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Du bist die Ruh

Summary:

Carlos era dal lato opposto della vasca, immerso fino a metà torace, e si reggeva la testa con un braccio appoggiato al bordo. Guardava Jannik con occhi socchiusi, sorrideva, e poi lanciava uno sguardo al cielo nuvoloso di Melbourne fuori dalla finestra. Non c’era una stella in vista eppure poteva giurare che fosse la notte più luminosa della sua vita.

Notes:

Quanto tempo! Avevo detto che sarei tornata presto, lo so. Però almeno sono tornata.
Ho deciso di pubblicare questa one shot dolcina per tirarmi (e tirarvi, mi auguro) su di morale dopo la partita di oggi di Carlitos.
Spero che vi piaccia!
PS: se vi va lasciate un commento, sono sempre graditi <3

Work Text:

Jannik si sporse oltre il bordo della vasca e con dita bagnate cliccò sullo schermo del cellulare abbandonato sul pavimento nel tentativo di cambiare canzone. L’acqua traballò al suo movimento e gocce di schiuma caddero sul tappeto ai piedi della vasca stracolma. Aveva il petto umido e le spalle luccicavano alla luce calda delle quattro candele accese sul davanzale della finestra. Aveva voluto metterle lì perché credeva che Carlos avrebbe trovato il modo di bruciare l’intera stanza, se fossero state più vicine.
Carlos era dal lato opposto della vasca, immerso fino a metà torace, e si reggeva la testa con un braccio appoggiato al bordo. Guardava Jannik con occhi socchiusi, sorrideva, e poi lanciava uno sguardo al cielo nuvoloso di Melbourne fuori dalla finestra. Non c’era una stella in vista eppure poteva giurare che fosse la notte più luminosa della sua vita.
Jannik scelse la canzone e si immerse di nuovo nella vasca, poi premette un piede contro la sua coscia per richiamare la sua attenzione. «A che pensi?» chiese.
Carlos si strinse nelle spalle e scosse la testa. «No sé». L’aria era tiepida e le note del pianoforte che provenivano dal cellulare galleggiavano senza peso tra di loro. Carlos fece scorrere lo sguardo sulla sagoma delle spalle di Jannik, sulla curva del collo, sul ciuffo di capelli ancora asciutti che gli ricadeva scompostamente sulla fronte. Gli occhi di Jannik riflettevano la luce delle candele ed erano lucenti come stelle polari. «Estoy tan feliz».
Jannik non rispose, ma sulle sue guance un velo di rossore si insinuò tra una lentiggine e l’altra. Fece sbattere lentamente il ginocchio contro il suo e piegò la testa di lato. Una via di mezzo tra una carezza ed un ammonimento.
Carlos si sentì comparire un sorriso sulle labbra e cercò di ricacciarlo giù senza troppo successo. Finì per nasconderlo dietro ad un colpo di tosse forzato, ma Jannik lo stava già guardando come se avesse perso ogni speranza, ed era ancora più rosso. «C’mon, stop it» disse, esasperato.
Carlos alzò le mani in segno di resa e poi si mise più comodo dal suo lato di vasca, tirando a sé un po’ della schiuma che li divideva. Jannik aveva le gambe piegate e incastrate tra le sue, ed erano talmente lunghe che le ginocchia affioravano dall’acqua come cime di colline disperse in un mare di nuvole. Carlos ci passò sopra due dita, ricalcando con i polpastrelli la cicatrice appena in rilievo che Jannik si era procurato a Pechino.
Jannik mosse la gamba per dispetto e Carlos gli afferrò il polpaccio per farlo stare fermo. Senza fretta, si piegò in avanti e posò un bacio sulla sua pelle umida. Quando sollevò gli occhi nei suoi, Jannik li aveva appena più socchiusi e si stringeva il labbro tra i denti. 
Carlos fece strisciare le labbra sul lato del ginocchio, dove la pelle si schiariva, e poi tornò su. Avrebbe voluto far scorrere le mani sulle sue cosce e tirarlo più vicino, ma all’ennesimo movimento di Jannik si allontanò. Mordendosi la guancia per trattenere un sorriso sfacciato, si accorse che a Jannik era venuta la pelle d’oca.
