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Language:
Italiano
Series:
Part 1 of Dreamverse
Stats:
Published:
2025-09-10
Updated:
2026-04-23
Words:
424,706
Chapters:
31/?
Comments:
68
Kudos:
35
Bookmarks:
5
Hits:
1,255

Dionisomachia

Summary:

Atena e Odino sembrano aver abbandonato da tempo il mondo a sé stesso; ne risulta una guerra fredda fra Asgard e il Santuario sullo sfondo della Cortina di Ferro post-Seconda Guerra Mondiale. In realtà, le due divinità stanno compiendo un loro viaggio travagliato su Stella Natalis, il mondo che si può lasciare ma mai raggiungere, per ottenere lo status di Reincarnazioni; e mentre su questo mondo si consuma un intrigo violento e pieno di errori fatali, nel mondo mortale di Saint Seiya i Cavalieri d'Oro ottengono la loro investitura, ciascuno dopo un viaggio individuale altrettanto complicato. Senza saperlo, il mondo si sta preparando all'oscurità portata da Saturno attraverso la misteriosa "bile nera", capace di innescare il processo di Nigredo. Vettore improbabile di questa contaminazione sarà la misteriosa Esra, la donna in cui Dioniso si è reincarnato e che scatenerà una guerra contro il Santuario e Asgard, ma chi c'è veramente dietro a tutto quanto?

Notes:

A few words for context which I believe are important!
ENGLISH AT THE END OF THE CHAPTER

- Questa fic è un AU, nel senso che si parte dallo stesso concept e da premesse molto simili per arrivare da tutt’altra parte. Inoltre Saga non è (ancora) impazzito e Aiolos e Shion sono ancora vivi.
- Questa long è parte di una serie ambientata in un multiverso di mia creazione basato sui principi medievali di alchimia, astrologia e teoria degli umori. In questo multiverso i mondi esistenti (che poi sono i vari fandom) sono stati sognati da un creatore sconosciuto, cioè i terrestri sul pianeta Terra, unico mondo del multiverso in cui non esiste la magia. L’evento passato principale dell’oniroverso è il dio supremo Saturno che perde la ragione dopo aver creato la pietra filosofale, e viene consumato dalla bile nera e dal processo di Nigredo; lo stesso destino tocca ai mondi su cui mette gli occhi, dopo averli isolati gli uni dagli altri chiudendo la Via di Saturno che li univa tutti. Il tutto è un po’ la mia allegoria letteraria per la lotta contro il disturbo bipolare e la psicosi. I rimanenti dei planetari creano con quel che resta della pietra quattro Cavalieri di Sidonia, di cui potete leggere nella fan fiction con lo stesso nome, che però NON E’ assolutamente necessario leggere per leggere questa qui (per la quale, secondo me, questa piccola premessa è sufficiente).
- Siccome siamo nel multiverso, ci sono più mondi anche in questa fan fic: i primi tre capitoli sono ambientati nel mondo dei semidei, Stella Natalis, dal quale le reincarnazioni di Atena, Odino e Dioniso stanno cercando di formarsi. Si vede anche il mondo di Elden Ring per un paio di scene.
- La reincarnazione di Atena non è Saori, volevo provare un personaggio completamente diverso. C’è anche la reincarnazione di Odino che arriverà ad Asgard, e quest’ultima l’ho riscritta un po’ più pesantemente osservante della mitologia nordica.
- Per l’appunto adoro la mitologia e ho un debole per la letteratura postmoderna, contaminata e che gioca un po’ con tutto e mescola tutto. Di conseguenza ho fatto parecchi esperimenti e tentativi scrivendo le backstory dei cavalieri d’oro, che sono collocati in contesti un po’ diversi o trattati molto diversamente (si vede maggiormente nella backstory di Camus nella Siberia sovietica, o nel fatto che ho mostrato anche le loro vite di tutti i giorni in tempo di pace, di fatto diminuendo un po’ la solennità generale)
- Le età le ho rifatte tutte come mi tornava meglio, perché non mi trovavo per niente coi cavalieri d’oro ufficialmente ventenni (anche perché sono io stessa un vecchio rudere di 35 anni)
- Tutto questo pasticciare potrebbe non incontrare i gusti di tutti, anche se il mio sforzo principale è stato mantenere tutti in character anche al netto del cambio di tono. Se comunque gli vorrete dare una possibilità, io sarò al settimo cielo <3
- Siccome fra lavoro, casa, cani, gatti, vita in generale sono estremamente incostante e pigra su AO3, tenete presente che se per esempio ho pubblicato due capitoli in realtà ce ne sono altri già completi. Per il link al drive dove carico invece tutto puntualmente basta che mi scriviate un messaggio!
- Grazie per essere qui. Davvero ç_ç

NB: La storia dei gold saint comincia dal capitolo 5 — prima c’è la storia di Atena e Odino

(See the end of the work for more notes.)

Chapter 1: L'Eufonia del Sagittario

Chapter Text

« Invero, il Creatore è uno ed è tantissimi, come una mente alveare che ha dato vita a tutto l’universo; e alcuni ritengono che egli od essi si trovino da qualche parte su un pianeta minuscolo collocato ai limiti estremi dell’Oniroverso; di esso si dice che, curiosamente, sia l’unico luogo dell’universo dove non esiste la magia; ed il Creatore l’ha chiamato solamente Terra, perché tale è la semplicità di questo misterioso luogo che muore ogni giorno. 

Eppure il Creatore con i suoi miliardi e miliardi di menti ha creato molti esseri viventi che popolano l’Oniroverso: perché Egli vive senza magia e dunque la desidera ardentemente, senza sapere che possiede già la magia delle Storie, la più potente e immortale forza creatrice. 

[…] Gli Dei sono infiniti. Il Creatore ne ha sognati a centinaia per la Terra, e poi ha creato miliardi di mondi con altre centinaia di Dei. Ma alcuni si sono creati da soli, abusando del dono ricevuto: questi sono gli Dei Planetari, i più potenti di tutti, nati dalla Pietra Filosofale. E tra loro il più potente ancora è Saturno, imperatore dell’Oniroverso tutto; ma Saturno divenne il Grande Malefico in preda alla pazzia, e gli Dei Planetari caddero in uno stato di sfacelo. 

Vi sono poi i Semidei. I più grandi, benché artificiali, furono i quattro Cavalieri di Sidonia, ma essi dopo dodicimila anni di guerra caddero infine sotto l’oscurità profonda di Saturno, ed essi sono ormai scomparsi, e con loro ogni speranza. Con la loro scomparsa, molti nell’Oniroverso hanno dimenticato ogni cosa, hanno dimenticato di quando le galassie erano collegate, hanno dimenticato Saturno e vivono rinchiusi. 

Esistono decine di specie diverse di Semidei […] e tra queste vi sono anche gli Incarnati. 

Gli Incarnati vengono al mondo segnati dal destino di ospitare nel loro corpo la reincarnazione di un Dio, ma molti si perdono lungo il cammino; coloro che vi si attengono, invece, ri-iniziano la loro vita già adulti presso il mondo irraggiungibile di Stella Natalis, che si può solo lasciare, mai raggiungere. Su Stella Natalis questi Semidei affrontano le prove necessarie per ottenere le Regalie del loro Dio, e durante questo percorso vengono chiamati Pellegrini: su Stella Natalis accumulano potere nel corso di lunghe decadi, per poi divenire immortali e lasciare il mondo natio in cerca del loro destino; e solo quando il Dio infine li riconosce essi diventano davvero Incarnati. 

