labbra in un sorriso mesto, ma sincero e portò la sua mano, privata dell’indice e del medio, a stringersi su quella che Hange gli aveva porto. Si chinò in avanti, piegò un braccio sul lettino e posò il capo su di esso, osservando il viso dell’altrə a pochi centimetri di distanza. Poi anche lui chiuse gli occhi.

 

---

 

La riabilitazione per Hange fu molto più lunga rispetto a quella di Levi.

Imparare a camminare senza il supporto di una gamba era meno complicato di evitare molteplici infezioni su ustioni disseminate su tutto il corpo.

Perciò, mentre Levi fu fuori dopo poche settimane, Hange dovette rimanere sotto stretta sorveglianza dell’ospedale per due mesi e mezzo.

Fu un periodo duro per ləi, ma esattamente come aveva detto il dottore - e come sapeva bene Levi stesso-, Hange era forte e riusciva a sopportare il dolore post operatorio e dei cambi bendaggi, con eccellenza.

Dopo neanche un mese era già in piedi e si allenava nel movimento degli arti, così da riabituare la pelle a tendersi e a rilassarsi. Ogni movimento era come una tortura, ma Levi non mancava mai di andarlə a trovare per darlə il suo supporto e sostegno.

Così come avevano sempre fatto, avevano affrontato anche quella difficoltà insieme.

Nel frattempo, quando terminavano gli orari per le visite e Levi veniva costretto a lasciare l’edificio ospedaliero, si occupava anche della realizzazione del loro piano.

Con il Boato della Terra, molte abitazioni erano state abbandonate a causa del panico generale, nella vana speranza di trovare un luogo che venisse risparmiato dalla furia dei Giganti Colossali di Eren.

Grazie all’unione del 104° e dei soldati Eldiani di Marley, l’Apocalisse era stata sventata, ma l’80% dell’Umanità era stato completamente raso al suolo.

In una tale desolazione, trovare casa era forse la cosa più facile da fare in assoluto… un comfort assolutamente orribile ed inquietante, ma che Hange e Levi meritavano, soprattutto con ciò che avevano passato: meritavano la pace, dopo tutti i sacrifici che avevano fatto per il bene dell’umanità.

Perciò Levi si dedicò per la prima volta al lusso di poter essere egoista e scegliersi un posto dove poter passare il resto dei suoi giorni e riposare, al fianco di Hange.

Ne trovò infine una perfetta, una che era stata quasi interamente risparmiata dalla distruzione del Boato e, in quei due mesi in cui Hange era all’ospedale, si era fatto aiutare da Onyankopon e dagli altri ragazzi del 104° a rimetterla a posto.

Alla fine era uscita un vero e proprio gioiellino.

Quando Hange fu finalmente dimessə dall’ospedale, uscì sulle sue gambe, non un solo supporto ad aiutarlə: le fasciature che spuntavano dal colletto e dalle maniche della camicia bianca e dagli orli dei pantaloni lunghi color cachi, la solita benda nera a coprirle l’occhio sinistro dietro agli occhiali da vista ovali e la coda di cavallo spettinata. Ad attenderla fuori, c’erano tutti i suoi compagni.

Subito l’avevano accoltə in riga, esibendosi nel saluto del Corpo di Ricerca, così come si confaceva ad un’ex Comandante del suo calibro… ma quella formalità andò quasi subito a farsi benedire e presto fu una vera e propria festa.

Rivederli tutti lì insieme, sorridenti e felici, fu per Hange una visione celestiale: aveva represso le lacrime quando se li era ritrovati attorno a chiederlə con entusiasmo come stesse, a dirlə quanto fossero felici che fosse ancora vivə.

Non si era mai resə del tutto conto di quanto fossero cresciuti fino a quel momento… li ricordava quando erano ancora solo dei ragazzini spaventati dalla crudeltà del mondo, ed ora erano tutti degli adulti. Dei fantastici adulti che avevano combattuto fino all’ultimo per un mondo in cui vivere da uomini liberi.

Era così fierə di loro. Di ognuno di loro. Persino di quei soldati “nemici” che erano Riner, Pieck, Annie, Falco e Gabi, anche loro riuniti in quella splendida rimpatriata.

All’appello mancava solo Mikasa, la quale, a detta dei ragazzi, era tornata a Paradis, per trovare la giusta sepoltura per Eren.

Hange non si espresse al riguardo. Non voleva pensare ad Eren, non in quel momento e a quanto male lə facesse il solo sentirlo nominare.

A quanto pare, tutti avevano ricevuto un messaggio dall’amico defunto, nel quale aveva spiegato che non aveva avuto altra scelta se non diventare la Bestia che tutti temevano e che avrebbero dovuto sconfiggere; un vero e proprio flagello che avrebbe distrutto l’umanità, così da rendere i suoi amici gli Eroi di quel nuovo mondo.

Ləi però non ricordava di aver ricevuto alcun tipo messaggio, a parte quello rivolto a tutta la popolazione Eldiana, quando ancora era nella foresta con Levi.

Nessuna parola di sollievo da parte di quel ragazzino ingrato, per il quale aveva perso innumerevoli suoi compagni e a causa del quale era quasi mortə.

Forse perché non aveva nulla da dirlə, perché sapeva che ləi non avrebbe mai giustificato un genocidio come quello.

In ogni caso, Hange aveva fatto finta di niente, dicendo ai ragazzi di averlo visto a sua volta, così come tutti.

Non voleva rovinare la memoria dei giovani verso il loro amico genocida. Quel giorno, in ogni caso, non era per i rimpianti, ma per i festeggiamenti!

Levi era momentaneamente rimasto in disparte, osservando la scena dalla sua sedia a rotelle, lo sguardo color tempesta fisso sul sorriso radioso di Hange, quando venne accoltə dai loro ragazzi.

Gli sembrò di essere tornato indietro a quelle giornate con il Corpo di Ricerca, quando Hange, ancora Caposquadra, rideva e scherzava con Erwin, Moblit, Nanaba, Mike e tutti gli altri.

Avrebbe tanto voluto che anche loro fossero stati presenti ad accoglierlə, ma sapeva anche che, seppur loro non fossero stati lì in carne ed ossa, non erano in realtà così lontani.

Fu però lo stesso Levi a dover tagliare corto con i convenevoli, dato che avevano molte altre faccende da dover sbrigare ed Hange non poteva rimanere per troppo tempo a farsi strapazzare dai ragazzi. Il solito tono di voce autoritario e serio che lo contraddistingueva, fu sufficiente per far calare un silenzio di rispetto e rimettere tutti ai loro posti.

Persino Armin Arlett, ora quindicesimo Comandante del Corpo di Ricerca, successore di Hange, si era per istinto messo sull’attenti al comando del Capitano.

Certe abitudini erano dure a morire.

Fu quindi il momento dei saluti, sebbene ovviamente non furono definitivi, dato che tutti promisero che sarebbero presto andati a fare loro visita, così da festeggiare tutti insieme quella nuova e meritata libertà.

In particolare, si fecero avanti i due giovani guerrieri cadetti di Marley: Gabi e Falco, i quali avevano chiesto ad Hange la sua attenzione per pochi secondi. L’Ex Comandante aveva accordato e preso da parte i ragazzini per ascoltare ciò che ebbero da dire. A parlare fu soprattutto Falco: «Volevamo solo dirle che per me e Gabi sarebbe un onore aiutare lei e il Capitano Ackerman in qualsiasi cosa abbiate bisogno. Sarebbe il minimo che possiamo fare per ringraziarvi per tutto ciò che avete fatto.»

Nel sentire ciò, le labbra di Hange si piegarono automaticamente in un sorriso commosso e non ebbe assolutamente il cuore di rifiutare quella gentile richiesta fatta da quei due ragazzi, quei due nemici che si erano comunque battuti al loro fianco, rischiando la loro vita e la loro gioventù.

«La nostra porta sarà sempre aperta per voi.» aveva quindi risposto senza neppure pensarci sopra e, d’improvviso, li aveva stretti entrambi in un abbraccio caloroso che aveva preso i due in contropiede, ma che dopo poco aveva strappato loro un sorriso gioviale.

«Siete due eroi, dopotutto.» aveva poi aggiunto Hange, sciogliendo l’abbraccio e regalando a entrambi un occhiolino amichevole.

Alla fine, l’Ex Comandante entrò in macchina insieme a Levi, salutando tutti dal finestrino e sbracciando con energia. Onyankopon si mise alla guida e partirono verso una zona meno centrale di quella città sopravvissuta alla catastrofe.

«Fammi indovinare: hai detto loro di sì.» aveva asserito Levi durante il viaggio.

