Chapter Text
VEDO DALLA TUA BRAMOSIA DI FRAINTENDERMI CHE È VERO AMORE
“Cura la mia follia con le parole
sennò lasciami alla serena notte
dell'anima che eterna dura oscura.”
Federico Garcia Lorca
La nappa rossa del segnalibro sul bordo del tavolo oscilla leggermente.
Louis sente quello stesso spostamento d'aria accarezzargli il collo: “Ciao, Lestat” mormora.
Non finge di essere sorpreso, ha avvertito la sua presenza a un isolato di distanza. C'è un fremito nell'aria ogni volta che Lestat si avvicina a lui, un'onda elettromagnetica che disgrega ogni suo pensiero, ogni ronzio elucubrante, generando un vuoto nella sua mente. Louis lo capisce da quello, dall'assenza di suoni nella sua testa, che Lestat sta arrivando.
Si è sempre saputo ricavare uno spazio dentro di lui.
Anche se, forse, negli ultimi tempi, fatica a riempirlo.
Ripone il segnalibro tra le pagine, chiude il libro e si volta verso di lui: “Mi hai trovato velocemente. ”
“Quando uno diffonde sulla frequenza vampirica il proprio indirizzo...”
“Oh, certo” mormora Louis con un accenno di sorriso, “l'hai letto nelle menti degli altri. Sei il primo comunque.”
“Non mi piace arrivare a festa iniziata.”
Diretto. Senza orpelli. Lestat non ha mai perso tempo ad indorare la pillola. Louis sente uno strappo familiare alle viscere non più umane. L'ha sentito ogni volta che Lestat l'ha ferito.
“Vuoi essere il primo a tentare uno dei metodi coloriti con cui minacciano di farmi fuori?” domanda, smorzando il dolore con un' ironia che gli esce amara dalle labbra.
Del resto Lestat è stato il primo in tante cose.
Quello non risponde, ma assottiglia gli occhi e inclina la testa come se volesse leggergli la mente.
Il problema tra loro è sempre stata la comunicazione. Louis si è sempre chiesto se sarebbe stato più semplice avere accesso l'uno alla mente dell'altro eludendo l'ostacolo della parola.
“Sei arrabbiato per il libro?” insiste.
Lestat muove qualche passo nella sua direzione, poi ci ripensa e devia verso il divano: “No” chiarisce, e con un sospiro enfatizzato si lascia cadere tra i cuscini. “Anche se devo ammettere che le tue parole non mi rendono giustizia.”
Ha presenza scenica come sempre, ma il suo aspetto è molto diverso da quello di una volta. Quando l'ha lasciato a New Orleans, mesi prima, Lestat era l'eco dell'effigie di un tempo, mentre adesso con i pantaloni della tuta, le scarpe da ginnastica e la felpa scura, incarna perfettamente lo spirito del nuovo millennio.
Louis è sollevato e triste allo stesso tempo.
“E allora perché sei qui?”
Lestat solleva il palmo della mano in un gesto eloquente: “Per sapere come stai, ovviamente. Non hai sentito gli inviti che ti ho rivolto?”
Certo che li ha sentiti.
Centinaia di fan ignari della manipolazione che continuavano a chiamarlo in modo confuso.
Louis, Broadway.
Louis, tra due giorni a Manhattan.
Nel backstage del Barclay Center, Louis.
E sempre, al di sopra di ogni altro pensiero, l'eco di quelle parole riprodotto dalle menti mortali.
Vieni da me.
Una cantilena che ha volutamente ignorato.
“Non ti è sembrato che farmi chiamare in coro dai tuoi fan fosse un po' eccessivo?”
Lestat raddrizza la schiena e allarga le braccia; le mani, che si schiantano sulle sue ginocchia in un gesto esasperato, smuovono l'aria; la nappa del segnalibro tra le pagine del libro oscilla di nuovo.
“Cos'altro avrei potuto fare?!”
“Chiamarmi col cellulare.”
Usare quella freddezza gelida per sbatterla in faccia alla stizza di Lestat è il modo più rapido per sfociare in una guerra e Louis non vuole litigare. Non dopo tutto quel tempo.
Per questo siede accanto a lui e accompagna le parole a una breve carezza sul braccio teso.
Lo fa perché il contatto fisico per Lestat è sempre stato un disinnesco della rabbia e perché -gli costa ammetterlo- ha voglia di toccarlo. “Mi sembrava di avertene lasciato uno funzionante con il mio numero già in memoria.”
Le spalle di Lestat si rilassano, appoggia di nuovo la schiena contro la spalliera e anche se la mano si è già ritirata, ne segue con gli occhi la traiettoria percorsa come se avesse lasciato una traccia sulla pelle.
“Sì bè, presto imparerò ad usarlo” mormora, liquidando la questione rapidamente.
Quando solleva gli occhi, Louis scorge un'ombra in quelle iridi, qualcosa che ne smorza il fulgore, che rende l'azzurro più scuro e pensoso. Riporta la mano su di lui -non riesce a trattenersi dal farlo-
gli sfiora il ginocchio questa volta, scorre il pollice sul tessuto morbido della tuta.
“Perché mi hai fatto chiamare da tutte quelle persone, Lestat?” chiede piano. “Cosa volevi dirmi?”