Esistono anche classi inferiori, originate dall’accoppiamento di Dei o Semidei con altre creature di vario genere. […] Un esempio sono gli Esperidi, che hanno lo sguardo malinconico perché sono esseri dell’eterno tramonto, nati da una lontana ascendenza di Dei e Titani; essi sono considerati estinti, giacché erano sì giovani in eterno, ma non immuni al venire uccisi, e Saturno li volle sterminare; ma gli studiosi li volevano nobili e bellissimi, in possesso di magia e guardiani della stessa, perché stare di guardia a ciò che è luminoso era la loro vocazione eterna. 

[…] È ricco questo Oniroverso di creature e di menti che tutto possono. Ma senza i Cavalieri di Sidonia, è destinato, nel giro di qualche decina di migliaia di anni, a rattrappirsi completamente nell’abbraccio mortale della Bile Nera di Saturno. »


PARTE 1: BAD MOON RISING
Capitolo 1: L'Eufonia del Sagittario

« Noctua ».

La voce non era né maschile né femminile, e non era né urgente né importante, o così sembrava. Tutto pareva futile, in quel mare di stelle. E lei se ne stava lì sospesa, sovrastata da una grande nebulosa che vegliava come un occhio, quasi svenuta, con in mente un canto armonioso di donna.

Era forse il suo cuore che stava cantando? Ma era sempre stata stonata come una campana. 

Stava dimenticando il viso di suo padre. Nel ricordo le appariva come un manichino senza la faccia dipinta. 

« Tra poco ti sveglierai. Non ricorderai più nulla della vecchia vita; e anche chi ne faceva parte non ricorderà più nulla di te ».

Non era male. Era perfino confortante… forse la rallegrava, addirittura. Il mare di stelle era profondo all’infinito in qualsiasi direzione, e l’infinità continuava a crescere mentre la materia tutto intorno veniva fatta e disfatta. Cosa importava una vita?

E poi, in fondo, niente di tutto ciò la stupiva. A casa non era mai stata di casa. In definitiva non era meravigliata di quell’oceano di galassie e di tutti i mondi che si percepivano in lontananza: aveva sempre saputo che erano lì, malgrado nessuno ci credesse. E quanto aveva sognato di nuotare fra le stelle, galleggiando come adesso, dove non arrivavano le aquile, dove c’erano gli alieni. 

« Non si tratterà di una vacanza. Il sollievo che desideri dovrà essere pagato col sangue. Tu cercherai le Regalie su Stella Natalis, un mondo dilaniato da conflitti. Ascoltami bene: la civetta ti guiderà verso l’ulivo, l’elmo, lo scettro di Nike, lo scudo e l’Egida. Rimani sul cammino, tieni un passo costante e tutto si risolverà per il meglio ».

Noctua richiuse gli occhi, abbandonandosi completamente mentre con un sorriso sardonico pensava: “Ma quanto la fai lunga”. 

 

Non ci fu quasi transizione. 

La cosa che Noctua vide pochi secondi dopo, o così le parve, fu una terra distrutta e ridotta alla fumante desolazione. Si accorse di trovarsi adesso in ginocchio su un terreno bruciato e zuppo di sangue. 

Non era né giorno né notte: al posto del cielo, c’era lo spettacolo scintillante della galassia profonda. Enormi isole rocciose galleggiavano nell’aria insieme a svariate lune, e il cielo era percorso anche dagli enormi anelli di un pianeta che orbitava chissà dove, vicinissimo. Noctua vide volare sul cielo stellato delle strane mante spaziali. Quella era Stella Natalis, allora?

Dappertutto vi erano cadaveri. Accanto a lei giaceva un ragazzo diviso in due parti, le interiora come una ghirlanda. Poco più in là una donna conficcata su uno spesso palo appuntito. E tanta gente ridotta a una poltiglia piatta, schiacciata da qualcosa di enorme. Noctua non fece nemmeno in tempo a respirare: un vomito di bile le schizzò fuori dalla bocca.

Barcollando, si alzò in piedi. La puzza di morte e di bruciato era davvero insopportabile. 

Il campo di battaglia, che un tempo doveva essere stato la periferia di una città, si estendeva per chilometri. Si vedevano diversi edifici in rovina, e anch’essi sembravano essere stati travolti da qualcosa di enorme. Su quello che era stato un davanzale di una finestra, di cui restava solo il buco carbonizzato, era riverso a pancia in su un bambinetto col torace sfasciato. 

Noctua vide un lontananza uno spettacolo davvero strano: stagliato contro l’abbaglio di una galassia che sembrava un’esplosione, c’era un enorme ulivo contorto e antico, che doveva essere alto almeno ottocento metri e sorgeva proprio nel mezzo di due catene montuose invalicabili, ridicolmente alte e lisce, come a fungere da cancello per quel che si poteva indovinare al di là del passo. Campeggiava sulla desolazione e fungeva da appoggio per una vera e propria città costruita sulle sue numerose nodosità. Già da quella distanza, Noctua fu capace di vedere che l’ulivo sanguinava dalla corteccia. Pioveva sangue dalle sue foglie. 

« L’ulivo, » disse, con la voce traballante a causa della nausea. 

Decise di incamminarsi in quella direzione, mossa non tanto dalle parole che aveva udito nello spazio, quanto piuttosto da una specie di istinto che pungeva e fremeva in fondo alle interiora. 

Dopo qualche passo si imbatté in un gruppetto di persone vestite di un bianco sporco di fango e sangue, che indossavano maschere da medici ed erano, a quanto pareva, intenti a radunare i cadaveri in una pila ordinata. 

« Altolà, » disse uno di loro, estraendo la spada. Ma aveva paura: tremava. Cosa accidenti avevano passato quei poveracci?

Noctua sollevò le mani. « Non ho cattive intenzioni, » disse. « Vorrei solo sapere dove siamo e… beh, cos’è successo qui. Credo di essere appena rinata, e mi sento come dire perplessa ».

« Rinata? »

Le persone mascherate si rivolsero degli sguardi nervosi. 

« Non so spiegarmi, » ammise Noctua, sempre con le mani in alto. Ma del resto vedevano bene tutti che non era neanche armata. « So solo che non sono venuta per fare del male. È solo che… uh… insomma capisco che detta così mi fa sembrare una sciroccata, ma vorrei… parlare col vostro albero ». 

Abbassarono tutti lentamente le armi. 

Noctua li guardò stupita: dopo una spiegazione del genere si sarebbe aspettata di venir attaccata, semmai, come capita a chi va in giro per le strade affermando di voler conversare con un albero. 

Invece la guardavano tutti, senza muoversi. Noctua non vedeva i loro volti, ma aveva, chissà come, una specie di sesto senso che la informava delle loro emozioni. Anche questa è nuova, pensò. Sono piuttosto ganza. 

« L’energia che emani… »

« Eh? Io? »

L’uomo che aveva parlato buttò a terra l’arma e si inginocchiò di fronte a lei. Noctua stava per protestare o per esclamare qualcosa di incredulo, ma anche gli altri fecero subito lo stesso.

« Ehm… vi prego, alzatevi. Mi avete presa per un’altra ».

Ma il primo uomo che si era inchinato era praticamente aggrappato alle sue caviglie.

« Bentornata, » le disse, commosso. 

 

*

 

Noctua si fece accompagnare fino alla città, che le fu presentata col nome di Eilawa. Era tutto in salita, giacché le strade della città si snodavano sui rami del colossale ulivo sacro. 

Probabilmente era stata una città stupenda, piena di magia e di bellezza: Noctua indovinava i resti di luci e lanterne, aggraziati lampioni e stupendi festoni di luci intrecciati fra i rami, con le piccole casette dagli usci intagliati che un tempo erano state piene di fiori, colorate e drappeggiate di tessuti variopinti. Ma ora l’ulivo sanguinava e le strade erano scivolose e buie. 

