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La luce del tramonto si insinua nelle finestre del corridoio della Kitagawa Daiichi, proiettando lunghe ombre sul pavimento della scuola e tingendo i muri di arancione. Oikawa si dirige verso il suo armadietto con uno sbadiglio, desideroso di mettere fine a quella giornata interminabile e tornarsene a casa a giocare ai videogiochi. Adora i venerdì. Non che gli dispiaccia andare a pallavolo – quello sport è davvero tutta la sua vita –, ma da quando hanno iniziato ad allenarsi tre volte a settimana, Oikawa ha iniziato a rivalutare il suo tempo libero. Per non parlare di quanto si sia complicata la sua gestione dei compiti. Se pensa alla quantità di esercizi che ha da fare per la settimana seguente…
Sta giusto recuperando i libri da portarsi a casa, quando nota dei passi leggeri avvicinarsi da dietro. Per la verità, non ci fa troppo caso. Sarà un compagno di scuola che si reca al suo armadietto. Quando però i passi rallentano vicino a lui, gli viene in un’illuminazione.
Solleva un angolo della bocca. “Tsk. Nemmeno a scuola mi lasci in pace, eh, Tobio-chan?”
Kageyama Tobio. Il ‘piccolo re’, come lo chiama spesso Oikawa per prenderlo in giro, lo fissa con quella sua solita espressione rigida e concentrata. Ma c’è qualcosa di diverso, oggi.
“Beh?” domanda Oikawa con tono giocoso, sollevando un sopracciglio. “Non mi dirai che sei venuto a chiedermi di insegnarti a fare un buon servizio, vero? La risposta è sempre no!”
Kageyama si irrigidisce visibilmente, le spalle tese, e Oikawa non riesce a trattenere un risolino. Prendere in giro quel ragazzino è troppo facile. E anche divertente.
Kageyama non risponde subito. Sembra faticare a trovare le parole giuste. Dopo aver indugiato a lungo, con le pupille che saltellano da una parte all’altra del corridoio, tira fuori dalla tasca un foglio piegato e lo porge a Oikawa con un gesto rapido.
Oikawa guarda il foglio, poi Kageyama, ed infine gli rivolge un sorrisetto provocatorio. “Cos’è, una lettera d’amore? Non ce n’era bisogno, Tobio-chan. Lo so già che mi ami”
Kageyama arrossisce furiosamente, mordendosi il labbro e guardandosi le scarpe.
‘Neanche ci prova a negarlo’ pensa compiaciuto Oikawa, sguazzando nella soddisfazione che quella consapevolezza gli provoca. Invece non si sofferma affatto sui suoi, di sentimenti. Non saprebbe definirli, o forse semplicemente ha paura di farlo. Quello che sa è che non riesce a collocare Tobio in nessuna categoria: non è un amico – i sentimenti di stima e rispetto che ha per i suoi compagni di squadra non c’entrano niente con quelli che nutre per Tobio – e non è un conoscente – c’è troppa storia fra loro perché possa considerarlo tale. Ma allora cos’è? Perché l’attrazione che sente verso di lui differisce da quella che ha avuto per le ragazze con cui è uscito negli ultimi mesi?
Perché si ritrova a pensare ossessivamente a lui ogni sera prima di andare a letto, non solo per masturbarsi ma anche dopo l’atto? Perché si scopre a fissarlo durante un allenamento, e non solo per osservare la sua tecnica o rimuginare su quanto sia un talento naturale? Perché la sensazione di piacere crudele che prova ogni volta che lo tratta male viene sostituita da un senso di colpa schiacciante dopo mezzo secondo? Perché gli capita di fantasticare su come sarebbe uscire con lui, portarlo al cinema, al parco, al luna park, fare con lui tutto quello che ha fatto con le sue ex ragazze?
Qualunque sia la risposta, quello che li unisce è molto più profondo di una semplice attrazione. Ma, di nuovo, Oikawa non è pronto per definirlo. Non è nemmeno pronto a pensarci. E poi, non ha motivo di preoccuparsene. Del resto, questo è il suo ultimo anno alla Kitagawa Daiichi, e qualunque cosa sia gli passerà quando smetterà di vedere Tobio.
Apre il foglio e, quando i suoi occhi si posano sul contenuto, il sorriso giocoso nel suo viso si affievolisce. È un disegno che vede proprio Oikawa come protagonista, ritratto mentre salta al di sopra della rete del campo per schiacciare, con i capelli che svolazzano nell’aria e un sorriso sicuro. Non un capolavoro, ma è chiaro che Kageyama ci abbia messo tutto sé stesso. Ogni linea, ogni dettaglio trasuda ammirazione.
“È per te” borbotta Kageyama con un filo di voce.
Oikawa lo guarda: Tobio ha le guance color porpora, le labbra increspate in un broncio timido e offeso al tempo stesso e gli occhi fissi verso sinistra. Suo malgrado, l’innocenza perenne del suo kōhai, questo spettacolo inconsapevole – questo moccioso non è consapevole dell’effetto che ha su Oikawa – di purezza e dolcezza, lo fa vacillare. Lo fa intenerire. Non è certo di essere arrossito a sua volta, ma non riesce a spiccicare parola. E lui non è mai senza parole.
Prima di riflettere su ciò che sta per fare, getta uno sguardo alle spalle di Kageyama, poi squadra il corridoio alla propria destra e infine si guarda alle spalle. Non c'è nessuno. Non vola una mosca. Perciò sposta di nuovo la sua attenzione verso Tobio e, ignorando la confusione sul suo sguardo, gli prende il viso tra il pollice e le altre dita, si sporge su di lui e, in risposta a quel regalo infantile, schifosamente smielato e fottutamente adorabile, gli stampa un bacio sulle labbra.
