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The Ones Who Live

Summary:

«"Ho trovato il ladro della dispensa!" comunica, voltandosi di nuovo verso il ragazzo.
Sta per dire qualcos’altro, ma con la coda dell’occhio vede suo padre avvicinarsi sempre di più fino a superarlo. Prima che Simone possa urlargli di fermarsi, Dante si porta la mano alla bocca, con uno stupore nell’espressione da far vacillare la presa che ha Simone sulla pistola da quanto è piena di emozione.
"Mimmo!" esclama Dante e il modo in cui pronuncia la parola sembra quasi una preghiera di speranza.»

Or semplicemente una The Walking Dead au, ovvero una Zombie Apocalypse au. I fatti della prima stagione rimangono invariati e anche buona parte di quelli della seconda, cambia il fatto che Mimmo e Simone non si sono mai conosciuti. Si conoscono in questo contesto, mentre Simone è alle prese con i traumi che questo mondo apocalittico ha portato con sé.

Notes:

Buonaseraaaaaa :)
Prima volta che pubblico qualcosa qua quindi siate clementi e anzi se qualcuno ha voglia di darmi qualche consiglio su come gestire tag e quant'altro.
Il titolo della storia fa riferimento ad una frase pronunciata in The Walking Dead, nonché nome di uno degli spin off della serie.
Per quanto riguarda la storia ho unito le mie "ossessioni" ovvero Simone Balestra e Mimmo Bruni con The Walking Dead.
Alcuni personaggi e alcune storyline saranno ispirate a quelle della serie di The Walking Dead, magari via via che posto i capitoli vi spiego quali.
Ho mantenuto tutta la prima stagione di Un Professore e parte della seconda, di questa ho escluso la storia di Mimmo e Simone che qui non si conoscono e riadatterò tutto a questo universo.
Ah, e ogni capitolo ha il titolo di una canzone che mi fa pensare a Simone e Mimmo in every universe. Il testo delle canzoni non sarà necessariamente collegato al capitolo, però se così fosse lo scriverò via via!
E niente, spero vi piaccia, fatemi sapere!

Chapter 1: The Night We Met

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text



Il concetto di vita oltre la morte è sempre stato piuttosto astruso per Simone, sebbene nel corso degli anni abbia cercato più volte di elaborare una propria visione a riguardo. Qualche volta ha pensato che forse paradiso, purgatorio ed inferno potessero pure esistere, che alla fine era plausibile che ci fosse qualcuno di onnipotente a giudicare le tue azioni e tutto quanto; altre volte invece si era convinto che fosse più sensata la reincarnazione, con il concetto di karma da scontare e di evoluzione e sicuramente questo gli faceva meno paura del pensiero che non ci fosse altro e che spesso prevaleva sulle prime due scuole di pensiero.

A riguardo poi, ha sempre avuto emozioni contrastanti: ansia, paura, disagio, forse anche curiosità. Eppure, adesso che sa cosa c’è oltre la morte, prova solo due sentimenti che non avrebbe mai pensato di provare: disgusto e rabbia.

La rabbia, a dire il vero, è sua compagna in tutti gli aspetti della vita da un po’ di tempo. Anche ora che è seduto ad un tavolino un po’ dismesso a giocare una tranquillissima partita a carte con Manuel, in una serata di perfetta quiete come lo sono tutte le sere da un pezzo a quella parte, Simone si sente comunque arrabbiato. Non lo dà a vedere, ha imparato molto bene a camuffare i suoi sentimenti, soprattutto perché non vuole che gli altri lo spingano a parlare perché questo sì che lo fa arrabbiare ancora di più. Perciò si limita a muovere su e giù la gamba quasi istericamente, come a camuffare la rabbia con il nervosismo, perché il nervosismo può essere ricondotto a varie cose, come ad esempio al fatto che sta malamente perdendo questa partita a briscola oppure più in generale al fatto che tutta questa serenità, tutta questa quiete è sospetta, perché non succede niente di brutto da troppo tempo e nel mondo in cui vivono ora questo non è normale.