Noctua incespicò e di riflesso guardò in giù, e per poco non se la fece addosso. Erano altissimi. 

« Che cosa c’è laggiù? » chiese Noctua per non pensarci. Stava guardando in lontananza: come aveva supposto, Eilawa si trovava a fungere da tappo presso un passo di montagna. A sud, il campo di battaglia da cui era venuta; a nord, oltre la città e le montagne, una pianura sterminata di cui non si vedeva la fine — ma si intuiva, all’orizzonte, una luce davvero intensa che sembrava… cantare.

« Laggiù c’è il Valhalla, la sala degli Einherjar ».

« Chi sono? »

« I morti che appartengono a Odino, che ogni giorno combattono senza sosta per prepararsi al momento in cui verranno chiamati, » spiegò il suo accompagnatore. « Non devi mai andare laggiù. Eilawa ha il duro compito di separare il Valhalla dal resto di Stella Natalis, e per un buon motivo. Moriresti sul colpo. Non andare mai a nord, e non permettere a nessuno di andarci ». 

Infine Noctua venne accompagnata presso un bell’edificio alla convergenza di tanti immensi rami. Il panorama da lì era davvero unico nel suo genere, sembrava che il cielo galattico non avesse fondo. 

Venne fatta sedere su dei gran cuscini a righe e, dopo pochi minuti di attesa, vide arrivare una donna molto anziana con in mano un vassoio con del cibo. Glielo mise con mano tremolante davanti: un panino visibilmente raffermo e qualche oliva. 

« Vi ringrazio per tutto, ma non posso accettare del cibo. Ne avete troppo bisogno, » disse Noctua. 

« Capisco che le tue remore vengano da un cuore gentile, ma ti prego, non ci offendere. Saremo stati anche sconfitti, ma non siamo caduti così in basso da non onorare gli ospiti ».

« Capisco. Chiedo scusa, » disse Noctua abbassando brevemente il capo. Poi mise mano al panino, che era decisamente duro come un sasso. Ne strappò un morso con un certo sforzo e lo masticò meglio possibile. « Cazzo — voglio dire, accidenti, è buonissimo. Curcuma? »

La signora anziana sorrise conciliante. 

« Per rispondere alla domanda che hai fatto dabbasso… ad attaccarci è un mostro di nome Giapeto. Un Titano, che ha marciato sulla nostra città con un gruppo di Giganti ».

« Perché l’avrebbe fatto? »

La signora anziana sospirò, volgendo alla galassia un paio d’occhi un po’ annebbiati. « Siamo su Stella Natalis. Questa è la terra dei Pellegrini che devono diventare Incarnati. Qui vivono molti esseri che detestano i semidei, invidiano l’immortalità che essi possono ottenere, e i Titani sono fra questi. Non c’è mai un giorno su Stella Natalis senza una strage. O i Giganti, o i Titani, o gli Ecantonchiri, o i cannibali, eccetera ».

« Abbiamo anche dei cannibali? Buono, » fece Noctua con una smorfia, continuando a masticare il panino di cemento.

« Sono il popolo di Fenrir. Un lupo d’apocalissi in forma di uomo che solo il Pellegrino di Odino potrebbe controllare. I suoi discepoli sono talmente tanti da popolare un’intera città, Veneficium, e attaccano i Pellegrini e li mangiano vivi, in modo da ottenere parte dei loro poteri, o così credono quegli idioti. Giapeto, invece… lui vuole rubare la Regalia di Atena che ospitiamo qui. E che invece spetta a te. Egli ha già trafugato un’altra Regalia di Atena, la Lancia di Nike. È un collezionista di Regalie altrui ».

« Mh… beh… sinceramente sono un po’ confusa, » disse Noctua, che non sapeva da che parte sbilanciarsi. 

« Giapeto ci ha sterminati quasi tutti, noi che ormai da tanto tempo non sappiamo più combattere senza la guida di Atena, » spiegò mestamente la vecchia. « Ha detto che tornerà fra un anno esatto, e che se non gli consegneremo la Regalia distruggerà l’ulivo sacro palmo a palmo e riverserà su Stella Natalis i morti del Valhalla ».

« Che ansia, » osservò Noctua. « E chi presiede al Valhalla? Voi o Odino? »

« Noi siamo solo il cancello da superare per avvicinarcisi. Un accordo molto antico fra Atena e Odino, diversi in tutto tranne che nell’amore per l’equilibrio. Ma Odino è un dio piuttosto ostico. Le sue prove uccidono tutti i suoi Pellegrini, e così non si reincarna da… da tanto, tanto tempo, » spiegò la vecchietta. « Come ti avranno detto, nella sala dei caduti si trovano gli Einherjar, che colui o colei che ha gli Occhi Fiammeggianti potrebbe guidare in battaglia contro le forze del male in nome di Odino ».

« Sono un grande esercito? »

« Il Valhalla ha 540 porte, ognuna tanto ampia che 800 soldati vi potrebbero marciare attraverso affiancati ».

« Minchia, » disse sinceramente Noctua. « Sarebbe un disastro se venissero sguinzagliati ».

« Solo Odino può controllarli, infatti. Se le porte venissero aperte da altra mano, ho paura che sarebbe la fine del mondo. Per questo Elaiwa è tanto importante… per questo è terribile che ora siamo così fragili ».

 « E voi cosa avete pensato di fare? »

La vecchia apparve profondamente triste. Eppure, coi suoi occhi quasi ciechi guardava Noctua con una sincera, anche se timida, speranza. 

« Non c’è modo di sbagliare la tua aura con quella d’altri. Questa città ti aspettava. L’ulivo, anche se ferito a morte, ora sa di potersi ancora salvare e risuona con te in perfetta sinfonia. Lo senti? »

« Non sento nulla ».

« Prova di nuovo ».

Noctua chiuse gli occhi. In fondo dicevano sempre tutti che alle cose bastava crederci per farle succedere, e lei per natura non era una disfattista. Ma per lungo tempo non udì niente, e pensò che forse erano tutte faccende un po’ new age.

Poi lo sentì piano piano, un campanellino di fata, minuscolo, nient’altro. Era  una vibrazione piccola come un topolino e muta come il passo di un gatto, eppure era una nota purissima. Nemmeno il cristallo poteva produrre un suono simile. Uno spillo in piena fronte che trafiggeva i pensieri, squarciava la cortina di sangue e faceva risplendere il sole. 

« Lo senti? Cosa vedi? »

« Vedo… qualcosa che brilla, ehm… » disse Noctua con gli occhi chiusi, applicandosi al massimo. Ora mi cago addosso, pensava nello sforzo. « Non è più un suono lontano. Ora è proprio una musica bellissima. Ma non è un’orchestra, è come— è come una luce dorata. Io vedo… una creatura alata. No, forse è una scultura… o un’armatura tipo d’oro con le… ali? Ok, non ha senso, lo ammetto. Non capisco… » Aggrottò la fronte, nello sforzo. « Vedo una freccia… sento… un coro? È un coro… troppo bello ».

Noctua riaprì gli occhi. Si sentiva completamente ripulita dentro e fuori. Adesso le sembrava che sarebbe andato tutto bene. In effetti le parve di poter camminare nell’aria e sull’acqua, e fermare Giapeto con un dito.

Si sentiva a casa. Il che era davvero notevole, date le circostanze. 

La vecchietta le stava sorridendo.

« Signora, che significa? »

« È l’Eufonia del Sagittario. Questo è un giorno benedetto. Tu diventerai Atena. Ma non sarà facile ».