Bacio che, lungi dal durare una frazione di secondo, si prende il suo tempo. Oikawa schiaccia bene la bocca contro quella di Tobio con uno schiocco pieno e sonoro, assicurandosi che il minore lo senta davvero, e poi gliene dà un altro e un altro e un altro ancora. Le sue labbra sono morbide come le ricordava. Sono passate settimane dall’ultima volta che le ha assaggiate, e di colpo si rende conto di quanto gli siano mancate. Lo shock di Kageyama dura poco, dopodiché inizia a rispondere – ma comunque troppo tardi, perché Oikawa si allontana.
Il kōhai insegue la bocca dell’altro ad occhi chiusi, ma Oikawa lo tiene a distanza. Teme seriamente fin dove si potrebbero spingere se non si fermano adesso. Sono pur sempre nel mezzo del corridoio della scuola, e fra poco inizieranno ad uscire anche gli studenti più diligenti che si sono trattenuti più a lungo, perciò si limita a restare a distanza di sicurezza dal viso di Tobio e, giusto per concedersi un capriccio in più, scende ad accarezzargli la gola e il pomo d’Adamo con il pollice. È lì che Kageyama apre gli occhi, stralunati e avidi, vogliosi, sconci, e la bocca semiaperta da cui il respiro esce giusto un po’ accelerato, le guance rosse come se fosse febbricitante.
Ad Oikawa quasi cedono le gambe. Deve ricorrere a una serie di immagini improbabili ma disgustose – Iwaizumi e Kindaichi che limonano, Yoshikage1 che corre nudo per la palestra e chi più ne ha più ne metta – ed al raccoglimento quasi totale della sua autodisciplina per tenere i nervi saldi e non farsi venire un’erezione seduta stante. Erezione che, guarda caso, si ritrova davanti non appena abbassa gli occhi: il pisello in via di sviluppo di Kageyama forma una tendina dei pantaloni della sua divisa. È adorabile.
Poi si ricorda di quando lo ha tenuto in mano. Dio, quanto vorrebbe rifarlo. Le cose che vorrebbe fargli.
“Attento” gli dice.
Kageyama segue il suo sguardo e il suo viso si tramuta all’istante in una maschera di puro orrore.
Oikawa si crogiola nell’orgoglio dato dall’avergli suscitato una tale reazione fisica, mentre il povero Tobio si guarda intorno in preda all’ansia per controllare che non ci sia nessuno. Quindi inizia a tastarsi il cavallo dei pantaloni per sistemare il membro in modo che non si veda.
Oikawa lo guarda deglutire con un rumore sordo, e all’improvviso si fa impaziente. Ripensa a come la lingua di Tobio cercava la sua quando si sono baciati, al modo in cui si è lasciato spingere contro il muro e gli ha sfilato di dosso l’asciugamano, ai suoi urletti nelle orecchie e al viso distrutto e incredulo quando è venuto grazie a lui.
No, non ci riesce. Deve rimanere da solo con Tobio. Ha bisogno di rimanere da solo con Tobio.
“Stasera esco con gli altri” annuncia, tentando di suonare il più distaccato possibile. “Ma tu vieni a casa mia, domani pomeriggio. E portati i compiti”
Tobio sbatte le palpebre, come un cerbiatto appena nato che sta ancora cercando di capire cosa ci faccia al mondo.
“Uh… Cioè, da tua madre?”
“No, da Babbo Natale. Certo, da mia madre, idiota. La cui casa è anche mia, guarda caso. Domani non ci sarà, è a Kyoto per tutto il fine settimana”
Kageyama sembra ad un passo dall’esplodere dalla gioia, e annuisce energicamente. Dio benedica la spontaneità e l’innocenza dei ragazzini che ancora non sentono il bisogno di ricorrere a quella merdosissima tecnica del “farsi desiderare”. Oikawa mette a tacere la vocetta interiore che gli fa sagacemente notare che lui stesso ne fa uso spesso e volentieri, e strizza una guancia al suo kohai.
“Allora a domani. Ti aspetto”
Dopodiché si issa lo zaino in spalla e si avvia verso l’uscita senza degnarlo di un’occhiata. Dopo un paio di passi, la vocetta intimidita e balbettante di Kageyama arriva alle sue orecchie da dietro.
“A-a domani”
Oikawa sorride tra sé.
Il pomeriggio del giorno seguente si ritrovano alla scrivania di Oikawa, ognuno chino sui suoi libri. Da quando è entrato in casa sua, Tobio avrà detto sì e no due parole, ma Oikawa glielo legge in viso quanto sia elettrizzato all’idea di essere lì. Probabilmente non gli sembra neanche vero.
Tobio non l’ha mai esplicitato a parole, ma chiunque si sia allenato con loro anche solo per cinque minuti sa della profonda ammirazione – quasi ossessione – che nutre per il suo senpai. Ma se c’è una cosa che non sa nessuno, è che la suddetta ammirazione sfocia in qualcosa di ben più profondo e molto meno innocente, esploso tre settimane prima nello spogliatoio e poi proseguito sotto le docce. Il solo ricordo è sufficiente a mandare in cortocircuito il cervello di Oikawa. Ma, per ora, cerca di farsela passare.
Perde un sacco di tempo a fissare Kageyama con la coda dell’occhio, mentre il minore svolge i suoi esercizi diligentemente e senza alzare lo sguardo neanche una volta. È un ottimo studente. Gli viene tutto facile, a questo piccolo genietto del cazzo. La scuola e la pallavolo. Tobio, intanto, fingendosi ignaro dello sguardo del suo senpai su di sé, finisce la sua pagina di esercizi e appoggia la pena sul quaderno, senza staccare gli occhi dal foglio.
“Ho finito” dice.
Prima ancora di poter riflettere sulle sue parole e optare per qualcosa di meno offensivo, Oikawa ridacchia in preda al fastidio.
“E bravo, Tobio-chan. Vuoi un applauso?”
Dopodiché torna anche lui a concentrarsi sui suoi compiti. Il senso di colpa per quella battuta però non tarda ad arrivare, e questo, se possibile, lo fa arrabbiare ancora di più. Non ce la fa proprio a non lasciare che la competitività si prende il meglio di sé. Non riesce a tenerla giù. Si presenta come un mostro che nasce nel suo stomaco e che artiglia la sua strada in su verso la sua bocca, dove esplode sotto forma delle frasi più cattive e squallide possibili. Si odia, quando fa così.
