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Language:
Italiano
Series:
Part 1 of Mors tua, Vita mea
Stats:
Published:
2021-05-11
Updated:
2026-05-01
Words:
114,591
Chapters:
18/20
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26
Kudos:
17
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4
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695

Come i Ratti nelle Fogne

Summary:

Quando hai sedici anni, spesso sembra che i sentieri da percorrere siano già tracciati. A Bertholdt pare di essere impotente di fronte al destino che è stato assegnato a lui e ai suoi amici, incapace di reagire al momento necessario per sovvertire quella cattiva sorte di cui sono vittime. La Morte è l’unica amica che conosce e lo segue lungo il percorso della crescita. A sedici anni, quasi diciassette, Bertholdt non sa, però, che è nei momenti bui che la luce appare più luminosa e questo lo incoraggerà a recidere il filo rosso su cui è inciso il suo nome.

Chapter 1: Glas Wen

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

 

Chi decide che un uomo deve vivere e un altro deve morire? 

La mia vita non valeva più della sua, ma è lui quello sepolto, adesso, mentre io posso ancora godermi qualche ora sulla terra. 

È stato solo un caso, una crudele fatalità, o c’è forse uno scopo, un disegno dietro tutto questo, che noi non siamo in grado di decifrare
 
- Inheritance, Christofer Paolini 

 

 

 

Alaska, luogo imprecisato. Anno 2018. 

 

Bertolt, svegliati. È tardi, dobbiamo andare.  

La voce di Reiner vorrebbe aggiungere qualcos’altro, tuttavia, poco prima che Bertolt possa udirne la prima lettera, un boato inghiotte qualsiasi suono non sia prodotto da lui. In lontananza, simile ad un sussurro, coglie un pianto che non appartiene a un bambino, bensì a un uomo che implora la grazia di Dio. Sente la pelle congelarsi lì dove percepisce l’acqua – da quanto in qua l’acqua ha il sapore della benzina e del ferro? – bagnargli la tempia destra e il labbro superiore, la schiena dolorante – eppure giura di essersi addormentato nella sua branda, non sul pavimento scomodo come le altre volte – è attraversata da fitte di dolore quando prova ad adagiarsi su di essa, tuttavia nulla di questi segnali sembra che lo turbi, anzi: sottovoce supplica Reiner di lasciarlo dormire ancora cinque minuti.  
 
Anche se non gli viene concesso il permesso, Bertolt si appropria comunque di quel lasso di tempo, di cui necessita per riprendersi dal torpore venefico di cui è preda. Ogni centimetro di epidermide formicola, le palpebre sono pesanti, sebbene riesca a sollevarle quel che basta per distinguere le ombre sul pavimento, e la gola secca gli ricorda che dovrebbe dissetarsi. Nelle orecchie un ronzio sordo non ne vuole sapere di tacere, eppure quel testardo ancora resiste a questi piccoli fastidi che tentano di ostacolargli il sonno, tanto è abituato ai dispetti che gli amici più stretti mettevano in atto per svegliarlo. Quant’è passato da allora? Non lo ricorda.  

Nemmeno questo serve a scuoterlo. Inspira dalle narici tutta l’aria che può, speranzoso di bearsi della fragranza di caffè che ogni mattina gli invade camera, pizzicandogli piacevolmente l’olfatto e dandogli la spinta necessaria per poggiare i piedi per terra la mattina.  

A differenza delle due aspettative, non è quella la dolce fragranza che lo smuove, bensì un tanfo di legno bruciato che niente ha a che vedere con la routine cui s’era abituato.  

Batte le palpebre una, due, tre volte, cerca di dissipare velocemente le tenebre che gli offuscano la vista, poi, man mano che i ricordi tornano a galla, si presenta dinanzi una sensazione inaspettata, con cui ha avuto la sfortuna d’incontrarsi poche volte nella vita: la Consapevolezza. 

La consapevolezza di trovarsi all’Inferno. 

 


 

Settembre, un anno prima. Chicago, Illinois.  

 

«Bertolt, svegliati. È tardi, dobbiamo andare.»  

Bertolt percepisce una mano sulla spalla, che tenta di scuoterla con leggerezza. 

«Annie è già sotto. Sbrighiamoci.»  

È l’unico ammonimento che l’altro gli dà, sebbene sia scevro da qualsivoglia sfumatura di rimprovero. Senza insistere, sente i passi dell’altro che si allontanano. 