Hange si era voltatə verso di lui e, capendo di cosa stesse parlando, gli regalò un sorrisetto furbesco.

Allora avevano fatto la stessa proposta anche a lui...

«Ti dispiace che lo abbia fatto?»

Levi non rispose, spostò lo sguardo verso il finestrino e fu una più che soddisfacente prova che anche lui, duro e resistente come la pietra, si era fatto comunque convincere dagli occhioni dolci di quei ragazzini. Hange rise e si godette il resto del viaggio senza aggiungere altro.

S’infilarono in una stradina di campagna che presto s’immerse nella vegetazione di una foresta di pini marittimi e cipressi e dopo ancora qualche metro, la pineta iniziò a sfoltirsi per mostrare una vera e propria spiaggia di sabbia bianca. Al confine tra essa e la foresta, stava una casa, circondata da un immenso giardino verdeggiante e ben curato. Era un’abitazione modesta, bianca con varie parti in legno rossastro, uno stile che a tratti ricordava le case di Paradis, non fosse stata per una lunga vetrata sul lato mare.

Hange aveva sgranato gli occhi, sporgendosi dal finestrino ed emettendo un sonoro ululato di meraviglia.

Levi non si fece vedere, ma un sorrisetto compiaciuto sfuggì dalle sue labbra. Durò però per poco, perché Hange si era subito voltatə verso di lui, al che l’espressione di Levi era tornata neutrale, mentre quella dell’altrə mostrava tutta la sua sorpresa ed emozione, come unə bambinə troppo cresciutə.

«È la nostra?!» aveva esclamato fissando Levi con occhi luminosi.

Il corvino teneva le braccia incrociate al petto e si esibì in un breve sbuffo.

«No, è mia. Tu dormi nel giardino.» rispose lapidario.

Hange scoppiò a ridere cogliendo l’ironia becera tipica di Levi e tornò a guardare quella costruzione perfetta con uno sguardo sognante.

Onyankopon, dal posto di guida, se la rise sotto i baffi.

La macchina parcheggiò sullo spiazzo davanti alla veranda in legno che si affacciava sulla pineta, alle spalle del mare.

L’ex soldato Marleano aprì la portiera ad Hange, lə quale schizzò via come un razzo verso la casa. Neanche le fasciature sulle ustioni sembravano placare il suo entusiasmo.

Levi alzò gli occhi al cielo e si esibì in un divertito «Tsk.» mentre si lasciava aiutare dall’altro a scendere dalla macchina per poi accomodarsi sulla sedia a rotelle.

Hange era già sulla veranda, sulla quale erano state posizionate a sinistra due sedie con un tavolino da tè circolare -sicuramente scelto da Levi-, mentre una panchina in legno stava sul lato destro.

All’ingresso, ai lati della porta, vi erano due piante di ficus benjamin ed Hange ora stava perfettamente al centro di esse, sbirciando con una curiosità impaziente attraverso la finestra della porta, coperta però da una tendina bianca.

«Ohi, quattrocchi! Dove pensi di andare senza le chiavi?» lə richiamò Levi facendo tintinnare le suddette chiavi nella mano buona, mentre Onyankopon spingeva la sua sedia verso l’ingresso.

Hange si scostò per far passare Levi così da fargli aprire la porta, ma era visibile come ogni fibra del suo essere non stesse più nella pelle di vederla. Neanche riusciva a stare fermə, rimbalzava sui talloni come unə scolarə in fibrillazione. Una visione che, Levi sapeva, era grato fino all’osso di riuscire ancora vedere.

Due giri e la serratura si sbloccò. Il Capitano si fece da parte per lasciarlə passare ed Hange non se lo fece ripetere due volte, lanciandosi all’interno della casa.

Come si poteva intuire dall’esterno, non era molto grande: appena entratə ad accoglierlə vi era un salotto con pavimento in parquet, due divani in tessuto bianchi riprendevano il colore delle pareti, tra di essi era posizionato un tavolino rettangolare in legno e sotto vi era un tappeto in tessuto blu che invece richiamava il colore del mare. Sulla parete di destra stava un modesto caminetto sopra il quale era posizionata una mensola con alcune candele, conchiglie e piante. Ancora poco più sopra invece era posizionato un orologio in legno. Al fianco del caminetto, stava un mobile sul quale era posizionato un grammofono in legno di palissandro con tromba in ottone. Sul muro erano state appese delle mensole con una serie di dischi in vinile. Hange si era soffermatə su di esso con una certa meraviglia, non avendone mai visto uno dal vivo.

E proprio come si vedeva dall’esterno, nella parete opposta all’entrata stava un’immensa vetrata che affacciava su tutta la spiaggia e sul mare azzurro. Un’altra piccola veranda ospitava un tavolo più grande per godersi un pranzo all’aria aperta, sotto il sole estivo.

Alla sinistra della sala, era situata una modesta cucina in legno, con un un lungo tavolo che ospitava almeno sei posti. Mentre un piccolo corridoio portava ad un ufficio illuminato da ben tre finestre abbellite con delle tende chiare, poste dietro ad un’elegante scrivania. Due librerie colme di libri occupavano le pareti di destra e di sinistra. Onyankopon spiegò che quei libri, come anche i dischi per il grammofono, erano stati raccolti e donati dai cittadini, come ringraziamento per aver salvato il mondo. Nell’ufficio era inoltre posizionato un divano anch’esso in tessuto bianco che poteva trasformarsi in un letto da una piazza e mezzo, per possibili ospiti. Un piccolo bagno di cortesia era posizionato nell’ultima porta in fondo a quel corridoio, stretto come un magazzino, ma comunque ben arredato.
Svoltando invece alla destra del salotto, un altro piccolo corridoio conduceva al bagno padronale della casa, molto più ampio rispetto all’altro, e… alla loro camera.

Il suo occhio ambrato si era subito posato sull’enorme letto a due piazze posto sull’ala destra. Un solo letto, ovviamente, non poteva aspettarsi che ve ne fossero due con il piano che avevano in mente... ma a vederlo così, lì davanti a ləi, fu in un certo senso strano.

Hange e Levi si conoscevano da ben quindici anni. Quindici, e non avevano mai dormito insieme prima di quel momento. A parte in missione, ovviamente, ma lì erano stati anche in compagnia di tutti gli altri loro compagni.

Era un’intimità nuova quella, che non avevano mai sperimentato e a cui non avevano mai pensato concretamente, tanto che Hange si ritrovò a richiudere quella porta con una certa rapidità, le guance arrossite di prepotenza. Si prese un momento per calmarsi e cacciare via quei pensieri, poi, una volta recuperato il suo aplomb, era tornatə in salotto dove Levi ed Onyankopon lə stavano attendendo con pazienza.

«Allora?» aveva chiesto Levi con voce atona.

«È stupenda!!! È meglio di qualsiasi cosa abbia mai pensato! Avete fatto un lavoro spettacolare!» esclamò Hange, i decibel che come al solito raggiungevano picchi altissimi ai quali, per fortuna, sia Onyankopon che Levi erano ormai abituati.

L’ex soldato Marleano ridacchiò e prese da parte Hange per spiegarlə altre cose: ad esempio che alcuni degli arredi, soprammobili, ma anche dei loro vestiti, erano stati dei regali da parte del 104°.

Tutti i ragazzi, in quei due mesi, si erano aiutati a vicenda per trovare una stabilità lì a Marley: avevano quindi acquistato un nuovo guardaroba, avevano trovato delle case in cui stare, aiutato a risistemarle, a darsi dei comfort. Con la loro casa, non era stato diverso e buona parte dell’armadio di Levi ed Hange e degli accessori della casa, erano stati acquistati dal resto dei soldati.

Un gesto stupendo, che non faceva altro che riconfermare il fatto che loro non fossero soltanto un semplice gruppo di soldati, ma una vera e propria famiglia.

Senza poi ulteriore indugio, Onyankopon fece vedere ad entrambi il telefono posto nell’ufficio e lasciò il numero della sua abitazione, così che se avessero avuto bisogno di lui, sarebbe subito corso da loro.

Poi li aveva salutati entrambi, Hange lo aveva ringraziato di cuore ed infine, li aveva lasciati soli…

 

Per un momento, un silenzio a dir poco imbarazzante calò sui due come una cappa soffocante: l’Ex Comandante giocherellava con le dita nervosamente, rittə e con la schiena rigida, lo sguardo fisso sul pavimento in parquet, mentre Levi aveva piegato il gomito sul bracciolo della sedia a rotelle e posato il mento sul palmo della mano, fissando la vetrata pur di non guardare Hange.

«Allora... ti piace davvero?» aveva poi chiesto il corvino, nel tentativo spezzare quello strano silenzio insopportabile.