« Sì, mi è stato detto… da una misteriosa voce cosmica che mi ha strappata all’affetto dei miei cari o qualcosa del genere, » fece Noctua con una smorfia ironica. « Abbiamo un anno per inventarci qualcosa per fermare Giapeto ».

« Allora ci credi che sei la protettrice di questa città ».

« Beh, non mettiamo il carro avanti ai buoi. Ma sicuramente mi sembra il caso che questo attrezzo di Giapeto venga fermato subito. Allora, che si fa? »

« Come prima cosa devi uccidere Medusa ».

 

*

 

Noctua si alzò massaggiandosi la testa: nel precipitare lì, dopo essersi tuffata nel portale fra i rami più alti dell’ulivo, doveva averla sbattuta da qualche parte — un bel bernoccolo sanguinante. Era strano avere il sangue che scorreva in faccia, e ricordarsi improvvisamente di essere così deperibile. Chissà se le era mai capitato prima. Impossibile da dire: non si ricordava più nulla prima di Stella Natalis. La cosa non la faceva sentire molto bene, ma c’era sempre la possibilità che nella vita di prima fosse stata infelice e che quella fosse una seconda possibilità, e scelse di credere a quello. 

Era finita in uno strano giardino dove splendeva cupamente un tramonto viola e scarlatto. Nell’ombra infuocata del calar del sole, l’erba perfettamente mantenuta del giardino appariva di un verde quasi nero, e le sagome degli alberi erano come fantasmi su uno sfondo color sangue. 

C’erano molti odori, soprattutto l’odore di mela, e il bouquet non era affatto eccessivo o troppo intenso, al contrario era un’armonia che metteva di buon umore. Noctua sentiva di nuovo quella nota dolce e al tempo stesso esilarante che la vecchia signora aveva definito un’Eufonia. 

Eppure era un posto strano e un po’ sconcertante. Ovunque c’erano statue di figure umane o umanoidi, e tutte queste statue avevano dipinta in volto un’espressione di shock. 

Si portò la mano alla testa, in un riflesso involontario di toccarsi il bernoccolo. Ma era scomparso, insieme con la ferita.

Noctua si avvicinò a un albero carico di mele, camminando fra i molti serpentelli che strisciavano sull’erba ben pareggiata. Sembrava incredibile, ma le mele erano d’oro zecchino. Noctua pensò che fosse la classica situazione in cui se avesse sfiorato una mela sarebbe stata fulminata sul colpo, o qualcosa del genere — forse mutata in pietra? Del resto le sarebbe dispiaciuto alterare il giardino; così ritirò la mano. 

« Siete voi? »

Noctua si prese un colpo, cacciò un gridolino piuttosto imbarazzante, e si voltò di scatto. 

Nel riflesso color sangue vide davanti a sé un giovane dall’aspetto piuttosto straordinario. Era infatti quasi completamente rivestito da un’armatura dello stesso materiale delle mele, la quale aveva davvero un aspetto imponente e abbastanza minaccioso, con quelle che sembravano due poderosa corna di caprone avvolte sulle spalle. 

Noctua si immobilizzò, non sapendo se fosse quella la sua prova, e se di fronte a lei ci fosse un nemico. E come avrebbe dovuto occuparsi di un avversario simile? Eppure il giovane guerriero aveva anche un’aria rassicurante. Lunghissimi capelli di un particolare color verde acqua gli ricadevano ai lati di un bellissimo viso e sulla schiena, e il tramonto del giardino si rifletteva come una fiamma in due occhi del tutto tranquilli. 

« Uh… » esitò Noctua. « Io mi chiamo Noctua. Tu chi sei? »

Con sua immensa sorpresa, il cavaliere scese a terra su un ginocchio e chinò il capo. « Sono Shion. Un vostro servitore ». 

« Ma io non ho servitori, » protestò lei, confusa. Perché diavolo si inchinavano tutti, ultimamente?

« Non posso restare a lungo, » disse Shion. « Non posso proteggervi durante questa prova ».

Noctua era esterrefatta. Shion, malgrado fosse uno sconosciuto, sembrava profondamente contrito per il fatto di doverla lasciare, forse addirittura amareggiato. Anche Noctua si accorse di essere un po’ afflitta: non conosceva quell’uomo, ma per qualche motivo il fatto che dovesse andarsene la sconfortava.

« Ma sono felice di avervi vista. Adesso possiamo aspettarvi, » aggiunse. Nel dir così era come pervaso da un profondo trasporto, malgrado il suo atteggiamento rimanesse misurato.

« Puoi… uh… alzarti e darmi del tu? »

Il cavaliere sembrò stupito. Come se volesse rispondere di no, ma al tempo stesso non osasse farlo perché aveva ricevuto un ordine… da lei. 

« Senti… ehm… mi aspetterete dove esattamente? Scusa se è una domanda scema, ma io beh, ho tipo 18 ore di età e non sto capendo molto bene. Come farò a trovarvi? Sempre se sopravvivo al mio primo giorno qui, il che al momento è abbastanza in discussione ».

« Riguardo a questo non c’è nessun dubbio. Sei tu, è chiaro come il sole, » le sorrise il cavaliere. Ma non rispose alle sue domande: Noctua batté un momento le palpebre, e lui era già sparito.  

 

Noctua rimase lì vicino al melo con un tuffo al cuore che non voleva finire. Che motivo aveva di sentirsi così emozionata? Alla fine, raggiunse la conclusione che, per muoversi da quelle parti, avrebbe dovuto cominciare a prendere la cosa come veniva. 

Comunque, fece appena in tempo a finire di calmarsi. Percepì, nemmeno lei sapeva come, un’energia strana — un cosmo, forse? Cosmo. Chissà da dove le era uscito un concetto del genere, ma decise di prenderlo per buono, perché le pareva piuttosto figo. 

Il cosmo che sentiva era uno bizzarro, pieno di malanimo e di sofferenza. Era simultaneamente una sensazione strisciante e un qualcosa che vuotava il cuore, come uno spavento o un attacco di panico. Qualcuno di poco piacevole si stava avvicinando — la sua prova, finalmente? Noctua si rese conto di non sapere cosa fare. Doveva combattere? Così, subito, senza tante cerimonie? Pensò con sgomento a Shion che se n’era andato: ora sì che si sentiva inerme come un lombrico. 

Il cosmo, che veniva proprio da davanti a lei, aveva completamente azzittito l’Eufonia. Noctua vide le mele dell’albero tramutarsi in sassi. Fu strano, ma capì tutto per istinto: quelle statue nel giardino erano state persone viventi. Così, d’impulso, si voltò: faccia rivolta al melo e spalle rivolte al cosmo strano.

Sentì ridere una voce femminile. 

« Non ti servirà a niente darmi le spalle. Ti esporrà soltanto alla mia offensiva ».

« Me ne farò una ragione, » rispose Noctua, alzando le spalle. 

Sentiva sibilare parecchi serpenti. La donna con quel cosmo avanzava scalza, per quel che le pareva di sentire… e voleva veramente tanto uccidere Noctua. 

Ma aveva deciso di prenderla come veniva. 

« Ho detto che ti attaccherò. Il tuo pellegrinaggio finirà alla prima tappa, al giorno zero. Ti perforerò il fegato ».

« Perché? »

« Sei fuori di testa? Ti ucciderò prima che tu uccida me ».

« Beh, questo ti sarà facile da fare pure se te la prendi comoda, visto che non voglio ucciderti ».

I serpenti sibilarono tutti insieme come se fossero stati oltraggiati. 

« Cosa stai… fai sul serio? »

« Tanto per cominciare, non so combattere, » disse Noctua sinceramente. « Non saprei nemmeno dove mettere le mani per farti fuori. Sul serio, mi sfugge proprio la logistica della questione. Quel ragazzo di prima si vedeva che sapeva come si porta il cappello, ma io… »

« Tu dovresti reincarnarti in Atena, la dea della guerra? Fai ridere! » gridò la donna dei serpenti. 