Bertolt solleva le palpebre appena in tempo per vedere la schiena di Reiner sparire nel corridoio, lasciandolo da solo a confrontarsi con il freddo che porta il mattino, così fastidioso e poco accogliente rispetto al torpore delle coperte. Si lascia sfuggire qualche sbadiglio lungo il tragitto dal letto al bagno, però nessuna protesta osa lasciare la punta della sua lingua. Sarebbe inutile, ne è consapevole, per questo da bravo burattino qual è obbedisce e si veste in fretta e furia per raggiungere il compagno.  

Del resto, se fosse in grado di difendere i suoi diritti, avrebbe troncato da un paio d’anni il crudele ciclo di menzogne a cui sia lui che Reiner sono obbligati a sottoporsi, come inutili bestie tenute in catene da un padrone poco magnanimo.  

Anche Bertolt si sentirà disumano.  

 


 

 «Siete in ritardo.»  

«Lo sappiamo.»  

Reiner lascia che l’occhiataccia gli scivoli addosso, come gocce su di un impermeabile, e le rivolge un’altrettanta espressione corrucciata. 

La bocca di Annie è nascosta da una sciarpa di lana, ma bastano soltanto le fessure a cui ha ridotto gli occhi per intimorire Bertolt. Non perché la ritenga brutta, tuttavia l’indifferenza con cui s’approccia a chiunque lo mette in soggezione e, in minima parte, le invidia quell’abilità. Vorrebbe anestetizzare ogni suo sentimento, invece, man mano che la ruota ricomincia a girare, sente il cuore dilaniato da atroci fitte.  

L’ennesimo muto rimprovero dell’amica lo costringe a distogliere lo sguardo trasognato di cui, ogni tanto, le fa dono e per cancellare dagli amici ogni pensiero inopportuno, si premura di vomitare i suoi soliti sensi di colpa.  

«Scusa. È colpa mia» rivela Bertolt, ma nessuno rigira il coltello nella piaga. 

Grotteschi come un circo ambulante di bassa categoria, i tre si avviano, annunciati al resto dei passanti dallo scalpitio dei passi sul marciapiede bagnato.  

Le nuvole torbide impediscono il passaggio anche al più sottile raggio di luce, dipingendo con tinte fosche e opache il mattino, che sembra sia uscito dalla scenografia di un film di Tim Burton.  Nessuno dei tre spiccica parola, in parte irrequieti a causa del maltempo, in parte perché questo fa parte del copione che presto dovranno inscenare.  

Passo dopo passo, come d’accordo, è Annie la prima a rallentare, poi a cambiare strada e trasformarsi gradualmente in un’estranea. Ogni anno mettono in atto questo angoscioso spettacolo, in cui Bertolt e Reiner si costringono a dimenticare quale sia il cognome dell'amica, quali siano le sue abitudini, cosa la faccia irritare, oppure cosa la faccia tirare su di morale. Per lui è un po’ più difficile, infatti, prima d’imboccare l’angolo della strada, torce il collo a mo’ di gufo per stamparsi in mente ogni dettaglio di lei. Non sa quando potrà rivederla ancora e l’ignoranza gli stritola il cuore in una morsa ferrea.  

Il secondo passo lo compie Reiner. Appena varca il cancello dell’istituto, sul suo volto nasce gradualmente un sorriso, ma non uno di quelli falsi irritanti, anzi: trasuda allegria da ogni poro della pelle e a volte, mentre lo osserva, a Bertolt pare che un’altra persona abbia calzato il corpo dell’amico. E come ogni anno, puntuale al pari di un orologio svizzero, comincia la sua routine di battutine a Jean, di pacche sulla schiena di Connie, di elogi a Christa e di battibecchi con Ymir. L’aura che emana irradia qualsiasi essere ne venga a contatto, sia a gesti che a parole Reiner cerca d’essere quella spalla su cui piangere che tutti desiderano, senza che nessuno dubiti della falsità che cela dietro una maschera accuratamente costruita. 
 
Diventa sempre più soffocante vivere e rivivere quelle scene, ma a Bertolt tremano le ginocchia al solo pensiero di opporsi.  

Quest’anno, sebbene le apparenze ingannino, qualcosa è cambiato, ma iniziano ad accorgersene soltanto quando, una volta ritornati da scuola, si ritrovano sulla soglia di casa un volto familiare. Un volto che farebbero a meno di vedere, date le brutte novelle che di solito porta con sé.  