«Oh, sì! Tantissimo!» confermò ləi, sinceramente.

«Avrai un bel po’ di libri da leggere.»

«Sì, ho notato. Non vedo l’ora di iniziare!»

Un’altra pausa giunse subito dopo questo, condita da quell’ennesimo silenzio in cui nessuno dei due sembrava sapere di cosa parlare, che cosa fare o cosa dire.

Era strano, Hange non si era mai sentitə così in soggezione con Levi. Forse perché prima di quel momento non avevano mai voluto dare una definizione alla loro relazione che non fosse solo semplice amicizia. Perché la loro non era più semplice amicizia, giusto? Se avevano deciso di vivere insieme, voleva dire che facevano sul serio. Era così, no?

«Il tavolino da tè è una tua idea, vero?» domandò Hange. Una domanda ovvia, stupida, che non aveva alcun bisogno di una vera risposta, ma che sentiva di dover fare per uccidere quella dannatissima tensione.

Levi sembrò concordare con ləi, annuendo semplicemente, senza esibirsi in un qualche commento stizzito per l’ovvietà della cosa.

«Anche i divani e la vetrata. Prima non c’era, ma so che ti piace il mare.» spiegò continuando a non guardarlə.

«Anche a te piace.» notò Hange.

«Sì, ma fai finta che l’abbia fatto per te, quattrocchi del cazzo.» rispose quindi Levi e finalmente i suoi occhi sottili si spostarono sull’altrə, quello destro attraversato dalla lunga cicatrice che Hange stessə aveva ricucito in quella foresta a Paradis. L’Ex Comandante si lasciò colpire da quello sguardo, così come dalla sua battuta e scoppiò in una risatina genuina, che l’aiutò a sciogliere quella tensione.

Forse era solo una questione di abitudine, quella loro nuova e strana dimensione.

Anche Levi parve sentirsi più a suo agio ed un timido sorriso increspò le sue labbra, sebbene si voltò nuovamente verso la vetrata per nasconderlo agli occhi di Hange.

L’altrə sospirò con leggerezza e il suo sguardo si spostò implacabilmente sul corridoio che conduceva alla loro camera… Percepì nuovamente l’eco della stessa tensione di quando vi era entratə pochi minuti prima e per questo non era sicurə di volerci ritornare, ancora, ma sapeva anche che se voleva realmente abituarsi a quella loro nuova vita, doveva soprattutto affrontare quella nuova e strana sensazione.

«Così… sono stati i ragazzi a comprarci i vestiti?» aveva chiesto.

«Mh? Sì, alcuni» rispose Levi.

«Beh, andiamo a vedere che disastro hanno combinato!» suggerì quindi Hange con una giovialità volta a nascondere il suo nervosismo, prima di dirigersi verso quella stanza maledetta.

Levi lə seguì con lo sguardo fino a quando non lə vide sparire dietro alla porta.

Non si era fatto sfuggire il fatto che qualcosa fosse cambiato in ləi dal momento in cui aveva visto quell’ultima stanza della casa e sarebbe stato un bugiardo se avesse negato che quella stessa sensazione fosse arrivata anche a lui, quando aveva dovuto decidere cosa fare di quel dannatissimo letto.

Aveva scelto in realtà di prendere due letti separabili, perché non voleva imporre ad Hange una condizione che potesse trovare in un qualche modo scomoda… ma li aveva comunque fatti trovare da ləi uniti, con un solo materasso matrimoniale.

Era stato strano anche per lui, quando si era immaginato di doverci dormire insieme a ləi. Ed in realtà sapeva che non doveva esserlo, dopotutto era Hange, sapeva fin troppo bene quanto fosse importante per lui. Sapeva di voleva passare il resto della sua vita con ləi, sapeva di non volerlə perdere di nuovo… ma sapeva anche che concretizzare quel desiderio che per così tanto tempo aveva represso dentro di sé… gli faceva paura.

Era come se non fosse stato del tutto pronto, una cosa che aveva letto anche nello sguardo dell’altrə nell’istante in cui era tornatə in salotto dopo la sua esplorazione. E questo gli fece capire che, come sempre, non era solo a dover affrontare quell’insicurezza. Erano entrambi nuovi a quella dimensione, perciò non avrebbero dovuto fare altro che entrarci insieme, con i loro tempi.

Così si era avvicinato con la sedia a rotelle a quella che sarebbe stata la loro camera da letto e aveva trovato Hange davanti l’armadio, intentə a scorrere i vestiti che vi trovava appesi all’interno. Aveva già notato che erano stati ordinatamente divisi per lato: a destra vi erano i suoi, mentre a sinistra quelli di Levi.

«Per il momento non sono niente male!» aveva ammesso Hange, sentendo che Levi era entrato a sua volta.

Il Capitano si era posizionato quindi al suo fianco, osservando i vari vestiti che spostava. Avevano tutti un tipico stile Marleano, ma erano eleganti, con pantaloni, giacche e camicie di evidente qualità. Poi però lə vide fermarsi, l’occhio destro color ambra che si sgranava in un’espressione di ilare sorpresa. Levi inarcò un sopracciglio nel vederlə scoppiare a ridere e recuperare un lungo vestito colorato, che fece storcere il naso persino a Levi stesso.

«Cos’è questo? Una tenda?» aveva chiesto il corvino con disgusto, scatenando altre risate da parte di Hange.

«La vera domanda è: chi credi che me l’abbia preso?» lo sfidò quindi ləi, portandosi quell’abito dai ricami floreali al petto e facendo svolazzare la gonna in un’imitazione di una lady pomposa della Capitale del Wall Sina.

«Sicuramente sarà stato quel babbeo di Sprienger.» commentò Levi.

Hange storse le labbra e scosse il capo, non trovandosi d’accordo.

«Nah, Connie mi conosce, sa come mi vesto. Io dico Reiner.»

«È una scommessa?» domandò Levi, il tono di voce fattosi ancora più basso, ma dal lieve tratto interessato e… divertito.

Hange inarcò un sopracciglio e ci pensò sopra adeguatamente, prima di esibirsi in un sorrisetto astuto e porgere la mano destra verso Levi per suggellare quell’amichevole competizione.

«Andata!» concordò.

Levi lə strinse la mano con la sua, privata dell’indice e medio, ma Hange non sembrò notarlo. Erano entrambi due rottami, sopravvissuti alla guerra per miracolo e quelle loro cicatrici ormai facevano parte di loro.

«Che metti in palio?» chiese il Capitano.

Hange ci pensò su e, quando il suo occhio si posò sul vestito che ancora teneva in mano, il sorrisetto si allargò ancora di più, in un’espressione di malefica astuzia: «Chi perde, deve indossare il vestito per un giorno intero!» sentenziò.

«Fottiti.» fu la risposta lapidaria di Levi, prima che girasse la sedia a rotelle con l’intento di lasciare la stanza. Hange scoppiò a ridere di gusto, tenendosi la pancia.

«Che c’è? Paura di perdere, piccoletto?» lo provocò.

In risposta, Levi alzò l’unico dito medio che gli era rimasto e svoltò nel corridoio, strappando un’ennesima risata ad Hange che rimise il vestito al suo posto.

«Guarda che non ti puoi più tirare indietro, musone!» esclamò rincorrendolo.

Improvvisamente quella stanza non sembrava più così spaventosa.

 

Il resto della giornata fu molto più tranquillo e sereno.

Com’era prevedibile, Hange non era riuscitə a trattenersi dalla curiosità e aveva subito preso un libro dall’ufficio, uno che parlava di piante e di botanica.

Si era sdraiatə su uno dei divani del salotto mentre la vetrata era stata aperta e il melodico suono delle onde l’aveva accompagnatə in quella sua lettura, con il profumo salmastro del mare che lə accarezzava il naso.

Persino Levi aveva deciso di mettersi a leggere qualcosa. Da principio si era seduto sul divano di fronte a quello di Hange, poi, dopo un lungo momento di tranquillità e quiete, trovò con calma il coraggio per sedersi sullo stesso divano dell’altrə.

E dopo ancora qualche minuto, pure Hange aveva deciso di osare ed appoggiò affettuosamente il capo sulla gamba di Levi, mentre continuava con la sua lettura. Lui glielo lasciò fare e così erano rimasti: un quadretto perfetto che avrebbe presto rappresentato alla perfezione quella loro nuova vita insieme.

«Sai, questo libro nomina alcune piante che vengono usate in molte parti del mondo per fare infusi e altri tipi di tè!» lo informò d’un tratto Hange, senza levare il capo dalla gamba di Levi, il libro sospeso sopra il suo volto, tenuto saldo da entrambe le mani.

«Ah sì?» aveva chiesto distrattamente l’altro, continuando a leggere il suo libro che teneva nella mano sinistra.