« Sì beh, così mi hanno detto, ma se devo fare la semidea lo farò secondo il mio style ».

« Il tuo… “style”? »

La donna dei serpenti aveva il tono di voce di una che non sapesse se mettersi a ridere o uccidere con gusto. 

« Sei imprigionata qui da quanto tempo? Tutto per fungere da prova della Regalia. In parole povere, sei condannata a essere uccisa da un’aspirante Atena e a non vivere per nient’altro che questo. A me sembra una cosa da pazzi, poi fai te ».

La donna dei serpenti si arrabbiò moltissimo. Ma Noctua non si mosse di un millimetro, e continuò a darle le spalle. 

« “Fai te”!? Questo destino siete voi di Stella Natalis che lo volete! » gridò la donna. « Non fare la santa. Io sono qui come carne da macello per te, solo per questo, e non l’ho certo chiesto io ».

« Infatti, perciò non sarebbe un duello, ma un abuso. È proprio questo che non mi va a genio ».

« E allora perché non ti va a genio preferisci morire? »

« Esatto. È questo il mio stile ».

Noctua sentì un fruscio: se lo aveva interpretato correttamente, la donna aveva abbassato i pugni. Sentì anche il suo cosmo mutare: come se un tornado fosse caduto a causa del suo shock. La donna era esterrefatta, ma la sua rabbia era ben radicata, e continuava a scorrere nel suo corpo come veleno. Al tempo stesso, però, incredibile a dirsi, nutriva la speranza di non dover uccidere. 

« È un trucco? » disse la donna, circospetta. 

« No ».

« Non hai paura di morire? Com’è possibile? »

« No, forse non hai capito. Sono terrorizzata ».

 

Era ancora il tramonto nel giardino, un tramonto che probabilmente durava in eterno. Noctua non sapeva quanto tempo fosse passato su Eilawa, perché a starsene lì in quell’abbaglio per così tanto tempo aveva perso la concezione del tempo. 

Era seduta sull’erba, con i serpentelli che passavano che non le facevano alcun male. Probabilmente questo aveva fatto una certa impressione sulla strana donna, la quale aveva deciso di sedersi a sua volta. Le due erano così sedute schiena contro schiena.

« Io sono Noctua ».

« Io sono Medusa, » rispose l’altra. 

Dunque era lei che doveva uccidere, pensò Noctua. Ma non ne aveva proprio intenzione. 

« Tu non… non somigli alle altre ».

« Come sei finita qui, comunque? Sono state le persone di Eilawa a rinchiuderti qui? Quell’innocua nonnina? »

« Dici la sacerdotessa? Quella dei panini stantii? »

« Io pensavo che fosse perché c’è miseria che erano stantii ».

« No, no, sono proprio così ».

Si misero a ridere. La brezza gentile le sfiorava in volto, e i serpenti sibilavano sommessamente. 

« Non sono stati loro, » riprese poi Medusa. « Quegli idioti, che hanno sempre vissuto nascosti dietro la sottana di Atena, non farebbero male a una mosca. La loro unica colpa è che adesso hanno trovato te e intendono trasformarti nella loro bestia da soma che proteggerà la loro stupida città di imbelli mentre loro non muovono un dito ».

« Beh, saranno pacifisti, che male c’è? »

« I pacifisti sono solo persone che lasciano combattere gli altri. Non vogliono le mani sporche, ma non si faranno problemi a nascondersi dietro chi è più risoluto. Infatti, ti hanno detto di uccidermi, no? »

« Vero ». 

Che buon profumo aveva il giardino, e che sensazione stranamente poetica starsene lì sedute in mezzo a tutti quei serpenti. Noctua però si sentiva anche un po’ malinconica. Forse era il giardino, forse era che non sentiva più l’Eufonia. Non aveva intenzione di uccidere Medusa e superare la prova, ma con questa consapevolezza ripensava a Shion che aveva detto che l’avrebbe aspettata… e sentiva dolore pensando che avrebbe aspettato per niente.

« Ad ogni modo… come mai sei qui, allora? »

« Perseo ».

« Chi è Perseo? » 

A Noctua veniva in mente una battuta idiota con un “trentaseo” me le parve meglio evitare di dirla. 

« Un grande eroe, una di quelle statue col pisello piccolissimo, » rispose Medusa.

All’inizio, il tono a Noctua era sembrato soltanto sarcastico. 

Ma poi, era tutto nel cosmo di Medusa. C’era la notte e un tempio sicuro, ma violato, che si sporcava di qualche goccia di sangue. Noctua riusciva a sentire le grida e le suppliche di Medusa. 

« Era un tormento, un inseguimento per tutta Stella Natalis. Non potevo nemmeno più dormire, perché se ci provavo… io… »

Noctua abbassò lo sguardo, sentendosi miseramente male. Lo sentiva dentro di lei quello che Medusa vedeva quando cercava di dormire. Le gocce di sangue e i vestiti fatti a pezzi. 

« Scappai da lui fino a qui e mi resi conto che… che non potevo più andare via. Finché sono qui dentro, sono immortale. Perché bisogna uccidermi per avvicinarsi a diventare Atena. Ogni volta che risorgo… riesco solo a urlare. Farei qualsiasi cosa per non essere più immortale. Io sono il genere di cosa che non deve essere vista. Che è bene rinchiudere in qualche buco. Avrei dovuto attenermi alla legge delle stelle e farmi uccidere e zitta se questa era la regola, come tutti qui dentro, tutti noi che siamo solo eco infinite di storie già scritte. Invece io ero incazzata. Ero una principessa, andavo a caccia e in guerra coi guerrieri di mio padre. Non volevo essere una vittima. Questo bastò per farmi strappare tutto il mio orgoglio… ero arrabbiata… e per questo ero un mostro ».

« È una schifezza ».

« Non starci tanto a sputare sopra. Devi uccidermi per iniziare il pellegrinaggio ».

« Ma zero. Io ti tirerò fuori di qui, invece ».

Noctua sentì che le venivano gli occhi lucidi ripensando a Shion. Ma perché, si chiedeva? Ci aveva scambiato due parole a fatica. Insomma, va bene che era bello ma neanche a dire che si era innamorata sul colpo. Come poteva avere una tanto schiacciante sensazione di perdita? Perché si sentiva così dolorosamente separata da persone che non conosceva neanche? E soprattutto… erano loro che cantavano? Cosa significava l’Eufonia? Le pareva di poter andare in capo all’universo per sentirla ancora, ma non sarebbe andata proprio da nessuna parte se non superava la prova. 

Ma aveva deciso. Era stupido, ma in qualche modo sapeva che, se avesse tradito Medusa, quello strano guerriero vestito d’oro non avrebbe potuto riconoscerla. Lui si era fidato ciecamente di lei. Noctua si sentiva sulla strada giusta, e questo era quanto. 

« Ti ho già spiegato come la penso. Ora mettiamoci piuttosto a ragionare su un modo per uscire di qui, » disse, del tutto convinta. 

 

Fu in quel momento che Noctua vide una cometa d’argento trafiggere il cielo scarlatto. La cometa fece un giro sulla volta celeste e quindi iniziò a precipitare verso di loro a velocità sostenuta. 

Noctua non ebbe il tempo di capirci qualcosa, e per istinto su buttò con tutto il corpo sopra Medusa, per proteggerla dallo schianto. 