I ricordi sul mondo di prima si sono fatti un po’ confusi nella sua mente, come se fossero tutti rivestiti da una patina opaca, come se appartenessero ad una vita mai davvero vissuta, una realtà parallela che non è realmente esistita in questa, di realtà. È tutto lontano, ovattato. Vorrebbe ricordarsi perfettamente com’era bello andare al mare d’estate senza doversi preoccupare di poter morire o di veder morire le persone che ama, com’era bello dormire fino a tardi e poi lamentarsi sui social di non aver fatto niente durante tutta la giornata, com’era bello festeggiare il Natale, vedere le città addobbate dalle luci, com’era bello annusare l’odore dei popcorn appena fatti seduto sulle poltroncine di un cinema. Com’era bello sentire sua nonna recitare un testo teatrale.

Com’era bella sua nonna in generale. Si sforza sempre di ricordare il suo volto, ma la sua mente gioca costantemente brutti scherzi e non fa che riproporgli quel terribile momento in cui l’ha visto per l’ultima volta. È iniziato tutto così per lui: con la febbre di sua nonna alta, troppo alta e la preoccupazione sui volti di tutti quelli che le volevano bene. Il professor Lombardi, docente di latino nella scuola di Simone e in cui sua nonna teneva un corso di teatro, da sempre innamorato di lei, veniva a trovarla tutti i giorni con un diverso mazzo di fiori. Simone non aveva mai visto il suo volto piegato così dalla preoccupazione. Tutti erano preoccupati, perché le storie che si iniziavano a sentire erano non solo preoccupanti, ma anche spaventose.

“Pensiamo sia un virus, non sapete quanti pazienti ho visitato solo stamattina” aveva detto loro il dottore un giorno, prescrivendo poi a sua nonna Virginia degli antibiotici che non sono serviti a niente. Simone ne ha testato l’inefficacia in uno dei giorni peggiori che abbia mai vissuto in vita sua. Era solo in casa quella mattina, se l’era presa comoda perché erano settimane che, nonostante la malattia della nonna e la preoccupazione costante che provava, studiava per il test d’ingresso all’università. Si era trascinato mezzo addormentato in cucina a prepararsi un caffè e poi aveva riempito un bicchiere di succo per sua nonna perché magari avrebbe potuto aiutarla a stare meglio. Si era messo a canticchiare, perché quel giorno si sentiva bene, aveva riposato e fuori non faceva troppo caldo e quella sensazione, quei brevi minuti di tranquillità, sono quelli di cui Simone sente più la mancanza nonostante non riesca più a percepirne il sapore. La famosa quiete prima della tempesta.

Era bastato un rumore a farlo smettere di cantare. “Nonna? Sei tu?” aveva chiesto sorpreso, mentre usciva dalla cucina e si affacciava fuori dalla porta per guardare verso il piano superiore. Un altro rumore. “Nonna?”. Una volta salite le scale l’aveva vista in piedi, in corridoio, di spalle. La cosa gli aveva fatto spalancare gli occhi per un attimo e sorridere. “Nonna! Sei in piedi!” aveva commentato sorpreso e quel momento, quel momento in particolare, è quello che la sua mente non smette mai da anni di riproporgli. È successo un po’ a rallenty, sua nonna si è girata tipo a scatti, ma nell’attimo esatto in cui se l’è trovata davanti Simone ha saputo che tutte quelle storie spaventose che aveva sentito in quegli ultimi giorni erano vere. Aveva guardato sua nonna per un attimo, prima di urlare di paura. Gli occhi vitrei, i grugniti, il volto bianco come… come un cadavere, appunto. Il secondo dopo l’aveva vista avventarsi su di lui, buttarglisi addosso, cercare di mordere la sua pelle.