«Sì! Tu non avevi detto in quell’intervista al Corpo di Ricerca che ti sarebbe piaciuto aprire un tuo negozio di tè, se non avessi fatto il soldato?» domandò l’altrə, ricordando molto bene quel periodo in cui il Corpo di Ricerca era stato assaltato di interviste nel tentativo di ingraziarsi l’opinione pubblica. Sembrava essere passata una vita da allora…

«L’hai letta?» chiese di rimando Levi, inarcando un sopracciglio incredulo e levando finalmente lo sguardo dal suo libro per posarlo su di ləi.

«Certo! Dovevo essere sicurə che non dicessi cattiverie su di me.»

«Ma le ho dette.»

«Nulla che tu non mi dica già in faccia. Comunque, stavo pensando: che ne dici se mi mettessi a studiare le piante del mondo e ti aiutassi a trovare nuove ricette per del tè? Potremmo studiare degli infusi alternativi ed aprire il tuo negozio. “Da Levi il brontolone”. Suona bene, no?»

«Tsk. Idiota.» rispose prontamente il corvino colpendo la fronte di Hange con il dorso del proprio libro.

L’ex Comandante emise un lamento acuto che subito sfociò in una risata, mentre posava il proprio libro sul grembo per massaggiarsi la zona colpita. In tutto questo Levi riprese a leggere facendo finta di nulla e presto la stessa quiete di prima riprese, ma non riuscì comunque a concentrarsi sulle parole scritte. Rimase a riflettere su ciò che aveva appena detto Hange e dopo qualche minuto, la sua voce profonda ruppe nuovamente il silenzio: «Non è un’idea così malvagia.»

L’Ex Comandante scostò di poco il libro per poter guardare il viso di Levi e con un sorrisetto soddisfatto, riprese anche ləi a leggere.

«Il nome lo scelgo io, però» sottolineò Levi.

«Non apprezzi l’arte.» rispose Hange.

 

Con l’imbrunire, il vento si era alzato sulla costa, perciò i due soldati dovettero a malincuore richiudere la vetrata. A quel punto Hange si dedicò a preparare la cena, mentre Levi apparecchiava la tavola e i due presto si godettero il primo di molti altri pasti insieme in quella bella casa.

Quando Levi iniziò a lavare i piatti, Hange si era spostatə nuovamente nel salotto a fissare intensamente il grammofono con aria curiosa...

«Ohi, Hange! Cerca di non romperlo già dal primo giorno.» lə rimbeccò il corvino dalla cucina, intento a mettere a posto l’ultimo piatto pulito nella credenza.

L’Ex Comandante lo ignorò, prendendo in mano uno dei dischi in vinile che li erano stati regalati.

«Uomo di poca fede.» rispose solo, osservando l’oggetto da lato a lato, prima di posarlo sul piatto del grammofono. Diede alla manovella di lato qualche giro e posizionò quindi l’aghetto sul bordo del disco che aveva già iniziato a girare. Dopo pochi secondi, un rumore frusciante fuoriuscì dalla tromba d’ottone, ma durò per poco, poiché il suono allegro degli ottoni, degli archi e del piano, invase immediatamente l’intera casa in un ritmo rapido e trasportante.

Hange si raddrizzò di scatto, emettendo un grido di gioia e subito dopo iniziò a seguire il ritmo della musica con i piedi, schioccando le dita a tempo.

Nel frattempo, Levi si asciugò le mani ed alzò gli occhi al cielo scuotendo il capo, prima di riprendere nuovamente posto sulla sua sedia a rotelle per raggiungerlə.

Hange volteggiava su se stessə lasciandosi trasportare da quella musica allegra: un ballo totalmente inventato e assolutamente ridicolo da vedere, a riprova che non avesse mai preso nessun tipo di lezione. Ma non lə importava.

«C’è da dire che questi Marleani ci sanno fare con la musica!» esclamò continuando quella strana danza frenetica.

Quando Levi lə fu a fianco, Hange si voltò verso di lui senza smettere mai di ballare.

«Dai, balla con me, Levi!» propose quindi porgendogli un braccio.

Il Capitano si lasciò sfuggire uno sbuffo sarcastico, fissando l’altrə con scetticismo.

«Io non ballo, quattrocchi.» rispose lapidario.

«Non fare il noioso!» lo rimbeccò ləi senza mai ritrarre il braccio.

«Devo ricordarti che ho un ginocchio completamente andato?» notò lui inarcando un sopracciglio. Hange continuò a danzare ed alzò gli occhi al cielo con aria annoiata.

«Ed io sono un barbecue andato male! Dai! Ti tengo io, scorbutico!» insistette e a quel punto non attese neanche una sua risposta: lo prese di forza per una mano e lo tirò a sé così da costringerlo ad alzarsi.

«Quattrocchi, ti avverto...» lə minacciò con voce profonda ed affilata, ma alla fine cedette e si alzò di peso, reggendosi solo con la gamba sana, mentre Hange portava le braccia di Levi sulle proprie spalle, così da dargli un maggior sostegno.

«Ecco qui! Era così difficile?» lo prese in giro portando le proprie mani sui suoi fianchi e continuando ad ondeggiare a ritmo.

«Ti odio.» rispose Levi con un’espressione insofferente, senza neppure muovere un muscolo.

Hange rise di gusto.

«Non è vero.»

«Mi sto già pentendo di questa convivenza.»

Nel frattempo, le voci del coro maschile avevano iniziato a cantare la loro melodia, accompagnati dal piano.

 

Ain't she sweet? See her coming down that street.
Yes I ask you very confidentially, ain't she sweet?
Ain't she nice? Look her over once or twice.

Yes I ask you very confidentially, ain't she nice?

 

 

Hange continuò a tenere Levi mentre spostava il peso da una gamba all’altra, tenendo il ritmo della canzone. Sebbene non nella stessa maniera frenetica di prima, così da evitare che l’altro potesse in un qualche modo perdere l’equilibrio e cadere.

Non erano mai stati così vicini, notò Levi, se non in rapide e sporadiche occasioni in cui dovevano prestare soccorso l’uno all’altrə in missione o evitare che venissero colpiti da qualcosa (in particolare Hange). Fu forse per questo motivo che il corvino continuava a tenere lo sguardo sul pavimento, incapace di guardare Hange negli occhi. Non a quella distanza così ravvicinata.

Non era in imbarazzo, era solo che per lui non era affatto facile aprirsi a quel modo. Ma ci stava provando ed Hange sembrava più che paziente e tranquillə, mentre canticchiava distrattamente quella musichetta a bocca chiusa.

 

 

Just cast an eye in her direction, oh me oh my, ain't that perfection?
Oh I repeat, well, don't you think that's kinda neat?
Yes I ask you very confidentially, ain't she sweet?

 

 

Le note continuavano a danzare nell’aria e fu dopo che il ritornello era passato da qualche secondo, che Levi prese finalmente il coraggio di alzare lo sguardo su di ləi... e stranamente non lə trovò a guardarlo a sua volta. Nonostante stesse continuando a muoversi al ritmo di quella canzone e a canticchiarla, il suo sguardo era lontano, perso in una zona imprecisa della vetrata, incantatə a guardare l’oscurità dietro ad essa.

«A che stai pensando, quattrocchi?» domandò quindi lui, distraendolə.

Hange scosse il capo e finalmente gli sguardi dei due s’incrociarono: miele e ghiaccio da un lato e bianco spettrale dall’altro, sebbene quello di Hange fosse ancora coperto dalla benda nera.

«Ah, niente di particolare...» aveva risposto ləi e questa volta fu il suo turno di abbassare lo sguardo sul pavimento, evitando in maniera quasi plateale quello di Levi.

«Non dirmi balle» lə rimproverò lui severo, ma restò comunque fermo in quella posizione: le braccia posate attorno al collo di Hange, le mani giunte poco dietro la sua coda di cavallo castana e spettinata, i piedi paralleli a quelli dell’altrə mentre le mani dell’Ex Comandante rimanevano poggiate delicatamente sui suoi fianchi.

Hange si lasciò sfuggire un mezzo sorriso, consciə di non potergli nascondere niente, e così cedette: «A te Eren che cosa ha detto?» gli domandò.

Non aveva voluto parlare di quell’argomento con gli altri, ma c’era una cosa che continuava a ronzarlə in testa da un po’ di tempo a quella parte. E non seppe il perché, ma in quel momento, ora che tutto sembrava finalmente perfetto, un lieto fine con i fiocchi, quel pensiero era tornato a stuzzicarlə la mente come un tarlo.

Levi lə osservò per un attimo senza dire niente, poi sospirò e piegò il capo verso la propria spalla.