Quello si riscuote, piega le labbra in un accenno di sorriso: “Non ha più importanza ormai” risponde disinvolto. “Ora sono qui. Ci penso io.”
“Ci pensi tu a cosa esattamente?”
“A tenerti al sicuro.”
Se Lestat lo conoscesse bene quanto lo conosce lui, saprebbe che quello è il modo più veloce d'innescare la sua rabbia.
“Lestat” sibila.
Ma forse è così, forse sa cosa sta provocando e non gli interessa.
“Non lo faccio per sminuire le tue capacità” si affretta a chiarire Lestat. “È solo che i vampiri là fuori-”
“Possono essere feroci” lo interrompe Louis. “Lo so.”
O forse è davvero preoccupato.
Lo guarda.
E per quanto lo spasmo nervoso che gli serra la mascella gli sembri il segnale di un'inquietudine nuova, Louis non è disposto a recitare il ruolo di quello che deve essere salvato.
“Lestat” lo ammonisce con tono contenuto, “sai cosa ho fatto alla congrega di Parigi, vero? Non pensi che io sia in grado di difendermi?”
“Ci sono altri, Louis” replica quello. “Più vecchi. Più forti. Nemmeno io avrei delle chance contro di loro, soprattutto se si presentassero in gruppo.”
“Nemmeno tu?”
“Nemmeno io.”
“E allora, perdonami Lestat, ma di nuovo: perché sei qui?”
Lestat lascia gli occhi su di lui e il silenzio in mezzo a loro. Ha uno sguardo eloquente, stranamente ritroso, le vestigia di una fragilità che Louis ha compreso da poco, in una notte sferzata da un uragano, chiuso in una bara stantia con una figura cenciosa tra le braccia.
“Non volevi stare solo, non è così?”
Lestat resta immobile, sbatte le palpebre un'unica volta.
Non gli ha mai parlato del legame tra creatore e novizio, non ne ha avuto bisogno: Louis ha capito subito che oltre l'intimità, oltre la sintonia e l'attrazione ci sarebbe sempre stato l'eco di Lestat nel sangue che scorre nel suo corpo eterno.
È un fremito che s'irradia attraverso le vene, agganciando ogni angolo remoto della sua mente, creando immagini di lui quando lo credeva morto, irradiando la sua presenza accanto a sé. Quasi ne fosse il custode.
Tentare di recidere quel legame con il veleno e la lama è stata la cosa più dolorosa che abbia mai provato.
E adesso, mentre osserva le ombre di una solitudine spietata attraversargli lo sguardo realizza che quel dolore è stata la prima cosa che Lestat ha provato come novizio.
Trasformato senza il suo consenso e dopo poche ore, violentemente abbandonato.
“Louis” lo richiama a sé dopo un istante, in un sussurro “qualunque cosa succeda sarò con te.”
La sua mano sul ginocchio di Lestat trema, Louis se ne rende conto solo quando lui la copre con la sua.
Sembra scontato, ma Louis l'ha capito solo dopo la morte di Madeleine.
Quel legame è a doppio senso.
E perdere un novizio non è meno doloroso di perdere il proprio creatore.
Lestat ha provato anche quello. Più di una volta.
“Quando ho diffuso telepaticamente il mio indirizzo non intendevo ripetere il gesto del settembre 1973” si sente in dovere di chiarire. “Era questo che temevi? Un gesto suicida?”
Lestat scosta la mano ancora posata sulla sua gamba e si alza in piedi, cammina dandogli le spalle fino al camino e poi si volta verso di lui: “Solitudine, morte, desiderio di combattere” inizia con aria teatrale, poi s'inchina verso di lui “legami, amore” sussurra “chi può dire che non sia per tutte queste ragioni insieme?”
È onesto ed enigmatico al tempo stesso e Louis non può fare a meno di pensare che se Lestat fosse stato in grado di padroneggiare l'arte della comunicazione quanto quella di calcare la scena, molti dei loro problemi sarebbero stati ridimensionati fin dall'inizio.
“Ok” risponde semplicemente. “Allora resta.”
Si alza e lo raggiunge.
“Se è per tutti questi motivi, allora resta” ripete. “Rimani qui, con me.”
La sua figura, stagliata contro la luce del camino ha qualcosa di morbido e soffuso. Sembra umano.
Gli è mancato da morire.
“Se voglio passare il giorno fuori, devo avvisare la mia manager” se ne esce.
Louis sente un moto d'ilarità nascergli nelle viscere e sbottare sulle labbra. È quasi un secolo che non ride di pancia: “E per avvisarla usi il telefono o le entri nella mente?”
Sogghigna.
“Ti ho fatto ridere Saint Louis” commenta poi gongolando compiaciuto.
Ha le labbra piegate in una smorfia sfrontata e la luce nella stanza le fa sembrare più colorite, Louis non riesce a smettere di guardarle.
Del resto è morto sotto quelle labbra.
“Manderò il mio autista ad avvisarla” specifica sottovoce.
Louis annuisce. Solleva una mano perché i capelli di Lestat si sono infilati nello scollo della felpa e lui non è abituato a vederlo meno che perfetto, poi ci ripensa e la fa scivolare nella propria tasca.
Lestat finge di non averla notata.
“Ti mostro la tua stanza” asserisce evasivo. “Puoi fermarti quanto vuoi.”
Fine prima parte