Ma la cometa non ferì nessuna delle due. Al contrario, una volta atterrata, oscillò per un po’ nell’aria come un piccolissimo globo solare, e quindi prese corpo e si trasformò in un grosso cavallo alato, bianco come la neve, con la criniera lunghissima e gli occhi color dell’ambra. 

« È il nostro passaggio! » disse subito Noctua, già tornata di buon umore. 

Medusa, ancora sconvolta per come l’altra si era comportata per proteggerla, si rialzò continuando a darle le spalle.

« Come diavolo fai a esserne sicura? Da quando sei in questo giardino ti comporti come una pazza, te ne rendi conto o no? »

Ma Noctua stava lisciando allegra, e rapita, il dorso del cavallo alato.

« Non capisci? È il segno che questa è la strada giusta! » esclamò. È il segno che non li ho delusi. « Adesso andiamocene da qui. Per il pellegrinaggio si troverà sicuramente un’altra soluzione. Tu sai andare a cavallo? No perché io sicuramente casco di sotto. Ma non vieni? »

Noctua non poteva vedere Medusa, perché doveva darle per forza le spalle. Ma il tono di voce con cui la sua strana amica parlò per poco non le spezzò il cuore. 

« Vorresti… guardarmi? »

« Se ti fa piacere sì, sarei onorata. Però, come si può fare? »

« Chiuderò gli occhi, così non ti pietrificherò. Il che significa che dovrai fidarti di me col rischio di morire ».

Ancora con le mani sul dorso del cavallo alato, e con le spalle che tremavano un po’ per la paura, Noctua rispose: « D’accordo. Ci sei? »

« Ci sono ». 

Noctua sentiva che il cuore le saltava fuori dalla bocca con una capriola. Poteva benissimo essere quello, l’istante prima della morte. Strinse i denti e si voltò velocemente, senza starci tanto a pensare.

Medusa aveva gli occhi chiusi. 

« Non ho parole, » esclamò Noctua. 

« Come? » chiese Medusa, timorosa. 

Noctua si avvicinò a lei. « Si può essere più fregne? »

« Ma cosa dici? »

« Io farei un intero pellegrinaggio solo per avere i capelli come i tuoi, » disse  Noctua. Stava toccando i capelli di Medusa, che erano in realtà serpenti vivi. Le si attorcigliavano intorno alle dita senza ferirla, ed erano stupende creature rosse come il sangue. « Hanno dei colori fantastici, ti fanno sembrare una queen. E il tuo viso… »

Al tocco di Noctua sulla guancia, Medusa si ritrasse di scatto. « Ma di cosa stai parlando? Non vedi le squame, le zanne da cinghiale e la barba? »

« Sì, e magari anche le zampe di pollo già che ci siamo, » rise Noctua. Le toccava il viso perché anche Medusa potesse sentirlo, pur non potendolo vedere. Le labbra erano di un bel color pesca, piene, imbronciate e dalla forma perfetta; le guance sembravano porcellana. « Non so di che stai parlando. Il tuo viso è quello di un angelo. Chi ti ha detto che sei in quel modo? Perseo, vero? Beh, scusa se te lo dico, ma come hai potuto credergli? »

Medusa era folgorata. 

« Non mi sono mai guardata allo specchio. Gli specchi si rompevano… Era facile credergli ».

« Facciamo una cosa, vediamo se funziona ».

Noctua si frugò in tasca. I suoi vestiti e il contenuto delle tasche dovevano essere quelli con cui, in qualche modo, era morta per rinascere su Stella Natalis. 

Tirò così fuori degli occhiali da sole da aviatore e uno specchietto da trucco tascabile con sopra stampato una specie di gufetto grasso.

Malgrado Medusa avesse paura, Noctua le fece inforcare gli occhiali neri. 

« Apri gli occhi ».

« No, no, smettila. Non può funzionare una cosa del genere ».

« Coraggio, sempre a bubbolare ».

Noctua le mise in mano lo specchietto e poi, comicamente, si abbassò subito come un soldato quando viene lanciata una granata — non si sa mai. 

Medusa si guardava nello specchio a bocca aperta, incapace di parlare. Lo specchietto non si rompeva. 

La donna si guardava da tutte le angolazioni, si toccava il viso, faceva le smorfie, non era capace di crederci. Di sotto gli occhiali, iniziarono a scendere le lacrime. 

Continuando a fare la stupida per sdrammatizzare, Noctua si rimise in piedi davanti a Medusa. Quest’ultima apparve completamente scioccata quando si accorse che Noctua non diventava pietra. 

« Hai rischiato grosso, cretina, » la rimproverò. « Com’è possibile che abbia funzionato una cosa così stupida? »

« Oh, vacci piano, » si offese Noctua per scherzo. « È stato un colpo di genio ».

Medusa le porse di nuovo lo specchietto.

« Ehi, » disse Noctua, confusa. « Sullo specchio è rimasta impressa la tua faccia. Com’è possibile? »

Medusa sembrava rapita. « È il Gorgoneion… Tu hai “preso” la mia testa… hai superato la prova! »

« Il… che? »

Non fece in tempo a finire il discorso. Un’abbagliante luce dorata la avvolse, tanto che anche Medusa fu costretta a chiudere gli occhi e ripararsi il viso con il braccio. 

Quando la donna potè riaprire gli occhi, vide Noctua in piedi circonfusa da un bagliore solare. Era comparso al suo fianco uno scudo rotondo che brillava come oro, con sopra scolpito il volto di una Gorgone. Medusa si mise a ridere quando Noctua cercò di sollevarlo, ma era troppo pesante e finì per farselo cadere sul piede. 

« Direi che ti manca ancora il physique du role per fare Atena ma… bel lavoro, svampitella, » le sorrise. 

 

 

Un anno dopo

 

 

 

 

 

 

Sotto il cielo galattico, i milioni di luci magiche della nuova Eilawa tremolavano come fate. Brillavano come lucciole fuori dagli usci (mai chiusi a chiave) e dai davanzali, tracciavano il contorno delle strade di legno costruite sopra i rami dell’ulivo, decoravano la metropoli pensile come festoni. Eilawa cercava di dimenticarsi che l’anno era passato, e in più credevano tutti ciecamente che Giapeto sarebbe stato respinto. Una bella pressione sulle spalle, per la svampitella. 

Con gli occhiali da sole inforcati, Medusa si avvicinò a lei, che di fronte a un parapetto scrutava la pianura a sud. Noctua stava sempre in piedi un po’ come una donna e un po’ come un uomo. 

Che cambiamento rispetto a quando si erano conosciute, e lei aveva avuto addosso quegli strani capi e quelle scarpe che chiamava “Converse”. Gli industriosi abitanti di Eilawa, nuovamente ispirati a creare con le mani dal giorno del suo arrivo, le avevano confezionato dei vestiti più adatti. Era vestita dunque comodamente, in modo da potersi muovere bene, in lino e cotone color avorio, con alcune parti del corpo fasciate da protezioni di cuoio finemente lavorate, e di cuoio erano anche il paio di preziosi sandali che indossava. Gli abiti lasciavano qua e là in mostra porzioni del corpo, che ora era muscoloso: Noctua aveva lavorato sodo nel corso di un anno, e aveva iniziato a comprendere il Gorgoneion, la sua magia, la forza che le richiedeva, sia esteriore che interiore. Era cambiata e però, insieme, non lo era. Era una donna, forse una dea, e sembrava ancora una ragazzina. 

Noctua le sorrise quando lei si avvicinò, ma continuava a guardare la pianura. 

« È passato un anno, » disse. « Sta arrivando ».

Quanto aveva paura. 

« Lo sai perché nel giardino ho esitato a ucciderti e alla fine ti ho creduta? »

« Per via del mio fascino olimpico? » disse Noctua. 

