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Akaashi aveva sempre avuto i propri rituali per ritrovare la calma dopo una discussione. E di solito tali rituali includevano il cercare Bokuto, ovunque si trovasse, e passere del tempo con lui. Al liceo era sempre stato semplice, ma ora che frequentava il secondo anno di università non sempre riusciva a far coincidere il proprio tempo libero con il suo e doveva affidarsi ad altri metodi. Ne aveva diversi, ma uno dei suoi preferiti consisteva nel rintanarsi in una delle vecchie librerie dell’usato di Jinbōchō.
Quei posti avevano sempre avuto un effetto calmante su di lui. Aveva passato le ultime ore a girare tra diversi negozi, ma solo nell'ultimo aveva deciso di comprare qualcosa. Prese i tre piccoli libri appena acquistati per pochi yen e uscì fuori, salutando il cassiere che ormai lo conosceva bene.
Le vie di Jinbōchō sembravano più belle e luminose del solito con quel sottile strato di neve che ricopriva i marciapiedi. Akaashi avrebbe voluto restare lì finchè non fosse tramontato il sole, magari rifugiandosi in un bar e cominciando a leggere uno dei nuovi libri. Tuttavia sapeva che sarebbe stato meglio non rincasare troppo tardi. Anche se frequentava l’università i suoi genitori avevano insistito perché restasse a vivere a casa. Non ne era felice, ma l’idea di mettersi a discutere lo metteva molto più a disagio. Emise un lieve sospiro, prendendo in mano il telefono controllando l’ora.
Potrei prendere la Toei... Pensò, mentre controllava gli orari della metro. Prendo la Toei fino a Shinjuku. Poi cambio con la Marunouchi... Pensare alla confusione che avrebbe trovato alla stazione di Shinjuku tuttavia gli fece storcere il naso. No, meglio la Hanzomon.
Mentre rimuginava su cosa gli convenisse fare, non si accorse di un ragazzo che l’aveva riconosciuto da lontano e che stava venendo verso di lui a gradi passi.
“Kasshee!”
Akaashi vide Bokuto apparire dal nulla e in una frazione di secondo di ritrovò stretto in un abbraccio e sollevato di poco da terra.
“Buongiorno, Bokuto-san.”
“Kaash, ormai stiamo insieme da tre anni, e non sono nemmeno più il tuo senpai. Ti prego, smettila con gli onorifici!” Si lamentò, mentre lo rimetteva giù.
Lui annuì accondiscendente anche se sapeva che sarebbe stata dura perdere un abitudine del genere.
“Come hai fatto a sapere dov’ero?” Chiese incuriosito. In effetti non aveva detto a nessuno dove andava.
“Beh, ero a casa con Kuroo oggi, e c’era anche Kenma. Mi ha detto che vi siete scritti prima e che eri molto nervoso per una discussione che avevi avuto con i tuoi genitori. Mi sono ricordato che quando hai brutti pensieri ti piace comprare libri e l’altro giorno hai parlato di questo posto perciò...” Bokuto spalancò le braccia, come per indicare l’ovvio “Sono venuto subito qui. Questo quartiere è microscopico, ti ho trovato praticamente subito.”
“Davvero?” Chiese Akaashi, mascherando con la solita bravura il fatto che fosse sinceramente commosso dal suo gesto “Quanto ci hai messo?”
“Beh, tecnicamente solo un’ora.”
“Bokuto-san, francamente, un’ora non è poco. Anzi, considerando che Jinbōchō può essere ridotto, alla fine, a solo un paio di stade, direi che ci hai messo parecchio.”
“A-kaa-shii!” Si lamentò, calcando bene le sillabe del suo cognome. “È che mi sono fermato al konbini! Altrimenti ti avrei trovato prima. Aspetta, ti ho preso un paio di cose.”
Bokuto sollevò il sacchetto di platica che teneva in mano “Ti ho preso un po’ di onigiri, che so che ti risollevano sempre il morale. Oggi ho trovato anche quelli al nattō, anche se sinceramente non so come tu faccia a mangiare quella roba. Ho preso anche il caffè che ti piace, e qualche dolce. Possiamo andare a mangiare da me se vuoi.”
Akaashi non seppe cosa rispondere. Non era mai stato bravo ad esprimere le proprie emozioni. Anche in quel momento, con un’espressione estremamente stoica, si limitò a scagliarsi contro Bokuto e stringerlo in un forte abbraccio.
“Grazie.”
“Figurati.” Ridacchiò Bokuto abbracciandolo a sua volta e trascinandolo verso la fermata della metro.
“A Kuroo-san non darà fastidio?”
“Nah, non preoccuparti. Credo dovesse uscire con Kenma sta sera.”
Akaashi annuì. Scesero i gradini e si avviarono verso il binario opposto rispetto a quello che avrebbe riportato Akaashi verso casa sua. Cercarono di allontanarsi il più possibile dalle altre persone, in modo da non dare nell’occhio se si fossero tenuti per mano.
Mentre aspettavano il treno, poggiati al muro piastrellato, Bokuto non riuscì più a tenere a freno la curiosità “Come mai hai discusso con i tuoi?”
Akaashi si strinse nelle spalle.
“Ecco...” non sapeva bene come dirlo.
Bokuto si accorse subito che l'espressione del suo ragazzo si era fatta molto più cupa.
“Mi hanno chiesto di nuovo di partecipare a quegli incontri prematrimoniali. Sono determinati a farmi sposare il prima possibile.”
“Kaash, mi dispiace. Ma non è tipo... la milionesima volta che te lo chiedono?”
“Sì, infatti. È solo che questa volta è stato... diverso.”