Yelena è impalata davanti l’ingresso, in posizione di riposo con le braccia dietro la schiena, il che suggerisce d’essere lì da parecchio tempo. La sua espressione è serafica, coi suoi occhioni scuri li scruta senza dire nulla, ha solo un angolo della bocca sollevato come a volerli rabbonire, ma il risultato è solo quello di metterli a disagio. Infatti Bertolt non la saluta, ma nemmeno esprime il suo astio: si rifugia dietro l’amico e si limita a tenere il capo basso. 

«Ciao, Yelena.»  

È Reiner a farsi avanti, fingendosi ignaro di ciò che rappresenta la presenza di lei lì, e fa tintinnare le chiavi mentre cerca quella giusta per aprire il portone di casa. Lei si mette in disparte, accenna un sorriso ambiguo che le storce le labbra, e si sporca la voce con una falsa premura.  

«Buon pomeriggio, ragazzi.»  

La casa è così in ordine che sembra appena uscita da una pubblicità dell’Ikea, sebbene di anni quell’abitazione ne abbia il doppio di quanto sembri. 

Nessuno dei due ha bisogno di fare gli onori di casa: Yelena, munita di una bella faccia tosta, si accomoda sul divano del soggiorno, ritta con la schiena e con le mani adagiate sulle cosce.  

«Bertl, gradirei volentieri un tè.»  

Gli sguardi di Reiner e Bertolt si toccano un istante, il tempo di un accenno di capo da parte del primo, che promette all’altro di non farsi trovare con una pallottola in mezzo agli occhi. Bertolt gli crede poco, ma si defila lo stesso in cucina per eseguire l’ordine impartitogli.  

«Siete cresciuti parecchio. Quanti anni avete adesso? Diciassette? Diciotto?» 

«Bertolt quasi diciassette, io diciotto. Brava, hai indovinato.»  

La donna annuisce, accavalla la gamba, intreccia le dita sul ginocchio più in alto, e scuote la testa. Un’espressione rammaricata le corruccia il volto.  

«Voi ragazzi crescete così in fretta...»  

«Perché sei qui?»  

Il tono di Reiner è più brusco di quanto voglia, ma la calma esagitata e la lentezza con cui quella parla indisporrebbero chiunque. I palmi gli pizzicano come se fosse preda di una reazione allergica, li gratta di tanto in tanto, ma senza trovare davvero sollievo. La verità è che non prova prurito, ma solo tanta voglia di sbattere Yelena fuori da casa sua e meglio se con le cattive. Sono le circostanze a frenarlo.  

«Quanta fretta, Rei... È così che tratti un’amica che non vedi da tanto tempo?»  

Reiner non replica, né distoglie l’attenzione da lei quando sente provenire lo schianto di qualche vetro caduto dalla cucina. Prega solo che Bertolt non abbia distrutto gli ultimi piatti rimasti, perché una ramanzina da parte della madre vorrebbe essere l’ultimo dei suoi problemi – e ha ben altro di cui preoccuparsi in questo momento.  

«Non vuoi controllare? Potrebbe essersi fatto male.»  

Yelena lo tenta con quel consiglio e Reiner per un momento vorrebbe davvero alzarsi, correre verso la cucina e accertarsi che tutto vada bene. Ce l’ha stampato a caratteri cubitali sul viso che vuole farlo, tuttavia, di fronte lei, il ragazzo si trattiene e non si schioda dal posto. Sa che anche un dettaglio simile può peggiorare la situazione in cui si trova. 

«Sta bene. Non è uno sprovveduto.»  

Sussurra e a conferma delle sue parole l’amico appare sulla soglia della cucina, tra le mani stringe un vassoio e, anche se non dicono nulla, entrambi notano che alcune delle dita di Bertolt ora sono fasciate da alcuni cerotti. Lasciate le tazzine e il resto sul tavolinetto basso che li separa, il ragazzo si siede accanto al compagno e tace. Discuteranno dopo di cosa sia successo.  

«Non ne volete, voi?» 

«No. Siamo a posto così.»  

Yelena non sembra appagata dalla risposta, infatti si volta in direzione del ragazzo più alto e soffia sulla tazzina, poi con un’artificiosa apprensione gli chiede: 

«E tu, Bertl? Non ne vuoi un po’?»  
 
Il ragazzo s’immobilizza per qualche secondo, già qualche goccia di sudore gli scivola giù dalle tempie. Confortato dalla presenza di Reiner, tuttavia, riesce a buttar fuori qualche parola mentre scrolla le spalle per dissentire. 