Ma proprio quando inizia a temere di aver fatto rimanere male Tobio per l’ennesima volta, quest’ultimo indica timidamente un punto del quaderno del maggiore e dice: “Qui ci va la x”
Oikawa segue il suo sguardo e riflette sulla soluzione dell’esercizio proposta dal compagno. Accidenti, ha ragione. E ti pareva.
“Grazie” bofonchia senza guardarlo. Corregge secondo le indicazioni di Tobio e poi, dopo aver racimolato un po’ di coraggio, aggiunge: “Dai, renditi utile. Vieni più vicino”
Kageyama obbedisce e avvicina la sedia alla sua. Man mano che finiscono i compiti, Tobio si rilassa sempre di più, fino a lasciare che il ginocchio scivoli verso quello di Oikawa e vi si appoggi contro. Oikawa freme, ma lo lascia fare. Prima deve finire questi cazzo di compiti, altrimenti sua madre ricomincerà a rompere.
Ci impiegano circa mezz’ora. A quel punto, Oikawa si appoggia all’indietro sullo schienale e si stiracchia con un sorriso rilassato dipinto in viso. “Pfffiu. Grazie, Tobio-chan. Ma non dirlo in giro, eh? Non voglio che si sappia che un marmocchio delle medie mi ha aiutato con i compiti”
“Anche tu vai alle medie”
“Sì, ma io sono più grande”
Si volta a guardarlo, forse aspettandosi una risposta sagace o insopportabile delle sue, ma qualunque cosa Tobio volesse dirgli non arriva. Nessuno dei due parla. Si guardano e in un attimo si spegne tutto. Tutta la razionalità, la coscienza dell’ambiente che li circonda e di ciò che sono, di chi sono l’uno per l’altro. Oikawa appoggia un braccio alla sedia di Tobio e piega la testa verso di lui con occhi languidi. Kageyama deglutisce con un rumore che, nel silenzio assoluto che regna in stanza, sembra quasi rimbombare.
Oikawa lo bacia piano, e stavolta Tobio si fa trovare pronto; risponde subito e man mano che si lascia baciare acquista coraggio, fino appoggiare una mano sulla guancia di Oikawa – una mano timida ma già grande, resa forte dagli allenamenti, quasi la mano di un adolescente fatto e finito, appoggiarsi sulla sua guancia con delicatezza e, al contempo, con la stessa sicurezza di quando tiene la palla e si prepara per un servizio. Oikawa trattiene a stento un sorriso contro la sua bocca.
Si separa da Tobio dopo un paio di minuti di baci casti, con il cuore che batte come un pazzo. Tobio sarà anche un verginello ancora (semi) casto, ma nemmeno Oikawa ha poi chissà quanta esperienza. In fondo, è entrato nel magico mondo delle ragazze solo da qualche mese, e mai prima d’ora ha provato qualcosa di simile a questo. Con nessuno.
Tobio non dovrà saperlo mai, ma sta iniziando ad avere un effetto decisamente troppo forte su di lui.
Ricomincia a baciarlo con più convinzione, e la sua mano trova subito la piccola erezione che si è formata nei pantaloncini del kōhai. Un brivido lo scuote da capo a piedi: si sente quasi rizzare i peli del braccio – oltre che il suo stesso membro, ovviamente. Inizia quindi a massaggiare Tobio attraverso i pantaloni con movimenti lenti ma che gradualmente si fanno decisi, finché non lo porta alla piena durezza. Gli ansiti sconvolti di Tobio si infrangono sulla sua bocca, e le sue mani gli si aggrappano alle spalle come se temesse di cadere dalla sedia.
Quando Oikawa si stacca di nuovo, hanno entrambi il fiato corto. Oikawa adocchia il letto e Tobio se ne accorge. Sgrana gli occhi e arrossisce come un peperone, irrigidendosi all’istante.
Oikawa va nel panico. Non voleva spaventarlo. Di colpo gli viene in mente che Tobio possa sentirsi in trappola. Potrebbe pensare che il piano di Oikawa fosse di invitarlo da lui fin dall’inizio, per poi portarlo a letto e fargli chissà cosa, e non è così. O meglio, che Oikawa muoia dalla voglia di mettergli le mani addosso da quando si sono dati piacere l’ultima volta è un dato di fatto, ma non pensava di farlo oggi. L’ha davvero invitato a casa sua solo per passarci un po’ di tempo insieme. E poi non è colpa sua se questo cretinetto riesce ad essere eccitante anche senza parlare o fare niente di sconcio.
Ad ogni modo, non accetta che Tobio possa sentirsi in pericolo, perché non lo è. E se è questa la sua impressione, deve farlo uscire subito. La verità è che… non vuole che Tobio lo odi. Il che è scioccante, in effetti, considerato che entrambi si comportano come se si odiassero per la maggior parte del tempo.
“Non dobbiamo fare niente!” esclama, quindi, allontanandosi da lui con uno scatto. “Non è…”
Ammutolisce. Non sa cosa dire, accidenti. Si lascia sfuggire un sospiro frustrato. “Non è come pensi” continua, passandosi una mano sugli occhi mentre lotta contro la vergogna. “Lascia stare. Vai a casa. E scusami”
Tobio afferra il suo polso con un movimento veloce e rimette la mano di Oikawa sulla propria erezione. Entrambi spalancano gli occhi – Oikawa scioccato da Tobio, Tobio scioccato da sé stesso, e da Oikawa, e dalla situazione, da tutto.
“Va bene” sussurra.
Oikawa sbatte le palpebre. Non crede di aver sentito bene.
“Va bene” ripete Kageyama, ormai quasi violaceo in viso, con le pupille che tremano dall’emozione.
Adesso sì che Oikawa si intenerisce, cazzo. Se lo mangerebbe vivo, per quanto è tenero adesso. Insopportabilmente tenero. Perciò ingoia il nodo alla gola, inspira a fondo dal naso e annuisce.