« No, » rispose Medusa, assestandole uno scappellotto. « Perché dopo un’eternità di violenza piangevo la notte nel desiderio di un cambiamento. Tu sei quel cambiamento. Puoi cambiare le cose ovunque tu vada. Perciò non morire. Poi, devi ancora raggiungere il tuo misterioso popolo ».

« Boh, » disse Noctua. « L’avrò visto davvero quell’uomo quella volta? Il più delle volte mi sembra che sia stato un sogno ». 

« Beh, siamo nell’Oniroverso. I sogni contano più di tutto il resto ».  

Noctua si rivolse verso di lei con un sorriso sincero e forse un po’ commosso.

 

*

 

Il Titano avanzava sulla pianura — che un tempo aveva accolto Noctua come una distesa di cadaveri ammassati, sangue, budella, deiezioni e miseri resti. Ora la pianura era fiorita, ma sembrava tremare di paura al passaggio di Giapeto. 

I due si trovarono così uno di fronte all’altra. Noctua da una parte, con alle spalle la città di Eilawa che stava ai parapetti col fiato sospeso. Si era raccolta i lunghi capelli castani in una crocchia disordinata, come soleva fare in certi casi. Giapeto le stava di fronte, e dietro di lui c’era un esercito mostruoso e un gruppo di Giganti. 

« Salve, Giapeto, » disse Noctua.

« Ci conosciamo? » ironizzò il Titano. 

Forse era camuffato, in quel momento, perché appariva come un uomo, anche se molto alto, anche gradevole, con i capelli biondi e dei lineamenti particolari; l’espressione sul suo viso non sembrava quella del pazzo che Noctua si era più o meno figurata nel giro di un anno. Tuttavia, Giapeto brandiva con arroganza la Lancia di Nike. 

« Per ora no. Io so solo che sei venuto a rubare la Regalia ». 

« E io so solo che davanti a me c’è una ragazzina disarmata. Sono poche informazioni per imbastirci un discorso, capisci ».

« Giusto. Ecco perché te ne darò subito un’altra. Lascia stare Eilawa. La Regalia non si trova più lì ».

A queste parole, sotto la volta galattica si scorse un balenio, e il Gorgoneion apparve in un lampo al braccio sinistro di Noctua. 

Giapeto cambiò per un attimo espressione, ma comunque non parve eccessivamente turbato. Al contrario, forse era felice che la Regalia sarebbe stata così semplice da ottenere.

« Tu sei la nuova Pellegrina di Atena, infine ». 

Noctua stese il braccio e puntò il dito con molta decisione verso il Titano. « E tu, bel fusto con un naso di grande personalità, sei la mia seconda Regalia. Ma sono disposta a rinunciarci, se acconsenti ad andartene per sempre ».

Giapeto rise forte. Con la sua risata, tremò la terra di un basso che veniva da molto in profondità. « Rinunciare a una Regalia per proteggere una città, e senza pensarci due volte? Non sei niente senza la Lancia di Nike. Non dovresti buttarla via così ». 

Noctua, ignorando il cosmo di Giapeto che le batteva nel petto come un tamburo, inclinò il capo e assunse un’espressione di sfida. « Bel tentativo, ma io sono io a prescindere da una lancia. Tu chi sei invece? Visto che ti appropri di Regalie d’altri?

« Non ho più voglia di parlare con te, piccola. Adesso muori, non voglio starci tutto il giorno ».

Giapeto sollevò la mano, come a far cenno all’esercito alle sue spalle, contro il quale Noctua era sola.

« Ma dai, io sola soletta e tu mi mandi contro l’esercito e i Giganti? Sei così debole, Giaps? »

Giapeto esitò un attimo, dopodiché sorrise, arrogante, e abbassò la mano. 

« Quando hai ragione hai ragione, » disse. « E sia. Difenditi, allora ».

Giapeto non perse altro tempo. Dritto verso Noctua si scatenò una rapidissima falce di magia nera come la notte, che non lasciava spazio in nessuna direzione per la schivata.

Noctua, ritta come una colonna, compì un movimento aperto col braccio sinistro; si udì un tonfo spaventoso, tale che all’ulivo sacro caddero parecchie foglie, quando la magia di Giapeto incontrò il Gorgoneion e fu respinta completamente. Intorno a Noctua, per l’impatto, si era creata una vera e propria voragine, e il solco proseguiva indietro, lungo trecento metri e profondo venti. 

« Bene, mi sono difesa. Qualche altra richiesta? »

« Ti toglierò quel sorriso dalla faccia, » ringhiò Giapeto. 

Nella sua mano, la Lancia di Nike cominciò a squassarsi con un’orribile vibrazione disarmonica; venne poi ingolfata da un bagliore sinistro, e sembrò colmarsi di malanimo. Era posseduta da un cosmo talmente malvagio, e tale era lo stridore che produceva cercando di ribellasi, che a Noctua venne quasi da vomitare, e le pareva che le sarebbero esplosi i timpani. 

Giapeto la mulinò ancora e ancora, e qui scavava un cratere per terra, qui gli sfuggiva un raggio che colpiva le montagne accanto a Eilawa e ne strappava qualche pezzetto, qui deformava il cielo e polverizzava la terra; a volte, nella foga, colpiva anche qualcuno dei suoi, e addirittura un Gigante cadde morto sul colpo. Dalla Lancia di Nike eruttavano demoni volanti, spiriti mortiferi, orrende maschere da incubo, e un tipo di magia particolare che sembrava creare la stessa pressione che doveva gravare sulle spalle di Atlante. 

Ma Noctua sembrava imprendibile, sebbene non utilizzasse nemmeno lo scudo. Schizzava in tutte le direzioni come un vero e proprio fulmine, e malgrado Giapeto in un minuto avesse colpito trentadue volte, vi erano state trentadue schivate. Noctua non era neanche ferita, solo un po’ sporca: gli attacchi di Giapeto avevano sollevato una tempesta di pesante polvere che aveva nascosto perfino il cielo. 

« Quando ho detto “difenditi”, » sibilò il Titano, « non volevo dire che non dovevi attaccare. Non ti stai impegnando molto, vero? »

« Sono qui da un anno e non ho mai ucciso nessuno, e sento dire che è un bel record su Stella Natalis. Sinceramente non vorrei sciuparlo proprio ora, » rispose Noctua. 

Giapeto non sembrò gradire, e stavolta non usò la lancia, ma la nuda mano: verso Noctua si impennò un’onda d’urto nera che di nuovo colpì lo scudo, ma stavolta la Pellegrina fu lanciata per aria per l’impatto e cadde a terra come una bambola, col braccio dello scudo rotto scompostamente. 

Noctua digrignava i denti e sudava copiosamente acqua gelida per il dolore. Ma si afferrò il braccio rotto in uno dei punti in cui l’osso troncato veniva fuori, strinse e torse con decisione, urlando e piangendo lacrime di fiele. Il braccio tornò a posto, ma lei si sentiva morire.

« Prima volta che rigeneri un arto intero, vero? Voi Pellegrini avete questa fortuna, » la canzonò Giapeto. « È bene che ti avvisi, però, in base alla mia esperienza nel cacciare quelli come te: quel braccio per due o tre giorni sarà debole. Non dovresti strafare ». 

Noctua non riuscì a rispondere per le rime, questa volta. Le veniva da vomitare, le si incrociavano gli occhi e aveva le vertigini. Comunque, si applicò per rialzarsi lentamente in piedi, appoggiandosi al Gorgoneion. 

Giapeto non le lasciò concludere l’operazione. Produsse una nuova onda d’urto e di nuovo colpì la ragazza duramente, tanto che si udì distintamente l’ulivo sacro gemere; Noctua dovette fare ricorso a tutto il suo cosmo per rigenerare parte della spina dorsale: se non avesse fatto in tempo, rigenerazione o no, sarebbe morta. 