«No.»  

Bertolt non capisce perché la donna sorride come se fosse la reazione che s’è programmata di vedere, ma nel dubbio evita di esporre questo suo dubbio all’altro tramite occhiate, cenni di capo o altri gesti che lei possa interpretare con facilità. La sua è una scelta ponderata, dato che, come lei stessa ha ammesso, li conosce da quando erano dei marmocchi che puzzavano materno, quindi sa leggere i loro stati d’animo anche attraverso il loro modo di battere le ciglia.  

Il silenzio cala come una coltre soffocante sui presenti e, prima che venga interrotto dal trafficare di Yelena con la sua valigetta, Reiner e Bertolt si ritrovano ad annaspare in una marea di interrogativi che non dà loro tregua. Al contrario di ciò che pensano, le mille domande da cui sono sommersi non vengono soddisfatte quando la donna mostra loro il contenuto della valigia, anzi, si quadruplicano fino a martellare senza interruzione all’interno della scatola cranica.  

«Conoscete questo ragazzo?»  

Yelena in qualche secondo aveva tappezzato la superficie del tavolo con una cinquantina di istantanee, neanche fosse il frutto di un profumato shooting fotografico da parte del malcapitato che è stato ritratto dall’obiettivo.  

Il pomo d’Adamo di entrambi i ragazzi ha un singulto ben evidente, ma, se il più grande si sporge in avanti e apre le labbra tremanti per parlare, il secondo invece stritola senza alcun pudore la stoffa dei pantaloni. 

«Sì. È un compagno di classe di Bertolt. Il suo nome è Eren Jaeger. Madre deceduta, padre scomparso. Si vocifera che sia morto. Ha una sorella adottiva, Mikasa Ackerman.»  

«Promosso a pieni voti, Braun! Meriteresti una A più, dico davvero.»  

L’ironia che stilla dalle parole della donna non toccano Reiner, che annuisce con il capo per accogliere quel finto complimento. Fingersi accondiscendente è una pratica che esula dalle sue attività preferite, ma se lo fa andare bene per trarre maggiori vantaggi in futuro.  

«A Zeke interessa. Dice che è un campione interessante, quindi per il momento fatevelo amico. Non so, coinvolgetelo nelle vostre attività quotidiane, dategli un po’ di erba, insomma: compratelo. Voi siete suoi coetanei, sapete meglio di me come attirarlo. Poi, quando sarete diventati abbastanza intimi, presentatecelo.»  

Il volto di Yelena ora è percorso da un sorriso che mette in mostra tutti e trentadue i denti, mentre gli occhi ebano, sbarratissimi, luccicano di una luce sinistra, che intimorisce persino Reiner, di solito impassibile dinanzi questi soggetti ambigui.  

L’interlocutrice, dopo che ha terminato di informarli, estrae una bustina di plastica dalla fantomatica valigetta e lo deposita sulle fotografie. È un piccolo incoraggiamento per la “missione”.  

«Questa è per voi.»  

Poi, con nonchalance, appoggia accanto ad essa un sacchetto di iuta grande quanto la sua testa.  

«Questa è da vendere entro i prossimi 15 giorni. Mi raccomando, passerò a fine mese per riscuotere il pagamento e tante, tantissime buone notizie!» 

La minaccia che contengono quelle parole è velatissima, ma tutti e due la recepiscono forte e chiaro, come se Yelena gliela stesse gridando nelle orecchie con tutto il fiato che ha in corpo. Ella preferisce far parlare i fatti ed entrambi sanno a cosa si va incontro se si fallisce, o peggio, se si disobbedisce. Infatti, come cuccioli fedeli, sia Reiner che Bertolt annuiscono per dar segno di aver ricevuto sia il messaggio letterale che quello metaforico. Soltanto allora la donna si alza e si dirige verso la porta d’ingresso, sgomberando la stanza dalla sua opprimente presenza.  

 

«Ci vediamo, ragazzi.» 

 


 

Appena il rombo del motore dell’auto ruggisce e man mano che si allontana sfuma, i due amici osano muoversi dalle loro posizioni. Il primo ad avere una qualsiasi reazione è Reiner, che con un pugno ben assestato rischia di frantumare la superficie del tavolinetto. Si sente un leggero crepitio, seguito da una crepa grigia che si dirama lungo il vetro nero.  