«Niente.» confessò.

Hange sgranò gli occhi e si voltò a guardarlo: «Non ha lasciato un messaggio neanche a te?!» esclamò.

A quelle parole, il Capitano inarcò le sopracciglia in un’espressione dalle note astute e tornò con lo sguardo su di ləi.

«Neanche a me? Sapevo che stavi raccontando balle ai ragazzi» lə rimbeccò quindi.

Hange si morse subito le labbra, realizzando solo in quel momento di aver appena ammesso ad alta voce che neppure ləi aveva ricevuto un messaggio da Eren, al contrario di quello che aveva detto ai giovani del 104° quel giorno.

«Oh… era così evidente?» domandò, insicurə.

«Ti conosco troppo bene, quattrocchi. Ma tranquillə, non credo che i mocciosi si siano accorti di niente.» lə rassicurò lui a modo suo.

Hange accennò un sorriso, ma ora il suo sguardo si era fatto improvvisamente più cupo e meditabondo. La sua mente aveva preso una tangente completamente diversa, tanto che aveva smesso persino di ondeggiare a ritmo della musica. Eppure non aveva lasciato andare Levi e neanche lui si era separato da ləi.

«Cosa ti turba?» domandò quindi il corvino, cercando di catturare quello sguardo che navigava per mari sconosciuti. «Perché all’improvviso hai pensato ad Eren?»

Hange scosse nuovamente il capo, ma era ancora persə nei suoi pensieri, era evidente.

«È solo che… ah, niente, lascia stare...» disse.

«Sputa il rospo, Hange.» lə ordinò quindi lui con il suo solito tono brusco ed autoritario. Levi non apprezzava essere preso in giro e sapeva che qualcosa stava turbando Hange, poteva capirlo. Perciò voleva che gliene parlasse e non transigeva affatto su questo.

Anche Hange lo capì.

«È solo che è strano! Tutto qui.» ammise a quel punto.

«Cosa è strano? Che non ci abbia tenuto ad informarci del suo piano una volta che lo abbiamo ucciso? Probabilmente non eravamo nelle sue grazie, Hange. E sinceramente, non mi piange il cuore se uno psicopatico pluriomicida non mi ha tenuto in considerazione. E non dovrebbe neanche a te.» disse Levi, la voce uscì più dura del solito, forse perché in fondo stava cercando di convincere anche un po’ se stesso e non solo Hange di quella triste e ingiusta realtà.

Loro, più di chiunque altro, avevano sacrificato tutto ciò che avevano per salvare la vita ad Eren. Più e più volte.

Il fatto di essere stati esclusi da quella verità, da quelle “parole di conforto” da parte di un mostro che loro stessi avevano aiutato a creare… beh, egoisticamente faceva male.

Perché avevano perso tutti i loro compagni. Tutti, per lui. Ma Eren non si era minimamente disturbato a lasciare delle ultime parole. A chiedere anche solo un “scusa”, per tutta la merda che aveva fatto loro passare.

Sarebbe stato certamente apprezzabile. Ma non aveva importanza.

Eren era morto e non potevano rivangare il passato per sempre.

«Non è solo quello.» ammise infine Hange.

Levi a quel punto lə osservò incuriosito e allo stesso tempo preoccupato.

«Allora cosa c’è?»

Hange sospirò profondamente, il grammofono in sottofondo aveva smesso di suonare senza che loro se ne fossero nemmeno accorti.

«Io… ho visto i danni che ha fatto Flock all’idrovolante.» cominciò ləi, lo sguardo basso, il tono di voce profondo e cupo «Non… non era possibile ripararlo così in fretta. È per questo che io...»

«Sì, è stata fortuna.» tagliò corto Levi e questa volta levò le braccia dalle spalle di Hange e con la gamba buona compì un passo all’indietro per separarsi del tutto da ləi.

Hange sbatté le palpebre e fu come se si fosse risvegliatə da uno stato di trance, nel momento in cui realizzò che Levi non fosse più tra le sue braccia.

Alzò lo sguardo su di lui e quando incontrò i suoi occhi, riuscì a leggervi un dolore e una rabbia che a molti sarebbero sfuggiti, ma che ləi poteva vedere chiaramente come gli stessero ribollendo dentro. Lui non voleva parlare di questo, non voleva ripensare a quel momento.

«Tu sei salvə. Non importa come sia successo: è successo. Perciò non parliamone più.» sentenziò lapidario.

Hange continuò a fissarlo e dopo pochi secondi si riprese completamente con un lungo sospiro, piegando le labbra in un sorriso gentile.

«Sì, hai ragione. Scusami.» disse solo.

Calò un lungo silenzio ricco di pensieri e riflessioni e fu grazie a questo che Hange si rese conto del rumore del disco che continuava a girare vuoto, così si era voltatə di spalle per fermare il grammofono onde evitare che si danneggiasse. Il suo occhio ambrato cadde sulla fasciatura che lə spuntava dal polso, mentre una cicatrice rossa lə attraversava tutto il dorso della mano.

«Io vado in camera a mettermi le medicazioni per la notte» informò Levi osservandolo da sopra la spalla.

Il corvino annuì, nel mentre cercava di recuperare il suo aplomb e scacciare via quei pensieri e ricordi che non gli facevano altro se non male.

Voleva godersi quella serata, non voleva rivangare al passato o pensare ad Eren. Lui era lì con Hange e con nessun altro e solo questo importava.

Lə guardò mentre si allontanava per prendere la strada verso la loro camera da letto e lə vide voltarsi verso di lui per regalargli uno dei suoi sorrisi radiosi.

«Ci metterò poco.» aggiunse prima di sparire dietro l’angolo.

Levi rimase lì, in piedi, a fissare il vuoto lasciato dalla sua figura, ma non si mosse. Quella conversazione che avevano appena avuto, era stata strana. Quella stranezza che lasciava dubbi anche quando non li si voleva. Dubbi che a quanto pare Hange aveva da che si era risvegliatə in quell’ospedale.

C’era qualcosa che non lə tornava in tutta quella storia, qualcosa che sapeva lə stesse sfuggendo.

I danni all’idrovolante erano troppo gravi, lo sapeva ləi e lo sapevano tutti. Per questo avevano avuto bisogno di qualcuno che si sacrificasse per rallentare il Boato e far guadagnare loro tempo. Per questo Hange era statə sicurə che quella sarebbe stata la sua ora.

Come poteva essersi risolto tutto così in fretta?

Fu con quel pensiero che l’Ex Comandante iniziò a sbottonarsi la camicia fino a liberarsene completamente. Scalciò via i mocassini ed abbassò anche i pantaloni, osservandosi nel lungo specchio verticale della sua stanza, posto ad angolo vicino all’armadio.

Hange sospirò profondamente e, stringendo i denti, iniziò lentamente a togliersi le varie fasciature.

Ora faceva molto meno male rispetto alle prime volte: la pelle aveva iniziato a cicatrizzarsi ed era per questo che aveva bisogno di costanti medicazioni. Doveva evitare l’ipertrofia, ovvero l’ingrossamento della pelle cicatriziale, e per farlo era necessaria l’idratazione con crema e la compressione delle fasce, in particolare sugli arti, che erano le parti maggiormente danneggiate dalle ustioni.

Era riuscitə a proteggersi il tronco e il viso il più possibile, mentre combatteva con i Colossali, ma così facendo aveva per forza esposto le braccia e le gambe maggiormente.

Se i ragazzi non fossero arrivati in tempo a recuperarlə, neanche quello sarebbe bastato e sarebbe arsə vivə.

Ora che il suo corpo era totalmente libero da qualsiasi involucro, Hange si osservò allo specchio: a partire dalla spalla destra, occupando anche una minima parte del collo, scendeva una chiazza rossa che le avvolgeva metà del petto, terminando sulle ultime costole. Le braccia e le gambe erano la parte peggiore: su entrambi gli arti superiori, fino all’attaccatura dei polsi, la pelle era gonfia ed irregolare, rossa e raggrinzita. Lo stesso valeva per le gambe: all’esterno delle cosce quella stessa piaga disegnava tutta la lunghezza fino alle caviglie, avvolgendo poi anche stinco e polpaccio.

Uno spettacolo raccapricciante, si ritrovò a pensare Hange, ma avrebbe dovuto farci l’abitudine.

Sospirò amaramente e recuperò la crema che lə avevano dato all’ospedale, quando la porta si aprì.

«Levi! Non ho ancora finito!» esclamò, afferrando rapidamente la camicia per coprirsi.