Si osservarono di nuovo, in silenzio, nella loro battaglia di sguardi combattuta dai lati opposti di una vasca da bagno, e Carlos alla fine scoppiò a ridere e si voltò di nuovo verso la finestra. «You’re always going to win, are you?»
Jannik mosse il piede contro la sua gamba e annuì. «Se me lo concedi, sì».
Carlos sospirò piano e poi gettò la testa all’indietro. Ad occhi chiusi, si godette lo sfregare della caviglia di Jannik contro la sua e il suo tentativo di attorcigliarcisi come una pianta rampicante. Poi lo sentì spostarsi, l’acqua dondolare contro il petto, le sue mani che si agganciavano ad uno dei suoi piedi e glielo sollevavano. Jannik prese a massaggiargli il polpaccio, movimenti leggeri dei pollici sul muscolo già rilassato, e poi gli baciò la caviglia, e lo rifece, e lo rifece ancora.
Quando Jannik passò all’altra gamba, Carlos sollevò la testa e gli lanciò un’occhiata. Jannik aveva le labbra bagnate e gli occhi quasi completamente inghiottiti dal nero della pupilla. Era lo stesso sguardo che gli aveva rivolto poco prima, quando Carlos era rientrato in camera e l’aveva trovato steso a letto, un braccio nascosto sotto il cuscino e la maglietta sollevata a mostrare una striscia di pelle bianchissima. Aveva voltato il viso verso di lui appena aveva sentito scattare la maniglia, nonostante stesse dormicchiando davanti alla televisione accesa. Poi gli aveva sorriso, si era appoggiato su un gomito e aveva piegato una gamba perché Carlos potesse sedersi accanto a lui. «Hola, mi amor» aveva sussurrato, in un pessimo accento spagnolo. Carlos gli era saltato addosso ancora prima di liberarsi del borsone.
Ora, il calore strisciava sul collo di Jannik e gli colorava il viso e il petto. Il segno rosso che gli aveva lasciato sotto la clavicola sembrava tendere al viola nella penombra della stanza e Carlos desiderò affondare i denti nello stesso punto per udire di nuovo Jannik sospirare al suo orecchio. Sentiva sulla lingua il sapore del sonno che gli aveva portato via a forza di baci, e il profumo dei suoi capelli sparsi sul cuscino, il gusto della pelle contro le labbra.
«Vorrei non dover giocare domani» disse Jannik. Poi gli posò un bacio morbido sull’osso della caviglia. I pollici solcavano la pelle di Carlos con dolcezza, dalla piega del ginocchio alla fine del polpaccio, e poi su, e giù, e su di nuovo. «I want to stay in bed with you all day». 
Carlos ritirò la gamba e raddrizzò la schiena, tornando ad appoggiarsi al bordo della vasca. Guardò Jannik in viso, ma lui stava disegnando vortici nella schiuma che li divideva. «And what about our final?»
Jannik si lasciò scappare una risata e non sollevò lo sguardo. «Our final?» chiese. «Sei troppo ottimista».
«You’re being modest» disse Carlos, facendo un gesto noncurante e schizzando acqua da tutte le parti. Jannik si asciugò il viso sfregandolo contro la spalla e poi si morse le labbra in un sorriso perfido. «Non sto mica parlando di me».
Carlos spalancò la bocca, oltraggiato, mentre Jannik scoppiava a ridere. Si mise in ginocchio e con uno scatto si gettò su di lui. L’acqua ondeggiò contro i bordi della vasca mentre Carlos costringeva Jannik a stare fermo bloccandogli i polsi contro i fianchi. Jannik stava ancora ridendo quando lui gli si sedette in grembo a cavalcioni.
Jannik lo guardò dritto negli occhi, arricciati da un sorriso dolce, tenero, genuino. Una minuscola goccia brillante si era posata sulle ciglia chiare, l’iride si piegava attorno alla pupilla in un luccichio dorato, le lentiggini che gli spruzzavano il viso erano più scure e definite dal sole dell’Australia. Quando Jannik lo guardava in quel modo, come se si scordasse dell’esistenza di un mondo che andava avanti al di fuori di loro due, Carlos impazziva. D’un tratto, si dimenticò di essere arrabbiato, della punizione che aveva ideato per Jannik, di tutto quello che non erano loro e la vasca in cui gravitavano. Gli posò una mano sul lato del collo e si piegò per baciargli le labbra.