Tutta l’incertezza abbandona Kageyama in quell’istante, sciogliendosi per lasciare posto ad un’impazienza ben visibile, fissandolo con quegli occhi pieni di fiducia totale e incondizionata, nel cui fondo però Oikawa scorge quel luccichio birbante che ravviva in lui la scintilla che era rimasta accesa, seppur latente, fin dal primo momento che gli ha messo le mani addosso in quella palestra.
Si siedono a bordo del letto e riprendono a baciarsi, finché Oikawa non decide di stendersi e portare Tobio giù con lui, sopra di lui. Tobio è voglioso ma ancora incerto e, soprattutto, Oikawa realizza con un moto di affetto, sta ancora imparando a baciare, e il maggiore si riscopre sorprendentemente disposto – entusiasta, anzi – di essere il soggetto su cui Tobio possa fare pratica. Perciò se ne sta tranquillo e buono tra Tobio e il letto, mentre Kageyama assaggia le sue labbra con i suoi tempi, schioccandogli baci deboli ma sentiti, prima di finalmente accarezzarle con la punta della lingua.
Oikawa sente tutto il sangue che ha in corpo affluire verso il basso. Schiude la bocca per Tobio e lascia che la lingua del minore entri timidamente con piccole leccate inesperte. Oikawa gli appoggia le mani sulla schiena e stringe la sua maglietta, piegando il viso di lato per aiutarlo ad approfondire il bacio.
Funziona: Kageyama impara a conoscere ogni solco e curva della sua bocca, la lingua umida che avanza sempre più spavalda. Oikawa si bea del sapore di Tobio e dopo aver capito che il suo kōhai, per quanto sveglio, necessita di molti incoraggiamenti prima di buttarsi nelle cose, porta in avanti la sua lingua così da farle sfiorare. Al contatto fra le loro lingue fremono entrambi, e Oikawa inizia ad accarezzare la sua schiena lentamente per incoraggiarlo. Tobio caccia un sospiro tremolante e pieno di desiderio nella bocca dell’altro, mentre la sua lingua lecca il palato del maggiore e scivola sulla superficie della gemella.
Oikawa ne approfitta per cedere all’istinto viscerale di intrappolare la lingua di Tobio fra le labbra e la succhia a lungo. Kageyama geme per la sorpresa, e la stanza si riempie presto di suoni sconci e umidi. È completamente diverso dall’altra volta. Paradossalmente, sebbene questa sia la loro seconda pomiciata, potrebbe anche sembrare la prima. Quella volta in palestra è stato tutto istintivo, veloce, passionale e del tutto scollato dalla realtà. Stavolta è più lento, scrupoloso e riflessivo. Ma intensità e desiderio sono rimasti invariati. Si prendono il loro tempo, perché stavolta ne hanno.
E così continuano, acquistando un ritmo che è solo loro. Una lezione sui baci con la lingua tutta basata sulla pratica, eccetto qualche indicazione sussurrata qua e là da Oikawa con voce roca: “Ingoia, Tobio-chan. Stai sbavando”. “Fermo, adesso, respira”. “Apri di più la bocca”.
Tobio inizia ad imitare i movimenti di Oikawa con sempre più convinzione, e nei momenti in cui succhia la sua lingua nella propria bocca, Oikawa non si preoccupa affatto di tenere per sé il piacere che sta provando: lo lascia uscire tutto con gemiti flebili ma lunghi, quasi dei ronzii che vibrano nella bocca di Kageyama, il quale intanto continua imperterrito i suoi attacchi, prima tuffando la lingua nella bocca di Oikawa per sondarne l’interno, giocare con l’altra e intrecciandole insieme, poi ritirandosi per lasciare spazio al maggiore e permettergli di fare lo stesso. Poi ricomincia da capo. È instancabile. E, come anche nello sport e nello studio e in qualunque altra cazzo di cosa, si rivela un portento. Impara in fretta, e Oikawa inizia seriamente a pensare di essersi trovato una nuova passione, oltre alla pallavolo. Qualunque altra pomiciata abbia preceduto questo momento non può reggere il confronto, non con lui, il suo Tobio-chan.
Vanno avanti per dieci minuti buoni, prima che Oikawa si accorga della posizione a dir poco ridicola di Kageyama: è sopra di lui, ma tiene le mani aperte sul materasso, ai lati della testa del senpai, e la schiena ingobbita per baciarlo. Sembra maledettamente scomodo. Come diamine fa Tobio a restare così senza provare dolore? Per di più, così facendo, impedisce ai loro corpi di entrare in contatto.
Oikawa trattiene uno sbuffo impaziente e affettuoso allo stesso tempo, rotea gli occhi e aggancia una gamba a quella di Tobio, che sussulta per la sorpresa e si ritrova a cadere sul maggiore.
Oikawa si lascia sfuggire un “offf” per il peso improvviso, ma almeno adesso sono schiacciati per bene l’uno sull’altro. Poi, non contento, preme le mani sui lombi del minore per spingerselo contro ancora di più e… Ecco. Questo. Esattamente questo, cazzo.
Oikawa si separa dalla bocca di Tobio con un gemito un po’ più forte, perdendosi nel piacere istantaneo e vertiginoso che la frizione fra i loro pantaloncini gli regala. Socchiude gli occhi e fa strusciare le loro erezioni una contro l’altra; Tobio, Dio lo benedica, capisce l’antifona: apre la bocca in una serie di ansiti spezzati e, guardando il punto verso cui i loro bacini si incontrano con un’espressione incredula, gli va incontro con le spinte, ondeggiando sopra il corpo di Oikawa in modo del tutto goffo e senza ritmo, ma comunque efficace. Il cuore di Oikawa si stringe e il suo sesso si indurisce ancora di più. Doppia reazione nella stessa frazione di secondo. Questo non gli è decisamente mai successo con nessuna ragazza. Poco ma sicuro.