Non lo fece per chissà quale forma di pudore, non era spaventatə dall’idea che Levi lə vedesse nudə. Dopotutto, era già successo in quegli anni di servizio nel Corpo di Ricerca: quando Hange si dimenticava per troppo tempo di lavarsi, impegnatə com’era nel lavoro e nello studio, era lo stesso Levi a costringerlə a fare un bagno e a lavarlə. Non aveva mai avuto vergogna all’idea che lui potesse vederlə nella sua nudità… ma quella volta era diverso. Ləi era diversə.

Sapeva che non dovesse vergognarsi di quelle nuove cicatrici e sapeva fin troppo bene che non sarebbe mai più tornatə come prima, ma ora era nello stato peggiore e non voleva che Levi assistesse a quel suo spettacolino macabro.

Nonostante ciò, il Capitano era rimasto sulla soglia, in piedi, senza neppure l’ausilio della sua sedia.

«Voglio aiutarti.» sentenziò.

Hange sgranò gli occhi e scosse il capo, stringendosi ancora di più alla camicia.

«Non mi serve! Tranquillo, ce la faccio! Aspettami di là!» rispose.

Mai come quel momento gli era sembratə più fragile.

Levi continuò ad osservarlə: la camicia stretta sul corpo, nel vano tentativo di coprire le orribili cicatrice che lə avvolgevano. Ma Levi non ne sembrò affatto impressionato. Anzi, si chiuse la porta alle spalle e, zoppicando, si avvicinò ulteriormente a ləi.

«Voglio ricambiare il favore.»

Hange arretrò di un passo e non lasciò la presa sulla camicia: «Quale favore?»

Il corvino si fermò a pochi passi da ləi, lo sguardo serio che sembrava ancora più accentuato dalla cicatrice pallida che gli attraversava tutta la parte sinistra del volto.

«Mi hai salvato la vita due volte, quattrocchi: nella foresta e con il Boato. Il minimo che possa fare è aiutarti a medicare le ferite.» spiegò lui. La voce era serafica, tranquilla e imperturbabile, così come la sua espressione.

Ne parlava come se fosse quasi un’ovvietà che invece ad Hange era sfuggita, ma l’Ex Comandante non era ancora convintə.

«Non è un bello spettacolo, Levi. Io… io non...»

«Io ero un bello spettacolo quando mi hai trovato nella foresta, dopo che mi era esplosa una lancia-fulmine in faccia?» domandò lui retorico.

«È diverso!»

«In cosa è diverso?»

Non seppe rispondere, non sapeva davvero come farlo, ma non lasciò comunque la presa dalla camicia, continuando a coprirsi al meglio che poteva.

Levi lə guardò negli occhi e sospirò con calma.

«Non m’impressionerò, quattrocchi, te lo prometto.» giurò infine.

Hange si umettò le labbra e fissò a sua volta Levi, leggendo la sincerità che si celava dietro quel suo sguardo color tempesta.

Alla fine… cedette.

Con un respiro profondo, Hange allentò la presa sulla camicia e lasciò che scivolasse per terra, rivelando il suo intero corpo martoriato.

Levi passò lo sguardo su di esso, ma come aveva promesso, non vi fu alcun accenno di disgusto o di pietà nei suoi occhi. Prese in mano la crema che Hange gli passò e si avvicinò a ləi quel tanto che bastava per spalmarla su quei segni scuri.

«Dimmi se ti faccio male.» disse Levi.

Hange annuì, il corpo totalmente in tensione mentre sentiva la mano sinistra del corvino che scorreva lungo il suo braccio, massaggiando la crema con una delicatezza che non pensava avesse. La cicatrice lə dava fastidio, ma la sensazione del contatto con Levi lə portò una sorta di sollievo.

L’osservò nel mentre sistemava le nuove fasce con cura, avvolgendo il braccio che aveva appena finito di medicare. Ancora aveva difficoltà nell’uso della sua mano destra, a causa della mancanza di due delle dita più importanti, ma riuscì comunque a cavarsela e il risultato fu una fasciatura perfetta.

Passò quindi poi all’altro braccio e ad ogni carezza delle sue mani, mentre massaggiavano la crema, Hange sentì la tensione farsi meno. Non percepì neanche più dolore, quasi si dimenticò dell’esistenza delle sue cicatrici. Esistevano solo le mani di Levi e come esse danzavano sul suo corpo con quella dolcezza in grado di infonderlə un calore nuovo, rigenerante.

Poi passò al suo petto ed un brivido lə percorse la schiena, facendolə venire la pelle d’oca lì dove le fiamme non l’avevano scalfitə. Hange chiuse gli occhi per istinto ed inclinò la testa all’indietro, concentrandosi solo su quel contatto straordinario, inebriatə da quelle cure e carezze.

Levi non aveva aperto bocca, svolgeva il suo lavoro con solerzia, attento a qualsiasi reazione di Hange, così da capire se lə stesse facendo male o meno. Vide come il suo petto aveva preso a muoversi in maniera più evidente, il respiro si era fatto più profondo, ma non lamentava alcun dolore o alcun fastidio.

Perciò Levi continuò, esplorando tutti quei punti delicati e bisognosi di cure. Come aveva promesso, non ne fu affatto impressionato: non provava alcun tipo di repulsione verso quei segni rossi e gonfi, anzi, erano la testimonianza che Hange fosse ancora lì con lui. Vivə. Che ancora respirava, che ancora rideva, scherzava, parlava. Perciò, in un certo senso, lui amava quei segni.

Passò quindi alle gambe, l’ultima parte da dover medicare. Con un poco di difficoltà riuscì ad inginocchiarsi e a passare la crema sulla gamba destra di Hange.

L’Ex Comandante deglutì silenziosamente, un ennesimo brivido lə attraversò la schiena, ma non fu un brivido freddo. Anzi, fu come se il suo corpo fosse stato attraversato da una scarica elettrica e che bramasse ancora più attenzioni, ancora più contatto.

Non si era mai sentitə così in tutta la sua vita, specie con Levi… ma questa volta non ne fu spaventatə o stranitə. Lə sembrò invece normale, naturale, come se non avesse dovuto trovarsi da nessun’altra parte se non lì, in quel momento, alla completa mercé delle cure di Levi.

Il corvino fasciò anche quella gamba e passò quindi alla sinistra, le dita affusolate che tracciavano con delicatezza i percorsi di quei segni scuri con sicurezza, ma anche con tenerezza.

Hange aveva sempre avuto un bel corpo ai suoi occhi, anche se non si era mai soffermato troppo a pensarci. Forse perché non erano pensieri da fare verso un suo collega, forse perché non era mai il momento giusto. Perché erano soldati e non potevano permettersi certi lussi come l’amore o l’attrazione. Perché la loro missione era la cosa più importante, la loro priorità e perché non potevano mai sapere quando sarebbe arrivato il momento di dirsi addio.

Ma ora non erano più soldati, ora erano soltanto Levi ed Hange e per la prima volta da quando lə conosceva, si ritrovò ad ammirare con sincerità la bellezza e la perfezione di quel corpo. Persino ora che era macchiato da quei segni, continuava a trovarlə bellissimə.

Fasciò con dolcezza anche quell’ultima parte, Hange l’osservava dall’alto, vittima totale di quelle sue attenzioni. Fu in quel momento che il corvino fece una cosa che mandò totalmente in tilt l’ex Comandante: dopo aver fissato anche quell’ultima fascia, Levi aveva avvicinato il volto su di essa e aveva lasciato un delicato bacio sulla superficie.

Hange si sentì avvampare.

«Levi!» lo richiamò, la voce era uscita in un sospiro, quasi come una preghiera.

Il corvino si separò subito, lo sguardo attraversato da una luce preoccupata: «Ti ho fatto male?» aveva domandato, ma non poteva essere più lontano dalla verità.

Hange non rispose, s’inginocchiò a sua volta e prese tra le mani il volto di Levi: un movimento che fu totalmente istintivo, che neanche aveva controllato, sentiva solo di doverlo fare.

Lo fissò, i loro volti sospesi uno davanti all’altro, alla stessa altezza. Levi non si mosse, guardandolə a sua volta, osservando come il suo occhio destro si era illuminato di una luce intensa, diversa e nuova. Le guance lə si erano imporporate di un rossore tenue, le labbra erano umide e rosee come non lo erano mai state.

Era bellissimə.

Successe tutto rapidamente. Neanche fu chiaro chi dei due si fece avanti per primo. Forse lo fecero entrambi nello stesso momento. In ogni caso, la distanza che li separava fu annullata completamente e le loro labbra si erano incontrate a metà strada, unendosi in un bacio carico di tutto quel desiderio che mai avevano espresso da che si conoscevano, ma che era sempre stato lì, sepolto nei loro cuori sanguinanti.