Jannik liberò il polso dalla sua presa e lo strinse a sé, circondandogli la schiena con le braccia. Mormorò parole incomprensibili contro la sua bocca senza staccarsi mai e sollevò il volto per lasciare scoperta la gola. 
Carlos fece scivolare il pollice sulla linea pulsante della sua giugulare e gli accarezzò la pelle bollente. Il battito era accelerato e rimbombava in lui come se il cuore di Jannik fosse stato dentro di sé, accanto al suo. Era la sensazione più vera che avesse mai provato. 
Le mani di Jannik si aggrapparono ai suoi fianchi, morbide, calde, prepotenti, e tremarono insieme a Carlos quando un brivido di piacere gli percorse la spina dorsale.
Jannik sorrise dentro al bacio e poi si allontanò. Lo guardò per un secondo con occhi che non erano per nessun altro, poi li puntò sullo spicchio di luna che faceva capolino tra una nuvola e l’altra. 
Lo sussurrò, perché certe cose non potevano essere dette ad alta voce: «Would you still love me?»
Carlos scrutò l’ombra sul suo volto e temette di venirne risucchiato. «If you beat me in the final?»
Jannik incurvò appena le sopracciglia all’insù mentre un’altra ondata di calore gli colorava le guance. Annuì leggermente, evitando il suo sguardo. Jannik era il tipo che a malapena riusciva a credere di aver vinto anche dopo averlo fatto.
Carlos si strinse nelle spalle e si sistemò meglio contro di lui. Jannik aveva ancora le mani sui suoi fianchi, ma il resto della schiena era nuda ed umida e ricoperta di pelle d’oca. «Me ganaste muchas veces» disse.
Jannik lo guardò per un secondo, poi ritornò sulla luna. L’iride ne rifletteva i contorni sfocati, come specchiata su un mare increspato da venti tiepidi. «It was different» mormorò, incerto. E poi, lentamente, come se fosse un segreto a cui non credeva nemmeno lui: «Now... I feel like I actually have a chance».
Carlos annuì. Gli fece scorrere due dita sulla guancia per cercare di voltargli il viso, ma Jannik era ancora scuro in volto, serio. «You really do» disse. «You know that».
Jannik si voltò, gli occhi assottigliati da un dolore che Carlos comprendeva e che tuttavia non poteva alleviare. Non disse una parola, però sbatté le ciglia, allentò la presa sui suoi fianchi, rilassò la mandibola. Poi, lentamente, chinò il capo e appoggiò la fronte contro il suo petto.
Carlos gli avvolse le spalle, gli posò baci morbidi sui capelli, si fece più vicino quando le braccia di lui gli strinsero la schiena. Non c’era niente al mondo che preferisse a questo. Ad un posto solo per loro due, a lui e a Jannik, a Jannik e basta.
Appoggiò la guancia contro la sua testa e sospirò. «Te amaré por siempre» sussurrò. Lo fece con ogni fibra di sé, perché non poteva rischiare che sembrasse falso. Era vero, era così vero che Jannik doveva crederci. 
Jannik lo ripeté, fiato caldo contro la sua pelle bagnata. «Por siempre». Poi tirò indietro il viso e, spostandogli con due dita il ciuffo che gli cadeva sulla fronte, gli sorrise. «Sei incredibile» disse.
Carlos gli avvolse le guance con le mani e lo baciò dolcemente, premendo le labbra chiuse contro le sue. «I know» borbottò, senza allontanarsi.
Jannik si sistemò meglio sotto di lui, lo strinse più forte, chinò il capo per baciargli il petto. Poi fece correre una mano sul retro del suo collo e gliela passò tra i capelli, in una carezza che fece tremare Carlos da testa a piedi.
Carlos chiuse gli occhi per un secondo soltanto, appoggiò le mani sulle sue spalle e inspirò lentamente. La luce nella stanza era poca e le loro ombre proiettate sul muro creavano un’immagine sola, indivisibile. 