“Virginia!” aveva urlato qualcuno, che poi l’aveva staccata da Simone proprio un attimo prima che riuscisse a morderlo.
Ecco, da quel momento in poi tutto nella testa di Simone è stato confuso, annebbiato. Aveva visto il professor Lombardi pieno di sangue, i suoi occhi spaventati da puro terrore mentre cadeva a terra e sua nonna si avventava su di lui. Aveva visto suo padre arrivare, sua madre gridare, Anita -la compagna del padre – e suo figlio Manuel -nonché migliore amico di Simone - trascinare lui, sua madre e suo padre fuori dalla casa.

“Ha gli occhi vuoti, è… è… come se fosse… come se fosse mo-mo-mor…” ricorda di aver balbettato Simone, senza davvero riuscire a parlare a causa della paura, dello sgomento.
“In centro è pieno di persone così. È questo virus” aveva commentato Anita, ma la sua voce era arrivata alle orecchie di Simone lontana, ovattata, come il suo stesso respiro. Le braccia di Manuel lo avevano stretto forte prima che se ne potesse rendere conto, prima che cadesse a terra.
“Vieni, siediti qua” gli aveva sussurrato piano, con una delicatezza che non era solita appartenergli.

Sono passati anni, ma ancora non ricorda in quale momento esatto li avevano raggiunti anche Nicola, Viola e Ryan, rispettivamente padre, sorellastra e fidanzato di Viola nonché amico, di Manuel. Non ricorda di averli sentiti parlare, discutere. Non è certo che l’urlo di puro orrore sia uscito dalla bocca di suo padre o dalla sua stessa bocca, o magari da quella di entrambi all’unisono. Sa solo che, quando hanno provato a riaprire la porta di casa, non c’era più solo sua nonna in quelle condizioni, ma anche Lombardi, o almeno quel che rimaneva di lui. Era stato Nicola a colpirli per primo, seguendo un tacito accordo che Simone non ricorda di aver stipulato. Era stato invece Manuel a salvare Nicola e a far smettere a sua nonna e a Lombardi di essere così mostruosi. Un colpo in testa: è questa l’unica cosa che riesce a fermare i corpi che tornano in vita dopo la morte. Simone non ricorda niente di tutto questo, ma sa che il trauma ha accompagnato Manuel per molto tempo, sebbene non ne abbia mai parlato realmente con lui.

È normale, alla fine, o almeno lo era al tempo quando ancora non si erano abituati a questo nuovo mondo. A capire che per ora non c’è modo per far tornare indietro - far tornare vivi quei morti. In questo nuovo mondo non basta dover vivere il crudele, atroce, momento in cui vedi la vita di una persona a cui vuoi bene venire strappata brutalmente, no in questo mondo devi metterci il carico da dieci e porre fine a quella vita due volte. A volte sono completi sconosciuti, a volte sono persone che magari vedevi tutti i giorni, con le quali avevi stretto un legame affettivo, come nel caso di Manuel e la nonna di Simone. Come nel caso di Dante e il suo alunno Matteo.

Durante i primi mesi del nuovo mondo, Villa Balestra era diventata un posto di raccolta. Lontana quel che bastava dal centro città, era un punto strategico in cui radunarsi perché abbastanza riparato dalla minaccia dei morti, che Dante aveva poeticamente ribattezzato vaganti. Avevano accolto persone conosciute e anche qualche sconosciuto e si erano organizzati piuttosto bene, anche dopo che i militari avevano lanciato bombe sul centro città nella speranza di spazzare via i morti. Non ci erano riusciti, ovviamente, avevano solo popolato ancora di più le città di vaganti rendendo molto più complicate e rischiose le missioni per cercare acqua, cibo e tutto ciò che era necessario.
Tuttavia, il piccolo centro che era diventata la Villa aveva funzionato quasi per un intero anno.
Poi c’era stato il devasto. Poche ore di una notte erano riusciti a spazzare via tutti i loro sogni di ricostruire un piccolo mondo, una minuscola realtà brulicante di salvezza. Un’orda di vaganti aveva raggiunto i dintorni della villa, perché così si muovevano i morti per la maggior parte, in orde. Non che avessero una coscienza comune, non che avessero un cervello pensante, semplicemente erano tutti attratti dai rumori e ancora di più dai vivi. E vagavano -da lì il nome- trascinandosi senza meta quasi da sembrare innocui, se non messi davanti ad un essere ancora in vita. A quel punto diventavano letali. Erano stati letali per Matteo, che non era riuscito ad entrare in auto in tempo ed era stato preso e quindi Dante, da lontano, con una pistola recuperata da Manuel in una missione in città, aveva messo fine alla sofferenza e alla paura che assale chiunque finisca preda dei morti.