La foga diventa il principale motore che muove i loro corpi e governa le loro menti: Kageyama si lascia andare senza più alcun pudore, non si preoccupa più di niente che non sia il suo stesso piacere, quella sessualità che si è risvegliata in uno spogliatoio puzzolente qualche settimana prima e il desiderio pazzo e innamorato per il suo senpai. Oikawa chiude forte gli occhi e corruga la fronte, la testa che scava all’indietro sul letto e la schiena lievemente inarcata, arreso a un bisogno che non hai mai provato prima, che non lo fa ragionare, che non lo fa pensare.
Non si rende nemmeno conto di quello che fa: le sue dita agiscono senza che sia partito alcun ordine dal suo cervello e si infilano sotto i pantaloncini di Tobio, ma non dall’alto, bensì dal basso. Da quel punto arriva a toccare la parte inferiore delle natiche di Tobio, calde e soffici come cuscini. Tobio spalanca gli occhi e la bocca per lo shock, ma Oikawa non ha neanche il tempo di farci caso: affonda i polpastrelli nella sua carne, caccia la testa all’indietro e viene copiosamente nelle mutande con un lungo gemito.
Ci mette più tempo del solito, a riprendersi, e il primo pensiero che riesce a formulare è che dovrà buttare i vestiti in lavatrice e lavarli prima che arrivi sua madre, a tutti i costi.
Nel frattempo, Kageyama non ha ancora smesso di muoversi: continua a usare il corpo di Oikawa per darsi piacere e, non appena il maggiore se ne accorge e il suo respiro si è più o meno regolarizzato, si solleva con il busto per mettere fine ai movimenti di Tobio, che lo guarda in preda alla confusione e, sembra, alla paura. Oikawa solleva beffardamente un angolo della bocca: ‘Tranquillo, Tobio-chan’ pensa. ‘Se temi che stia per metterti alla porta senza pareggiare i conti, ti sbagli di grosso’
Tira giù i pantaloni e le mutande di Tobio con uno strattone – la vista del suo membro eretto gli dà una scarica di adrenalina che lo fa sentire più potente di quanto gli sia mai capitato in campo –, recupera il lubrificante dal comodino, se lo versa su una mano e circonda l’erezione del minore. Qualunque verso stia per uscire dalla bocca di Tobio, Oikawa lo blocca con la lingua, affondandola nella sua bocca mentre inverte le loro posizioni: adesso è Tobio a starsene lungo a letto, e Oikawa se ne sta su un fianco, torreggiando sul minore mentre la sua mano lavora freneticamente su e giù sul suo membro, il pollice che stuzzica l’apertura in cima come per stimolare la fuoriuscita del suo sperma. Continua a baciarlo volgarmente mentre aumenta la velocità della sua mano, e finalmente avviene: il corpo di Tobio viene colto da violente e continue scosse, la voce che esce spezzata e acuta, e poi eccolo, il liquido caldo in mezzo alle sue dita.
Oikawa lo bacia per tutta la durata dell’orgasmo, bevendo i suoi lamenti, per poi lasciargli un ultimo, casto bacio sulla bocca che Tobio non ha nemmeno la forza di ricambiare. Dopodiché se ne separa e recupera i fazzoletti dal comodino. Ripulisce lo stomaco sporco del minore, per poi occuparsi della sua propria mano. Tobio lo lascia fare, steso con un braccio a coprirsi gli occhi e la bocca aperta per facilitare il respiro, affannoso come dopo un allenamento particolarmente duro.
Oikawa si alza dal letto e apre un cassetto dell’armadio, rovistando in cerca di mutande e pantaloni puliti. “Perché non ti fermi a dormire?” gli chiede, senza voltarsi.
La risposta flebile di Kageyama arriva dopo qualche secondo. “Okay”
Oikawa raccatta i vestiti che gli servono e si volta verso di lui.
“Vado a farmi una doccia” dice. “Vuoi venire?”
Kageyama arrossisce fino alla radice dei capelli, ma balza giù dal letto senza farselo ripetere due volte.
Cenano con dei panini con tonno e maionese, preparati da Oikawa alla bell’e meglio – odia cucinare con tutto sé stesso e non è avvezzo a fare tentativi neanche quando invita gli amici –, si lavano i denti e si mettono il pigiama. Ne presta uno a Tobio, il più piccolo che ha, ma si rende ben presto conto che non c’era affatto bisogno: Kageyama cresce a vista d’occhio – non esclude che nell’arco di un paio d’anni crescerà di dieci o quindici centimetri –, con gli arti allungati che lo rendono tanto goffo e maldestro nella vita quanto potente in campo.
Oikawa beve avidamente la vista del sedere piccolo e rotondo del minore, ancora più stretto e definito nei pantaloni che gli ha prestato.
Poi si piazzano davanti alla televisione a guardare la pallavolo alle Olimpiadi. Potrebbero sedersi sul divano ma, chissà perché, si siedono a terra sul tappeto, con le gambe distese in avanti nel buio della stanza.
A un tratto, Tobio inizia a stuzzicare le dita di Oikawa con le mani, gli occhi fissi sullo schermo mentre le rigira fra le sue come se volesse misurarne la lunghezza. Oikawa lo guarda e, poco dopo, viene colto da un istinto che non conosce: ritira la mano e gli mette un braccio intorno alle spalle. Kageyama sembra accogliere il gesto di buon gusto e gli si accoccola subito contro, appoggiandogli la testa sulla spalla. Non sembra stupito. Oikawa, invece, si stupisce eccome.
Questa roba non è da lui. O meglio, l’ha già fatto altre volte con le sue ex, ma solo per ostentare una sicurezza che sapeva che loro avrebbero apprezzato. O perché sperava di concludere l’appuntamento con una sega. O, semplicemente, perché si annoiava.
Adesso, invece, lo fa perché lo vuole – il che aggiunge l’ennesimo tassello nell’etichetta che dovrebbe dare ai suoi sentimenti, ma lui continua imperterrito ad ignorarla.