Erano stati compagni, poi amici, poi fratelli… ed ora amanti. E fu come se non fossero mai stati altro per tutta la loro vita. Fu naturale, nessun imbarazzo, nessun dubbio, nessun timore. Era come se fossero nati per unirsi in quel modo.

Quella stanza non fu più scomoda, quel letto non fu più strano.

Per la prima volta si concessero il lusso di amarsi come persone normali, si unirono in quella danza passionale che neanche pensavano di conoscere, ma che era intrisa nel loro istinto più recondito.

La stanza si riempì dei loro nomi prima sussurrati, poi urlati. Si riempì di sospiri, di preghiere, di gemiti. Si riempì del loro amore. E fu la cosa più semplice, normale, naturale che ebbero mai fatto insieme. Addirittura si sentirono idioti per non averlo mai fatto prima di allora e risero insieme quando si trovarono abbracciati tra le coperte, immersi in quella loro nuova dimensione che sapeva finalmente di casa.

Due corpi rotti e martoriati dai segni delle loro battaglie, due pezzi di un puzzle completamente diversi, ma che s’incastravano perfettamente, formando insieme il più bel quadro che potesse essere visto.

 

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La loro vita fu semplice da quel momento. Una vita normale, così come si erano promessi.

Quando i ragazzi del 104° vollero tornare a Paradis per risolvere la questione con gli Jeageristi, Levi ed Hange furono entrambi d’accordo sul voler rimanere a Marley con Gabi, Falco ed Onyankopon.

Paradis aveva regalato loro soprattutto dolore e sofferenza ed erano stanchi di lottare, erano stanchi di inseguire i loro fantasmi. A Marley potevano costruirsi dei nuovi ricordi, più felici e sereni.

Così avevano salutato i loro ragazzi, promettendosi vicendevolmente di rivedersi un giorno e di scriversi spesso. Perciò il loro non era stato un addio, ma un arrivederci.

Seguirono quella faccenda solo da lontano, grazie alle lettere del nuovo Comandante del Corpo di Ricerca Armin Arlett, ma per il resto, non vollero averci nulla a che fare.

Si dedicarono a costruire la loro nuova vita: come avevano accordato, Hange studiò tutto ciò che c’era da sapere sulle piante che quel nuovo mondo aveva da offrire e con Levi idearono diverse nuove ricette per infusi, così da aprire quel famoso negozio di tè.

Una trovata che ebbe parecchio successo e che permise loro di vivere una vita agiata, che potesse soddisfare diversi loro desideri. Come quello di viaggiare.

Più volte erano partiti alla scoperta di quel nuovo mondo, viaggiando ogni volta che riuscivano: con i loro occhi videro la magnificenza dell’Aurora Boreale, sentirono il gelo dei ghiacciai e il caldo dei deserti, scoprirono il fascino delle rovine degli antichi popoli, la bellezza degli animali della savana e della giungla. Videro tutto ciò che per tutta la loro vita era stato loro precluso, prigionieri com’erano all’interno delle mura.

Il mondo era un posto enorme e meraviglioso ed erano riusciti a condividerlo insieme.

Mandarono ai giovani del 104° le foto di tutti i loro viaggi e rimasero in contatto per anni, tanto che riuscirono anche a rivedersi in più occasioni, trovandoli ormai adulti e persino genitori di splendidi bambini.

Ma al contrario loro, Levi ed Hange non lo erano mai diventati. Non solo a causa delle varie problematiche cliniche per le ferite riportate dalla guerra (specie con Hange), ma soprattutto perché fu una tacita decisione di entrambi, quella di non avventurarsi in quell’esperienza.

Avevano già la loro età ed erano stanchi, distrutti, avevano sacrificato la loro salute e le loro fatiche per il bene di altre persone. Perciò, per puro e semplice egoismo, avrebbero passato il resto della loro vita a badare solo a se stessi.

E non rimpiansero mai quella decisione. Non sentirono nessun vuoto, nessuna mancanza e non furono mai soli.

Assistettero al matrimonio di Gabi e Falco, videro nascere i loro due bambini, a volte fecero persino loro da babysitter, per la gioia immensa di Levi.

Si sposarono anche loro di comune accordo, sebbene la cerimonia fosse stata molto più modesta e volta specialmente per motivi legali più che per un vero senso romantico. Dopotutto non avevano bisogno di un documento per provare il loro amore, non ne avevano mai avuto bisogno, ma tennero comunque le fedi al dito per tutti gli anni a venire.

Gli anni passavano e la vecchiaia arrivò ingrigendo i loro capelli, arcuando le loro schiene, raggrinzendo la loro pelle. Ma il loro spirito non vacillò mai. Rimasero sempre Levi ed Hange, fedeli a loro stessi.

 

«Ecco qui il tuo tè, vecchio brontolone.» aveva detto Hange con tono scherzoso, posando con cautela il vassoio con la teiera e le due tazzine da tè sul tavolo in legno della veranda a lato mare, le mani che tremavano leggermente a causa dell’età.

«A chi hai dato del vecchio, vecchiə?» rispose Levi con voce burbera e roca, le ciocche di capelli argentate che gli sfioravano gli occhi sottili, circondati di rughe. La sua cicatrice sul viso era ancora visibile, ma si confondeva più facilmente su quella pelle invecchiata, tradita però da quell’occhio bianco spettrale.

Hange ridacchiò, sedendosi al suo fianco con un piccolo sforzo: i capelli grigi raccolti da un chignon spettinato, gli occhiali ovali posti sul naso, ma nessuna benda nera a coprirle l’occhio sinistro. Ora erano ufficialmente lo specchio l’uno dell’altrə.

Levi servì il tè in entrambe le tazzine con la mano sinistra -ormai più che abile ad usarla al posto della destra-, ed una brezza leggera sfiorò i visi anziani di entrambi, spettinando i loro capelli.

Hange recuperò la propria tazza e l’avvicinò alle labbra, soffiando sul liquido ambrato prima di berne un piccolo sorso. Era ancora molto caldo, ma era più che sopportabile.

I suoi occhi si posarono sui cinque personaggi che in quel momento giocavano sulla spiaggia: due giovani adulti, una donna dai lunghi capelli castani e il suo compagno dai capelli biondi come il grano, mentre due bambini stavano costruendo un castello di sabbia davanti ad un anziano signore dalla pelle scura.

Hange sorrise ed in quel momento uno dei due bambini, il maschietto dai capelli castani come quelli della madre, aveva alzato un braccio nella loro direzione, per salutarli.

Ləi ricambiò il saluto con energia, mentre Levi continuava a bere il proprio tè.

Dopo qualche minuto, i due anziani furono raggiunti da quei due ragazzini urlanti e scalmanati, entrambi avevano i piedi scalzi e il maggiore teneva i pantaloncini arrotolati sui polpacci, mentre la bimba più piccola, dai capelli biondi legati in due codini, indossava un vestitino rosa corto fin sopra al ginocchio, così che entrambi potessero anche correre sulla riva del mare senza bagnarsi i vestiti.

«Capitano Levi, lo vuoi vedere il nostro castello di sabbia?» domandò il bambino.

In lontananza la madre dei due li rimproverò, dicendo loro di non disturbarli, ma Hange intervenne prontamente.

«Nessun disturbo, Gabi! Lasciali pure giocare!» la rassicurò, prima di voltarsi verso i due «Ah, ma il Capitano Levi sarebbe felicissimo di vederlo!»

I ragazzini urlarono di gioia ed in risposta, Levi scoccò un’occhiata gelida allə suə compagnə.

«Questa me la paghi, quattrocchi.» sibilò.

Hange rise di gusto e senza alcun preavviso, si sporse verso di lui per lasciargli un rapido e dolce bacio sulla guancia.

«Ti amo, nanetto.» gli aveva sussurrato.

Levi bofonchiò qualcosa, forse un’imprecazione a bassa voce, ma alla fine rispose in un mugugno basso: «Sì, anche io.»

Dopo aver detto ciò, Levi si chinò in avanti e prese la bambina più piccola così da farla sedere sulle sue gambe.

«Va bene mocciosi, fate in fretta così posso finire il mio tè in pace.» disse in tono annoiato, mentre l’altro bambino si posizionava dietro la sedia a rotelle e iniziava a spingerla verso la spiaggia, strillando di gioia.

Hange rise divertitə e continuò ad osservare quella scena con un sorriso spensierato. Piegò un braccio sul tavolo e si resse il volto con la mano, gli occhi bi-cromatici fissi sulla sagoma di Levi, intento ad osservare il lavoro dei due bambini, mentre questi gli parlavano di chissà che cosa.

Era felice, si sentiva in pace e completə… il finale perfetto. E lo pensò anche quando sentì dei passi avvicinarsi al suo fianco.