Avevano girovagato senza meta per tanto tempo, perdendo qualche altra persona perché questo mondo era brutale e non faceva sconti, fino a quando non avevano incontrato Giulio, i suoi figli Lorenzo, Adriano ed Eva, e sua sorella Lara.
Giulio era, ed è tuttora, una persona estremamente forte e carismatica, un leader nato, così come sua sorella Lara. Questo aveva fatto sì che, unendosi al loro gruppo, Simone sentisse finalmente una sensazione di protezione, come se finalmente le cose potessero aggiustarsi. Nella loro piccola comunità è riuscito a sentire gli arbori di una nuova società, a sentire come se la minaccia fuori fosse un po’ più piccola ora che vivevano in una realtà così fortificata e protetta che lui stessa aveva contribuito a far nascere. Avevano ricreato una vera e propria piccolissima cittadina e lui non si era tirato dietro dal costruirla, da erigere le mura a difesa centimetro per centimetro. Erano stati anni folli, ma allo stesso tempo anni in cui finalmente Simone aveva capito che forse in questo nuovo modo non era richiesto solo sopravvivere, ma vivere. Grazie a Giulio, Lara, Lorenzo, Eva e soprattutto Adriano si era sentito di nuovo vivo.
Fino a che il velo dell’illusione non è caduto.

È passato un anno, ma ancora non ne parla con nessuno e nessuno gli chiede di parlarne, per fortuna, perché il solo pensiero basta a togliergli il respiro in modo così preoccupante che vorrebbe strapparsi le viscere, le corde vocali, la pelle. Simone sa che non è l’unico rimasto scottato da quello che è successo, sa che gli altri stanno quantomeno provando ad andare avanti, ma lui non riesce, non quando il ricordo è così vivido, impresso nella sua mente e lo tormenta ogni volta che prova ad addormentarsi. Non può andare avanti, perché forse nella vita c’è un limite a quanto dolore può provare una persona, forse semplicemente lui è troppo debole per questo mondo, oppure forse gli serve solo del tempo, degli anni in cui non succede niente di così tremendo per lui. Per questo non esce dalle mura da quando è successo e per questo hanno tutti smesso di chiedergli di farlo. Questo però non rende gli altri esenti dal preoccuparsi.

Simone lo vede anche ora mentre gioca a carte con Manuel. Vede le occhiate perennemente preoccupate che gli lancia ogni due tiri, anche se nascondo tutto alla perfezione dietro il proprio sarcasmo.
Non sa come si sente a riguardo, da una parte si sente in colpa, vorrebbe abbracciarlo e dirgli di smettere di essere sempre in pensiero per lui, dall’altra vorrebbe urlargli contro di lasciarlo in pace, di smettere di guardarlo con quell’orribile sguardo pieno di pietà. Quello che fa, però, è buttare giù un carico perché cazzo neanche a giocare a briscola la sorte è clemente con lui e in mano ha tre carichi per la seconda volta e ovviamente Manuel deve prendergli il terzo carico di fila stavolta con un misero due di briscola. Almeno potrebbe farlo vincere se è così in pena per lui, invece no, quando deve prendere punti magicamente la preoccupazione scompare e lascia il posto ad un sorrisino vittorioso estremamente irritante.