All’improvviso viene attirato da un odore irresistibile, un’ondata che colpisce le sue narici e che lui insegue, affondando il naso nei capelli di Tobio: prima si sono fatti la doccia – e in quel frangente hanno ovviamente finito per masturbarsi a vicenda –, ma senza lavarsi i capelli. Quindi quello deve essere lo shampoo che usa Tobio a casa. Vaniglia e qualcos’altro. Forse un fiore. Fatto sta che Oikawa non riesce a staccarsene.
Dio, possibile che anche il suo odore sia così eccitante?
Ignaro di tutto, Tobio continua a seguire il gioco; Oikawa, invece, sente la consueta stretta al cuore che onestamente non ha ancora capito da dove venga e che significato abbia, ma ha a che fare con Kageyama.
Prima ancora di rendersi conto cosa diavolo stia facendo, chiude gli occhi e spegne il cervello: bacia i capelli di Tobio con una dolcezza e un desiderio che non credeva possibile, poi fa la stessa cosa sulla sua fronte, poi sulla tempia. Scende con le labbra verso i capelli di Tobio, ancora un po’ bagnati dalla doccia, e dall’attaccatura vede una goccia scivolare giù fino al collo. La raccoglie con la lingua e lecca verso l’alto, da dove l’ha vista spuntare. Non sa perché. Sta solo seguendo il suo desiderio.
Kageyama ha un sussulto che si mescola a un’esalazione lunga, come se boccheggiasse in cerca d’aria. Ha gli occhi chiusi, ma Oikawa non lo vede. Si concentra sulla pelle d’oca che vede spuntare sul minore. Poi si imbatte nel suo orecchio. È assurdo, ma è come se lo notasse ora per la prima volta.
‘Non l’ho mai leccato qui’ pensa. ‘Nessuno l’ha mai fatto’
È tutto lento, lentissimo: Oikawa solleva una mano fino a posarla sulla gola di Tobio e infila la punta della lingua nel suo orecchio, la fa roteare piano all’interno e poi verso l’esterno, leccando tutta la superficie della conchiglia con un movimento a spirale. Il respiro di Tobio esce affannoso e tremante, la testa che si piega appena all’indietro; Oikawa non si accontenta e morde delicatamente il lobo, per poi succhiarlo come se fosse una caramella dal sapore dolce che gli dà dipendenza.
Se ne separa dopo poco perché vuole di più, e anche se Kageyama sta ansimando, si lascia baciare per un po’. Oikawa ci va piano, trattenendo la sua foga per permettergli di respirare – e per evitare di finire nelle mutande per la seconda volta in un giorno –, ma si concede comunque di prendersela col labbro inferiore del suo kōhai, succhiandolo e passandoci sopra la lingua per tutta la lunghezza, e poi succhiandolo di nuovo. Lo stringe tra pollice e indice, e tutta la sua forza di volontà vola fuori dalla finestra quando Kageyama azzarda una timida leccata che raggiunge giusto la punta dei polpastrelli del maggiore. Le pupille di Oikawa si dilatano al massimo, il membro inturgidito già da tempo e ormai arrivato alla piena durezza.
Che Kageyama abbia sempre avuto un fetish per le dita del senpai – per le sue mani in generale – non è più un segreto da quella volta nello spogliatoio… Ma la verità è che Oikawa se ne era dimenticato. Come ha potuto dimenticarsene?
‘Beh, al diavolo, l’ha voluto lui’
Prima infila il pollice nella bocca di Tobio e lo aggancia alla sua guancia, facendogli inclinare lievemente la testa all’indietro e piantando gli occhi in quelli semi-chiusi e umidi di Kageyama, che ansima intorno al suo dito. Dopodiché lo estrae e appoggia indice e medio sul labbro inferiore ancora rosso e gonfio per i baci di prima, come per chiedere il permesso. Tobio non solo glielo concede: gli va incontro lui per primo, con desiderio, accogliendole nella sua bocca e chiudendo gli occhi in totale adorazione. Oikawa lo fissa come ipnotizzato, la bocca semi-aperta e il fiato corto. Accarezza la sua lingua calda e bagnata per tutta la superficie, mentre Tobio gli aggrappa al suo polso come se avesse paura di vederselo togliere da sotto gli occhi. Succhia le falangi e le bagna, passandovi la lingua in mezzo con suoni lunghi e bassi che mandano quel che poco di sangue che era rimasto nella testa di Oikawa dritto alla sua erezione.
Quando Oikawa le strappa dalla sua bocca, Tobio emette un suono che assomiglia a un piagnucolio patetico, qualcosa che suscita nel maggiore una tenerezza senza precedenti; gli infilerebbe di nuovo le dita in bocca, se potesse, ma davvero non gli basta più. I suoi testicoli stanno iniziando a fargli male. La bocca di Tobio forma una ‘O’ silenziosa dalla quale si intravede ancora la sua lingua rosa. Oikawa afferra il suo viso tra il pollice e le altre dita e, giusto perché può farlo e perché quello che ha davanti è lo spettacolo più eccitante della sua vita e ancora riesce a credere di avere tutto quel potere su Tobio, si china a leccare l’interno della sua bocca con un unico movimento fluido, dal basso verso l’alto. Kageyama continua a tenere la bocca aperta, docile e immobile.
Dio. Non sa neanche come formulare il pensiero per intero nella sua mente, fa fatica a concepirlo, ma… vorrebbe sputargli in bocca. Tobio se lo lascerebbe fare, senza dubbio. Ma decide di non correre il rischio. Ad ogni modo, adesso capisce perché a tanta gente piaccia. A lui non è mai piaciuto, anzi, gli è sempre sembrata una cosa abbastanza disgustosa. Mai avrebbe pensato che un giorno avrebbe desiderato di farlo a qualcuno – men che meno a questa spina nel fianco che è Tobio Kageyama, fra tutti.
Tobio si butta in avanti per baciarlo ma Oikawa lo trattiene con la mano ancora sul suo viso. Ha la mente così annebbiata dall’eccitazione che non ci capisce più un cazzo. Incolla la fronte a quella di Tobio e lo guarda gravemente.