«Stavo iniziando a domandarmi quanto tempo ci avresti messo prima di farti vedere… Eren

Un ragazzo dai capelli castano scuro, legati in maniera disordinata era in piedi vicino a ləi, un sorriso enigmatico stampato sul volto e gli occhi smeraldini fissi sulla sua nuca. Le mani erano nascoste dentro le tasche di una giacca, una maglietta verde pistacchio con lo scollo a V legato con dei lacci gli fasciava il busto muscoloso e dei pantaloni scuri gli vestivano le gambe lunghe e sinuose.

«Lo sapeva, dunque.» disse lui con voce profonda, ma tranquilla.

Hange ruotò il capo verso di lui, l’espressione calma condita da quel suo sorriso dolce come il miele.

«Sì. Ma ho comunque amato ogni singolo istante.» confessò con semplicità, prima di voltarsi nuovamente verso la spiaggia, tornando a guardare Levi circondato dai ragazzi, Gabi, Falco e Onyankopon. Si godette il calore del sole, la carezza fresca del vento e il rumore delle onde, accompagnato dai schiamazzi e le risate dei bambini. Hange sospirò.

«Mi hai aspettatə per tutti questi anni?» domandò.

«O per pochi secondi» rispose Eren ed anche lui si mise a guardare la scena, il vento che gli sollevava la giacca e che gli scompigliava i capelli scuri.

«Cos’è stato a tradirmi?» lə chiese.

Hange sorrise.

«Sono unə scienziatə, Eren, io non credo nei miracoli. Quell’idrovolante non si sarebbe mai aggiustato così velocemente» spiegò ləi, un sopracciglio inarcato in un’espressione astuta, mentre lanciava un’occhiata scherzosa al ragazzo.

Eren soffocò una risata e scrollò le spalle.

«Sì, dovevo aspettarmelo.» ammise.

«Non prendertela. Sai che sono sempre statə molto attentə ai dettagli. E poi c’è anche l’altro fattore… » continuò a spiegare Hange.

«Quale?»

«Che sei uno stronzo che commette genocidi di massa, ma non mi lasceresti andare senza nemmeno salutarmi.» terminò tornando a guardarlo in quegli occhi verdi come le foreste, uguali identici a come se li ricordava.

Eren di rimando abbassò il capo, incapace di reggere quello sguardo e si portò una mano a grattarsi la nuca in un gesto insicuro, un modo che tanto lə ricordò quel ragazzino quindicenne col quale aveva parlato di giganti tutta la notte anni fa.

Un moto di malinconia lə morse il cuore in una stretta dolorosa, specie quando notò ciò che più di tutto differenziava realmente quel personaggio, dal ragazzino dei suoi ricordi: l’infinita tristezza che si celava dietro a quello sguardo stanco.

Hange sapeva che cosa volesse dire la sua presenza lì…

«Io sono mortə, vero?» domandò.

Conosceva già la risposta, ma voleva comunque sentirsela dire da lui.

Eren abbassò il braccio e tornò a guardarlə, lo sguardo serio che tradiva tutta quella sofferenza che gli stava martoriando l’anima.

«Sta morendo, sì...» confermò lui.

Hange annuì, la gola lə si strinse, ma non cedette ancora. Prese la sua tazza di tè e bevette un ultimo sorso per contrastare quella sensazione.

«Sai che cosa c’è dopo?» chiese poi.

«Sì, lo so… ma dopo che sarò morto anche io, tutto sarà diverso e non so più che cosa succederà.» rispose Eren con sincerità, il tono che ora tradiva un certo timore, ma che rimaneva lo stesso ferma e determinata.

Le labbra di Hange si piegarono in un sorrisetto sghembo.

«Noto che anche te hai accettato il tuo destino piuttosto bene.» disse.

«In realtà, no. Per niente. Ma non ho altra scelta… » rispose lui in un sussurro basso e cupo.

Hange annuì, lo sguardo sempre fisso davanti a sé, nel tentativo di stamparsi quell’immagine nella sua memoria il più a lungo possibile.

Non sapeva cosa ci sarebbe stato dopo, ma non voleva che quell’immagine venisse cancellata: le risate dei bambini, i sorrisi sui volti di Gabi e Falco, la presenza rassicurante di Onyankopon… e la pace sul viso di Levi.

Avrebbe voluto vivere in quel ricordo per tutta l’eternità e portarselo dietro con sé anche nella tomba.

«Tu ami Mikasa, giusto?» domandò ləi d’un tratto.

Quella domanda fu come una pugnalata improvvisa per Eren. Non se l’era affatto aspettata, non dal Comandante Zoe. Questo gli provò quanto ləi fosse statə effettivamente attenta ai dettagli per tutto quel tempo, quanto ləi, in realtà, lo conoscesse fin troppo bene.

Sentì un groppo in gola, ma riuscì a controllarsi, mentre abbassava il capo.

«Più di ogni altra cosa al mondo.» confessò.

«E sei pronto a lasciarla andare, per salvarle la vita?» chiese ancora ləi.

Eren chiuse gli occhi, sentendoli bruciare per le lacrime che minacciavano d’uscire.

«Sì.» rispose.

Hange annuì, continuando a non guardarlo. Il sole nel frattempo stava iniziando a tramontare nell’orizzonte, allungando le ombre alle loro spalle. I capelli argentei di Hange, per un momento, sembrarono tingersi nuovamente di quel castano ramato di quando era più giovane.

«Anche io amo Levi. E sono prontə a lasciarlo per salvargli la vita.» disse con tono fermo.

Eren alzò lo sguardo su di ləi e scoprì una lacrima argentea che lə attraversava il viso dorato dal sole.

«Tu però devi dirmi una cosa, Eren.» continuò Hange, voltandosi finalmente verso di lui e rivelandogli tutta la sua sofferenza e il dolore che quella decisione lə stava provocando.

Eren rimase attento, pronto a rispondere a qualsiasi sua domanda.

«Lui starà bene?» chiese infine, lo sguardo che quasi lo implorava di darlə una risposta positiva, mentre un’altra lacrima lə scendeva sull’altra guancia. «Non sarà solo, vero?»

Eren strinse le labbra tra loro e dopo poco lə annuì lentamente.

«Sì, starà bene e non sarà solo. Avrà Gabi, Falco e Onyankopon al suo fianco. Vivrà una vita serena e tranquilla, facendo ciò che ama fare. Se la caverà.» lə rispose con dolcezza e sincerità.

Hange si lasciò sfuggire un lungo sospiro di sollievo e tornò a guardare Levi e gli altri ragazzi. Osservò quei suoi capelli argentati, la pelle raggrinzita dall’età, le mani scarne e l’anello dorato che teneva al dito, lo stesso che aveva ləi.

Un’altra lacrima scese sul suo viso, ma le sue labbra si piegarono in un sorriso dolce e sereno.

«Alla fine, è stata una bella vita, la nostra.» confessò ləi, prima di alzarsi dalla sedia.

«Ti ringrazio per avermela regalata.» aggiunse, voltandosi quindi verso Eren, gli occhi di due colori diversi, immersi in quelli verdi dell’altro.

Il ragazzo lə sorrise: «L’ho fatto per entrambi. Anche il Capitano la ricorderà, quando arriverà il suo momento.»

«Spero di rivederlo per allora.» disse Hange, ricambiando il suo sorriso.

Eren annuì «Lo spero anche io» confessò e a quel punto allungò una mano verso di ləi, attendendo con pazienza che glie la stringesse.

Hange fissò il suo palmo per un breve attimo, poi si voltò nuovamente verso la spiaggia.

Levi, in quel momento, smise di parlare con i due bambini ed alzò a sua volta lo sguardo su di ləi. I due si guardarono per un lungo momento. Hange gli sorrise e Levi ricambiò.

«Ci vediamo, Levi.» sussurrò ləi, prima di voltarsi e stringere la mano di Eren.

 

Notes:

Eeeehhh... sì, l'ho un po' venduta come una What-if, ma non lo era davvero. Vi chiedo scusa se per caso vi ho delusi, volevo dare ad Hange ed Eren un giusto addio, visto che nel Manga l'ultima volta che si parlano è nella prigione e... diciamo che non è esattamente una conversazione pacifica, specie da parte di Eren. Mentre per Levi ed Hange volevo una vita serena ed un "lieto fine". Anche se non è stato "reale"... vuol realmente dire che non sia successo?
Se vi va di lasciarmi un commento con i vostri pensieri e pareri, sarei un sacco curiosa di sapere cosa ne pensate!
Grazie ancora per essere arrivati alla fine di questa storia! So che non era affatto breve per essere un solo capitolo, ma spero che per questo non sia risultata troppo pesante!
Grazie a tutti e a presto!