« Non sei molto sveglia, » osservò il Titano. « Vorresti diventare Atena? Sì, Atena è il suo scudo, è protezione, ma Atena è anche armata di Lancia. Tu mi sembri solo un’ipocrita che con la scusa del nobile sacrificio è solo una comune vigliacca ». 

« Non l’ha… deciso nessuno che debba sempre tutto finire con qualcuno che muore. Io e te possiamo trovare un accordo. Vorrei solo parlare civilmente, » disse Noctua, di nuovo cercando di alzarsi barcollando. Era vero, sentiva il braccio sinistro debole come quello di un neonato, e adesso anche la sua schiena era nelle stesse condizioni, tanto che le parve di far fatica anche a tenere la testa in posizione.  

« Oh, perché pensi di potermi cambiare? Le donne sono davvero tutte uguali, » la prese in giro Giapeto. « Sei su Stella Natalis, ragazzina. Hai vissuto finora sul tuo bell’ulivo pacifico e non hai idea di come funzionino le cose qui. La strada per il tuo destino è impiastrata di sangue, per reincarnarti in Atena dovrai percorrere una scala costruita da cadaveri. Per la cronaca, non ho intenzione di accettare nessuna ulteriore offerta. Otterrò il Gorgoneion uccidendoti, perché i miei saloni sono adorni di teste di Pellegrini ben conservate, e la tua non può mancare alla mia collezione ». 

Giapeto avanzò verso di lei che era ricaduta a terra bocconi, e a fatica si puntellava sui gomiti. Il Titano, col piede rivestito di armatura, le sferrò un calcio nello stomaco; seguitò poi a calciarla sulla schiena, fin quando Noctua non si mosse più.

« Incredibile, sei ancora viva, » si rallegrò Giapeto. « Io ti voglio uccidere, lo capisci, stupida verginella guerriera? Che male ci sarebbe se tu mi attaccassi per salvarti la vita? Ma tanto ormai non puoi fare più nulla. Ti dico addio, come l’ho detto ad altre due Atena fallite prima di te ».

Giapeto fece un balzo indietro: aveva intenzione di uccidere Noctua con un’ultima magia. Ma in quel momento, proprio mentre il Titano alzava la Lancia, si sentì un urlo belluino. 

Giapeto si voltò senza esserne particolarmente impressionato, e vide una donna correre verso di lui da lontano con una spada in mano.

« Toh, una Gorgone, » disse il Titano, indifferente. « Amica tua? Beh, già che ci siamo… »

« No… » gemette Noctua, troppo rotta in troppi punti per riuscire ad alzarsi. Gli occhi erano sbarrati. Trovò dentro di sé, chissà come, la forza di gridare: « Medusa! Vattene via! »

Medusa non la sentiva nemmeno, presa com’era dal furore di proteggerla. Giapeto mosse appena un dito… e Medusa dapprima si immobilizzò lì dov’era, a mezza corsa; poi le cadde la spada di mano; e infine il suo corpo si squarciò, e di lei non rimase più niente. 

« Medusa! »

Giapeto rideva. I brandelli di Medusa caddero a terra con un raccapricciante rumore di molliccio. 

« Che ingiusta la vita, vero? » sorrise il Titano. « E pensa: una volta che sarai morta, lo stesso accadrà all’intera Eilawa. E tutto perché loro si fidavano di te, ma tu sei debole. Hai imparato la lezione, Pellegrina? ».

Giapeto stava di nuovo per attaccare, ma dovette fermarsi, sbigottito. 

Noctua si stava inequivocabilmente alzando in piedi. Il suo corpo era interamente in via di rigenerazione e dunque era debole come quello di un verme, non avrebbe dovuto nemmeno reggersi sulle caviglie… ma si stava alzando. 

E per giunta, era avvolta da una luce sfavillante, simile a quella di un sole, mentre la sua aura stava diventando talmente immensa da sembrare che nemmeno Stella Natalis, la Terra Infinita, potesse contenerla. Era un’aura piena di rabbia e di dolore, e intanto era del colore dell’oro purissimo, quasi che nel lutto fosse pur sempre presente una disumana serenità. 

« Medusa era una donna incredibile, » diceva Noctua col viso generosamente rigato di lacrime, mentre la sua aura cresceva ancora e ancora. « Era una donna che aveva sofferto l’impossibile e aveva quasi perso sé stessa, ma era riuscita comunque con le sue sole forze a conquistare il dolore. Era forte e gentile, sembrava una regina delle leggende… era un vero miracolo di donna. Non è possibile che l’abbia uccisa tu. Che sei solo un  comunissimo mostro ». 

Giapeto tentò di rispondere, ma scoprì di non riuscirci: l’aura straripante della Pellegrina, quasi che in quel momento si fosse tramutata nella dea in persona, produceva una pressione talmente assoluta su di lui da comprimergli i polmoni fra le costole e strappargli la parola.

Noctua, col corpo in pezzi, stava dritta come un fuso e brillava come una stella. 

« Ho imparato la lezione, Giapeto, proprio come volevi. Ma non diventerò come te. Io sono io… te l’ho detto. Andrò avanti sulla mia strada, mai sulla tua. Stella Natalis non mi renderà malvagia. Perché da qualche parte mi stanno aspettando, e io non li farò vergognare di me ». 

La gente di Eilawa a quel punto assistette a uno spettacolo straordinario: il cielo galattico, sempre così oscuro anche se percorso da corpi celesti sfavillanti, divenne pura luce; tutti si coprirono gli occhi e qualcuno anche le orecchie mentre si diffondeva un suono mai sentito prima, forse il suono di una stella che esplode. Non si vedeva niente, non si sentiva nient’altro, e ci fu chi fu preso da euforia, chi da terrore, chi dalla frenesia. 

Poi, il momento finì. 

I cittadini recuperarono così la vista, e si udì un coro di esclamazioni stupefatte. Giapeto non c’era più, completamente polverizzato; lo stesso destino era toccato anche ai Giganti e al resto del suo esercito. La pianura era come rasa al suolo ma dalla nuda terra si levava un oceano di lucciole, e la volta celeste era cambiata, come se fosse stata obbligata a ruotare. 

Noctua era in piedi al centro di quella bellissima devastazione con lo scudo in una mano e la Lancia in un’altra. 

I cittadini di Eilawa ci misero un po’ a capacitarsi, presi com’erano dal magnetismo che li avvinceva completamente alla Pellegrina, ma infine si precipitarono tutti giù con l’intento di festeggiare la vittoriosa. 

Ma Noctua, rimasta sola, cadde in ginocchio di fronte ai resti di Medusa, che erano sopravvissuti alla liberazione del suo cosmo. Le sembrò in quei pochi minuti di piangere tutte le sue lacrime. 

Il cosmo che aveva mostrato un attimo prima non si sentiva più. Ora era fioco e freddo. 

« Mi dispiace, » gemette, piegandosi come genuflessa su quei miseri resti. « È stata tutta colpa mia. Volevo restare fedele a me stessa e ho messo tutti in pericolo… sono io che ti ho uccisa, non Giapeto. Se mi fossi svegliata prima saresti viva. Te lo prometto, » aggiunse, portandosi al volto le mani sporche del sangue di Medusa, « non sarò più debole. Te lo giuro ». 

Noctua, nel pianto, sentì qualcosa tremolarle sulle mani sporche di quel sangue. Con gli occhi annebbiati, si tolse le mani dal viso per guardarsi i palmi. 

Dal sangue era nato, chissà come, il pulcino di un civetta.