Il secondo è Bertolt, il cui corpo comincia ad essere percorso da spasmi che è incapace di controllare. L’altro deve abbassargli la cerniera della felpa, sfilarla via, prendere il giornale più vicino e sventolarglielo davanti al volto affinché si calmi.  

«Perché proprio lui?» sibila di rimando ai continui “Ci sono io, Bertl. Non preoccuparti” di cui si riempie la bocca Reiner. Di tanto in tanto quello deve pure asciugargli le lacrime con il dorso della mano, perché è diventato un pezzo di legno incapace di muoversi, tanto gli si sono irrigiditi i muscoli.  

«Troverò una soluzione.»  

È l’ultima frase che proferisce Reiner, sopraffatto quanto l’altro dalla disperazione (le mani che tremano, gli occhi lucidi e la rabbia che gli torce ogni singolo nervo sono segnali evidenti di un imminente crollo emotivo anche da parte sua). Entrambi sanno che mente.  

 

Durante quell’estate, prima che la scuola cominciasse a importunarli con la sua ciclicità opprimente, Reiner e Bertolt hanno fatto uno strappo alla regola di cui oggigiorno non si pentono minimamente, sebbene li abbia indirizzati su una strada da cui non si può fare più ritorno. Annie li odia per quello, difatti, se l’indifferenza con cui li approccia prima era una finta abitudine, adesso è diventata l’arma più sincera con cui possa sviscerarli. Alle domande insistenti di Porco sul perché abbiano commesso un errore dopo l’altro, in occasione di quelle fatidiche vacanze estive, loro rispondono con la stessa e identica frase:  

“Volevamo assaggiare la normalità.” 

Notes:

Voi ora vi chiederete: che è ‘sta roba qui? Questo è l’inizio di un progetto a cui stavo lavorando da due anni, ma che per forza di cose ho concluso solo adesso. È nata come prima Long, però l’ho accantonata perché volevo che mostrasse il suo intero potenziale e ci ho plottato su così tanto, che alla fine questa storia ha due sequel, due spin-off e una raccolta di missing moments. Il successivo sequel e la raccolta li scriverò, ma gli spin-off e l’ultimo sequel non credo proprio, quindi siete avvisati (magari tra qualche decennio, ma non ci giurerei... quindi lasciate ogni speranza o voi che entrate)! Dato che sono emotivamente affezionata a questa storia, ho deciso di non toccare questo primo capitolo. Probabilmente noterete il grossissimo cambiamento di stile (e onestamente non so se mi piaceva più questo o quello che ho ora), oltre che a qualche incongruenza nella storia, ma non avevo cuore di toccarlo, perché ho ricominciato a scrivere, dopo mesi passata a credere di non saperlo fare, grazie a questa fanfiction e ai personaggi di AOT.  

Allora... Siccome è una fanfiction particolare, che tocca parecchi temi delicati, inserirò gli appositi avvertimenti prima di ogni capitolo (qualora ve ne fossero). Alcuni li dovrò postare a ‘metà’, perché violano il regolamento di EFP (capirete perché), ma potrete leggerli ‘per intero’ su AO3 (nelle note di inizio capitolo inserirò il link diretto, così non dovrete cercarlo da soli).  

Inoltre, vi avviso di una cosa. La fanfiction è già plottata e la maggior parte dei capitoli sono completi, tuttavia, siccome ogni capitolo viene revisionato per la seconda o terza volta prima della pubblicazione (e vorrei pure scrivere i miei altri progetti nel frattempo), dividerò la fanfiction in due parti. In che senso? Nel senso che arrivato al capitolo 10 (dato che in totale sono 20), mi prenderò una pausa di qualche mese (due/tre), così finisco questa storia + ne inizio un’altra (a voi questa parte magari non interessa, ma siccome non mi piace lasciare le cose a metà e alcuni neanche le iniziano le fic se sanno che non saranno complete, è per farvi sapere che NON sarà lasciata nell’oblio questa fic). 

Ah! Stavolta, ogni capitolo ha come titolo una parola intraducibile, che riassumerà, più o meno, il significato degli avvenimenti. Sì, potevo evitarmi un lavoraccio mettendo titoli in italiano, ma mi sono divertita un sacco a cercare le parole straniere (sarà una deformazione professionale)! 

La parola di oggi è: 

Glas Wen (gallese): significa “sorriso blu”, il sorriso di una persona quando è sarcastica o sta prendendo in giro qualcuno. 

Non posso che augurarvi un buon proseguimento di lettura e lasciarvi un Colossale abbraccio! 

Luschek