Jannik fece scivolare le mani sulla sua schiena e le premette sul suo sedere per farlo avvicinare, ma Carlos si tirò indietro e scosse la testa. «Ah ah» disse, mentre Jannik già alzava gli occhi al cielo. «You’re not having a second round».
Jannik sbuffò con fare grave. «E perché?»
Carlos gli pettinò all’indietro i capelli e poi fece per alzarsi, allontanandosi con un terribile sforzo di volontà dal calore del tocco di Jannik. «It’s too late». Si mise in piedi, cercando di lavarsi via di dosso i rimasugli di schiuma, e aggiunse: «You have to play tomorrow». 
Jannik lo guardò dal basso con il broncio, poi fece scorrere un indice sulla sua coscia, a seguire il percorso di una goccia d’acqua. «Sei ingiusto» borbottò. «I’m not tired at all».
Carlos mise un piede fuori dalla vasca e si coprì con un asciugamano. «Well, you should be» disse. «Unless you want to lose your match…»
Jannik scosse il capo svogliatamente, stiracchiandosi nella vasca ora libera. «Ti odio quando hai ragione».
«Then you must hate me a lot».
«I mostly love you, actually».
Carlos stava per fargli una boccaccia quando dal cellulare abbandonato sul pavimento si diffuse una melodia dolcissima e delicata che gli fece venire la pelle d’oca. «What music is this?» chiese. 
Jannik, che aveva aperto lo scarico e si stava avvolgendo in vita un asciugamano, sembrò in imbarazzo per un solo secondo. «Du bist die Ruh» borbottò. «By Schubert».
Carlos sentì i nervi tendersi come corde di violino al modo in cui le parole si erano attorcigliate alla voce bassa di Jannik. «¿Qué significa?»
«Qualcosa come tu sei la pace» disse, mentre raccoglieva il telefono da terra. 
Carlos seguì Jannik nell’altra stanza e si gettò sul letto sfatto. L’indomani avrebbe appeso alla porta il cartello per cambiare le lenzuola, ma oggi si sarebbe goduto il profumo di Jannik sparso per tutta la stanza. «It really suits you» disse, seguendo Jannik con lo sguardo. 
Jannik lasciò cadere l’asciugamano sul pavimento al centro della camera e poi fece una smorfia. «I don’t think it does». Completamente nudo, camminò fino alla valigia di Carlos e gli rubò un paio di mutande.
Carlos non smise mai di guardarlo. Seguì il movimento delle spalle mentre camminava, i muscoli delle gambe, la curva del sedere. I capelli che rimbalzavano leggeri ad ogni passo, la schiena arcuata quando si piegò per mettersi la biancheria, il braccio teso mentre gli lanciava un paio di boxer addosso.
Poi Jannik lo raggiunse a letto, si sdraiò sulla pancia e infilò il braccio sotto al cuscino. «Buonanotte, mi amor» sussurrò, come faceva sempre. Aveva gli occhi pesanti quando Carlos si piegò in avanti e gli baciò una guancia. «Maybe I’m a bit tired». 
Carlos si sistemò sdraiato su un fianco per guardare in faccia Jannik, che sbadigliò. Aveva i capelli allontanati dalla fronte e le ciglia chiare e lunghe tutte ingarbugliate tra di loro. Era l’emblema della bellezza. E della pace. Della sua pace.
Carlos coprì entrambi con il lenzuolo, poi spense l’abat-jour. «What if neither of us made it to the final?» domandò, incerto.
Nel buio, Jannik si rigirò e gli strinse la vita con un braccio. Carlos sentiva il suo respiro premere contro il viso e la stanchezza del giorno gli piombò addosso in un attimo.
La voce di Jannik era una carezza tiepida, quando sussurrò: «Vorrà dire che sarà per la prossima volta». E poi sorrise, perché sapeva. Jannik lo sapeva e basta, tutto quanto. «E poi stai facendo il modesto».
Carlos stava già scivolando nel sonno quando, più per dispetto che per altro, borbottò: «I’m not talking about myself at all». La risata di Jannik fu l’ultima cosa che sentì e la prima che sognò.