“Tobio” dice. Quasi si spaventa da solo, sia per la serietà con cui l’ha chiamato, sia per il fatto di aver usato il suo nome. Niente chan. Niente ‘piccolo re’. Niente ‘moccioso’.
Non l’aveva mai, mai chiamato per nome prima.
“Oikawa-san” sussurra Tobio con voce altrettanto rotta e impaziente, vogliosa. C’è un piacere perverso nel modo in cui lo dice – lo eccita il fatto che Oikawa sia più grande di lui di due anni? –, e Oikawa ne è così sconvolto che riderebbe, ma non ne ha il tempo. Deve fare qualcosa adesso, o imploderà. Senza staccare gli occhi dai suoi, porta una mano al cavallo dei pantaloni di Tobio, dove è nascosto il suo sesso duro tanto quanto il suo.
Poi guarda di nuovo Tobio, pregando Dio e qualunque altra entità esistente che il minore non gli dica di no adesso.
“Ti prego,” sussurra Tobio, agganciando un pollice all’orlo dei pantaloni, “ti prego…”
A volte, a quanto pare, pregare funziona.
Oikawa non perde altro tempo, e gli abbassa pantaloni e mutande. Si blocca. Gli viene un’idea. Un impulso così violento che invade il suo cervello e manda impulsi elettrici a tutto il resto del corpo e lo fa indurire ancora di più e Dio lo vuole così tanto che potrebbe morire se non lo fa.
Si china in mezzo alle gambe di Tobio fino ad appoggiare i gomiti a terra, afferrando la sua erezione alla base. Alza gli occhi su di lui e piano, pianissimo, si avvicina con la bocca. Cerca nello sguardo dell’altro un segno di rifiuto, o anche solo di dubbio. Non ce ne sono. E allora non gli serve altro.
Il primo contatto tra la sua lingua e il pene di Kageyama è la cosa più strana e al contempo sexy che gli sia mai successa. Inizia con movimenti ripetitivi che vanno dalla base fino alla punta, cercando di non tralasciare neanche un centimetro della pelle del minore, i cui ansimi lo raggiungono dall’alto prima che Tobio si costringa a portarsi un pugno alla bocca e mordersi le nocche. Poi si concentra con la punta sulla fessura, premendo e stuzzicando fino a sentire un lieve sapore dolciastro, una cosa mai sentita prima. ‘È suo’ pensa, in preda al delirio, chiedendosi come diavolo farà d’ora in avanti a guardarlo durante un allenamento senza farselo venire duro di fronte a tutti i loro compagni.
Dopo un paio di minuti, Oikawa respira a fondo, si bagna le labbra e lo prende in bocca. Non tutto, ma quel tanto che basta perché Kageyama rinunci a cercare di restare in silenzio e gli affondi le dita fra i capelli con un lungo gemito acuto. È la prima volta, per Oikawa, ma accidenti se non farà del suo meglio per renderla un’esperienza indimenticabile per Tobio. E, a quanto pare, ci sta riuscendo:
“Oikawa-san” continua a blaterare Tobio, farfugliando come se avesse preso una botta in testa, la voce acuta e spezzata da sussulti e sospiri che si alternano. “Oh, sì… Sì… Sì… Oikawa-san… Oikawa-san… Aaa-AAHH”
C’è qualcosa che dà dipendenza, nella passione e l’ossessione con cui Kageyama dice il suo nome mentre Oikawa lo tiene in pugno – e in bocca –, come se non si ricordasse nient’altro al di fuori di lui, come se per Tobio non esistesse nessun altro al di fuori di lui.
Forse è l’eccitazione, o la frenesia del momento, ma Oikawa si ritrova a pensare che vorrebbe questo per sempre. Tutti i giorni della sua vita. Vuole essere lui il portatore di un simile piacere per Tobio. Vuole che Tobio corra di lui ogni volta che avrà bisogno di sollievo.
Oikawa muove la testa su e giù con una mano ancora stretta alla base del membro, mungendolo con le labbra e la lingua che preme sul lato inferiore. Per fortuna, il match alla TV sembra finire proprio in quel momento, e gli spalti esplodono in un urlo che mescola alle parole concitate del telecronista che annuncia la vittoria di una delle due squadre – Argentina o Italia? Non lo sanno e sono troppo occupati perché gliene freghi qualcosa –, perciò i gemiti disperati di Tobio si perdono nella confusione e lui può lasciarli uscire senza trattenersi.
Inizia a spingere la testa di Oikawa in basso, sempre più in basso, e Oikawa lo accoglie tutto, scavando le guance come hanno fatto con lui le ragazze con cui è uscito in precedenza. In altre occasioni, si sarebbe preso un po’ di tempo per giocare con Tobio e farlo pregare, ma adesso è troppo eccitato per non accontentarlo. Quando avviene la prima esplosione nella sua bocca chiude forte gli occhi e si costringe a respirare dal naso, ingoiando tutto ciò che arriva mentre appoggia l’altra mano allo stomaco di Tobio, un po’ per tenerlo fermo mentre si contorce sotto di lui e un po’ per reggersi a qualcosa.
Tobio non è mai venuto così forte, con lui. I suoi ‘ah, ah, ah’ sono schifosamente sconci ed eccitati, e Oikawa si riscopre a sperare che non smetta mai di venire. Ma, ovviamente, a un certo punto, smette.
Oikawa lascia uscire il suo membro svuotato e appoggia la fronte sulla sua coscia mentre riprende fiato. È dannatamente fiero di sé stesso, ma non ha abbastanza energia per vantarsene. E poi c’è anche il piccolo problemino delle sue palle in procinto di esplodere.
Si solleva sui talloni e aiuta Kageyama e fare lo stesso. Tobio, ancora scioccato e col viso in fiamme, gli lecca le labbra per poi passare al collo, leccandolo e baciandolo come se ne andasse della sua vita mentre con le mani scende ad accarezzare Oikawa lungo i fianchi, la schiena e i pettorali. Sembra un ragazzino completamento diverso da quello che era solo sei ore fa, quando ha messo piede per la prima volta in casa sua.