«Sei ‘na pippa» commenta Manuel pure, non contento, dopo che Simone ha sbuffato sonoramente. Sta logicamente per rispondergli male, perché a questo punto è autorizzato, quando qualcosa oltre la spalla dell’altro cattura la sua attenzione tanto da farlo alzare in piedi di scatto.
«Oh, che stai a fa’?» chiede Manuel perplesso, voltandosi di scatto.
«Ho visto qualcosa… qualcuno correre là» replica Simone indicando un punto preciso, nella strada tra la dispensa comune e una delle recinzioni. Aguzza la vista, perché è buio e le luci sono flebili, ma vede comunque la figura cercare di arrampicarsi per il muro. «Guarda! Si sta arrampicando!»
Manuel guarda, ma non vede troppo bene e poi comunque non può fermarsi dal dire: «ma non è che stai a fa’ tutto sto casino perché stai a perde’?». Si becca un’occhiata di fuoco da Simone, che da parte sua si sente impaurito da un lato e dall’altro quasi… euforico, tanto che afferra la pistola di Manuel con un solo scatto e prima che l’altro possa anche lontanamente lamentarsi lo zittisce con un «vai a chiamare Giulio e Lara!». E poi corre verso il punto in cui la figura si sta arrampicando.

Gli ci vuole veramente poco per raggiungere il posto in cui si trova, è piuttosto veloce a correre e comunque la scossa di adrenalina nata neanche lui sa da dove gli dà la spinta necessaria per arrivare in tempo per spaventare la persona che si sta arrampicando tanto da farla scivolare e cadere a terra.
Non è una caduta troppo vertiginosa, la figura è appena arrivata sotto la metà del muro reso troppo sdrucciolevole dalla pioggia di quel giorno, eppure Simone non riesce a fare a meno di preoccuparsi per una frazione di secondo. Si avvicina cautamente, la pistola puntata fermamente sul corpo a terra che sta imprecando sottovoce perché sente male lì dove ha battuto a causa della caduta. Quando è vicino riesce a scorgere un po’ di più i lineamenti della figura, che riconoscere essere un ragazzo più o meno della sua età.

«Alzati» gli dice con voce ferma, continuando a puntargli contro la pistola. Il ragazzo a terra si spaventa e alza subito le mani sopra la nuca, tirandosi su con qualche smorfia di dolore.
«Posso spiegare» fa lui, con la voce che trema. Non riesce a dire altro perché un fascio di luce lo costringe a coprirsi la fronte per cercare di vedere qualcosa e Simone riesce appena a scorgere per bene il volto del ragazzo prima di voltarsi, sempre con la pistola puntata contro la sua testa, per vedere Giulio, Lara, suo padre e Manuel avvicinarsi.

«Ho trovato il ladro della dispensa» comunica loro, voltandosi di nuovo verso il ragazzo.
Sta per dire qualcos’altro, ma con la coda dell’occhio vede suo padre avvicinarsi sempre di più fino a superarlo. Prima che Simone possa urlargli di fermarsi, Dante si porta la mano alla bocca, con uno stupore nell’espressione da far vacillare la presa che ha Simone sulla pistola per quanto piena di emozione.

«Mimmo!» esclama Dante e il modo in cui pronuncia la parola sembra quasi una preghiera di speranza.

Notes:

Piccola curiosità: ho immaginato Giulio come Vinicio Marchioni, i figli Lorenzo e Adriano rispettivamente come Federico Cesari e Giacomo Ferrara e Lara come Beatrice Arnera. Eva è una bambina, devo ancora capire bene quale piccola attrice me la ricorda!

Fatemi sapere, un bacetto <3

Ps: se qualcuno che parla napoletano avesse voglia di darmi una mano su come scrivere i dialoghi di Mimmo in dialetto io vi sarei molto grata.