I suoi fianchi si muovono contro il sesso di Oikawa, stretto tra i loro stomaci.
“Cazzo, sì” sussurra Oikawa al suo orecchio, accompagnando i loro movimenti e cullandoli dolcemente insieme. “Toccami”
No, non basta. Tobio lo sta già toccando. “Toccami il cazzo”
Tobio non aspetta un secondo di più. È una cosa loro, ormai. È così che è iniziata, del resto. Loro due nello spogliatoio della palestra, il loro posto preferito al mondo e quello che li conosce meglio. Perciò Tobio alza subito la mano sulla bocca di Oikawa, che la ricopre di saliva, senza staccare gli occhi da quelli dell’altro.
Inizia poi a masturbarlo velocemente, con molta più sicurezza di quanto ci abbia messo la prima volta – o la seconda, poco prima, sotto la doccia. Oikawa si era ripromesso di non durare così poco, ma decide di aver resistito abbastanza, e schizza nella mano di Tobio con un gemito lungo e sollevato.
Il tempo di riprendersi e Oikawa si rende conto di non aver fatto assaggiare a Tobio il sapore del suo sperma. Decide di dover rimediare.
Così infila subito la lingua nella sua bocca e Tobio la succhia prontamente, come se gli avesse letto nel pensiero. Oikawa glielo lascia fare per tutto il tempo che vuole, gli occhi chiusi mentre una strana sensazione di euforia ubriaca mista a calma interiore si fa strada dentro di lui, investendolo completamente.
Quando Tobio si stacca da lui si guardano senza parlare, finché Tobio non si fa coraggioso e, da che teneva le mani sulle spalle di Oikawa, le sposta per circondarle con le braccia, chiudendo gli occhi e appoggiando la fronte alla sua. Restano così per un po’, prima che Tobio riapra gli occhi. Oikawa si apre in un sorriso disteso e largo.
“Lo rifacciamo?”
Il sorrisetto furbo e innocente allo stesso di Kageyama si allarga sul suo viso, e Oikawa giura che potrebbe toccare il cielo con un dito.
Poi Kageyama lo bacia di nuovo e lo spinge giù, abbassandosi con lui.
Oikawa se ne sta in piedi con le mani in tasca al centro dell’ingresso, ad osservare Kageyama infilarsi le scarpe e la giacca con cui è arrivato il giorno prima. È domenica mattina, e il sole illumina la casa di luce tenue.
“Sei proprio lento anche a vestirti, Tobio-chan” lo stuzzica. “Per fortuna non sei così anche in campo, altrimenti non avresti mai passato le selezioni!”
La voce di Oikawa è tagliente, come sempre, ma non c'è vera cattiveria. Solo il solito fastidio misto a un lieve disagio che cerca di nascondere dietro battute sagaci.
La verità è che non sa bene come comportarsi, ora. Quella notte, le cose sono sfuggite di mano più di quanto avesse previsto, e anche se non se ne pente, il pensiero di doverlo affrontare adesso lo mette a disagio. Non tanto per ciò che hanno fatto, ma perché non sa come gestire Tobio e quella sua innocenza sconcia. Non sa come gestire la consapevolezza che sono compagni di squadra, cazzo.
Kageyama non risponde, ma non è una novità – non ha spiccicato parola da quando quella mattina si sono svegliati l’uno schiacciato contro l’altro con due allegre erezioni mattutine e hanno finito per farsi una sega a vicenda. Si sistema con gesti meccanici, senza mai riuscire a guardare Oikawa negli occhi. Le sue guance sono ancora rosse, come se non avesse smesso di arrossire da quando ha messo piede in casa del maggiore. Oikawa sospira e gli si avvicina con un sorriso disinteressato.
“Allora, Tobio-chan,” dice, “pronto ad affrontare il giorno dopo questa notte scandalosa?”
Kageyama sbatte le palpebre, palesemente a disagio. È un po’ troppo per lui, Oikawa lo sa. Non riesce a reggere il gioco. Evidentemente sta ancora processando le ultime trentasei ore o giù di lì. C’è un momento di silenzio imbarazzante tra di loro, prima che Oikawa decida di spezzarlo con la sua solita sfrontatezza. Annulla la distanza fra loro e gli sistema i capelli, ignorando il sussulto di Tobio al suo contatto.
“Torna pure quando vuoi, eh. E porta ancora i compiti. Così magari ripetiamo qualche… lezione”
La battuta cade a metà strada tra il serio e il faceto, ma serve a rompere la tensione.
Kageyama annuisce, il volto rigido, mentre Oikawa fa un cenno con la testa verso la porta. Non lo ammetterà mai apertamente, ma quella goffaggine è adorabile. Persino il modo in cui Tobio si sta imbarazzando lo diverte, sebbene senta una leggera fitta nel petto, che si ostina a ignorare. Non è niente, continua a ripetersi. Niente di importate.
Quando Kageyama è sulla soglia, Oikawa lo guarda per un lungo istante, un sorriso ironico stampato in faccia.
“Allora, a domani” ribadisce Tobio con voce esitante, guardando Oikawa per un attimo prima di voltarsi e chiudersi la porta alle spalle.
Oikawa resta lì, fermo, con le mani nelle tasche del pigiama, fissando la porta chiusa. Poi, però, i passi che aveva sentito allontanarsi fino a un momento prima ritornano. Kageyama bussa. Avrà dimenticato qualcosa.
Oikawa gli apre. Si guardano per cinque secondi senza fiatare, prima che Kageyama lo afferri per i lembi del pigiama, si alzi sulle punte dei piedi e gli stampi un bacio veloce sulle labbra. Oikawa sgrana gli occhi a tal punto che le sue sopracciglia sfiorano l’attaccatura dei capelli.
Ma non ha neanche il tempo di rispondere: Kageyama è già corso via.