“In che senso?”
Bokuto sembrò quasi spaventato a quella frase e Akaashi non poté far altro che abbassare la testa. “È che questa volta per poco non gli ho detto di sì.”
“Ma... non l’hai fatto vero?”
“No, certo che no.”
Akaashi quasi non ci credette quando sentì Bokuto sospirare sollevato.
“Menomale.”
Akaashi ridusse gli occhi a due fessure “Bokuto-san. Hai sentito cosa ho detto? Ho rischiato di dirgli che andava bene. Che mi organizzassero un matrimonio combinato. Mi hanno portato così allo stremo che, solo per farli stare zitti, avrei detto di sì. O meglio...” Akaashi sviò di nuovo lo sguardo “Non l’avrei fatto. So che non l’avrei fatto davvero. Ma la cosa è che... solo per un secondo, ho preso davvero in considerazione l’idea. Me ne vergogno così tanto.”
“Perché te ne vergogni, Kassh?” Bokuto spalancò gli occhi incredulo a quella confessione.
Akaashi non rispose subito. L’autoparlante intanto annunciò l’arrivo del treno, ma nessuno dei due sembrò sentirlo.
“È durato solo un istante, ma a un certo punto, mi sono davvero arreso al fatto che ce l’avessero vinta. Non volevo più sentire discussioni, non volevo più che dicessero che li stavo deludendo. Volevo solo che la smettessero. E per un attimo, ho visto il mio futuro con una donna scelta a caso e mi sono rassegnato all’idea. Per un attimo, ho davvero pensato di andare da loro e dire che mi andava bene.”
Akaashi si passò stancamente una mano sul viso e tirò la frangia indietro “Mi dispiace. Non appena mi sono reso conto di cosa avevo pensato sono corso via. Mi sono allontanato più velocemente che potevo e ho cercato di non pensarci più. Ma mi dispiace così tanto, Bokuto. Io non volevo prendere davvero in considerazione quell’idea. Mi dispiace per averlo anche solo pensato.”
Vedere l'espressione così angosciata di Akaashi fece stringere il cuore a Bokuto.
“Kaashe, tu sei sempre stato troppo cattivo con te stesso.” Rispose subito lui, senza esitazione.
“Non è vero.”
“Lo è. È normale che tu pensi a tutte le opzioni che hai. Analizzi sempre le situazioni in cui ti trovi, non puoi punirti per questo.”
“Mmh.” Akaashi sembrò pensarci su. Parve abbastanza convinto di quelle parole e questo bastò a rendere Bokuto soddisfatto.
“Bokuto-san, a volte riesce ancora a sorprendermi il fatto che tu mi capisca così bene.”
Lui lo avvolse in un mezzo abbraccio e lo tirò verso di sé “Lo stesso vale per te, Kassh. Nessuno mi capisce come te.”
Akaashi nascose un sorriso a quelle parole. Tuttavia, il senso di inquietudine faticava comunque ad andarsene.
“Ora ho solo paura di tornare a casa e di ricadere di nuovo in quei pensieri. E tra qualche giorno arriveranno anche i parenti per il Capodanno e sono sicuro che l’unico argomento di discussione sarà il perché io a vent'anni non abbia ancora una fidanzata.” Disse sospirando stancamente.
Avrebbe davvero voluto crogiolarsi nell’abbraccio di Bokuto e magari reclamare qualche bacio, ma finché sarebbero stati in pubblico non avrebbe avuto il coraggio di farlo. Si guardò intorno, giusto per vedere quante persone ci fossero e si rese conto con stupore che fossero rimasti soli sul binario.
“Bokuto-san. Abbiamo perso il treno.”
“Che? È già passato? Non me ne sono ne anche accorto.” Esclamò passandosi le mani tra i capelli.
“Già.” Akaashi non sembrò particolarmente sconvolto. Il treno gli era semplicemente passato davanti agli occhi e lui era stato troppo preso dai suoi pensieri per accorgersene. Non era esattamente la prima volta che succedeva.
Approfittando del fatto di essere rimasti soli, Bokuto lo attirò a sé, passandogli una mano tra i riccioli scuri e baciandogli la tempia.
“Kaashi, vieni da me a Capodanno.”
Lui non processò subito quelle parole. Si giro, pochi istanti dopo con aria confusa “Eh?”
Sapeva che Bokuto avesse l’usanza di festeggiare sempre il primo dell'anno in famiglia. Di sicuro non si aspettava un invito del genere, per lui sarebbe stato come entrare in un posto a cui non appartenesse.
“Vieni a casa mia, Kaash! Mia mamma è sempre felice di vederti, e lo sai che anche le mie sorelle ti adorano!”
“Bokuto-san, io non_” Sviò lo sguardo, prima che il suo viso cominciasse a diventare rosso.
“Ormai sei di famiglia, scommetto che ti divertirai un casino. Ogni anno andiamo al tempio a mezzanotte, l’hai mai fatto?”
Lui scosse la testa.
“Oddio, Kaash, ti piacerà tantissimo. Nel tempio dove andiamo di solito appendono sempre queste lanterne colorate fighissime, e poi è pieno di bambini con quelle bacchette, quelle che se le accendi fanno tipo le stelline, sai? E poi si esprimono i desideri e tutte quelle cose… Oh! E io e le mie sorelle indossiamo i kimono invernali, il mio è così figo, Kaashi, devi vederlo. Se non sbaglio mia mamma ne ha comprato uno anche per te…”
Akaashi non poté far altro che annuire e cercare di non commuoversi a quelle parole. Riusciva a immaginarlo. La notte di Capodanno passata con la famiglia di Bokuto, sotto le luci del tempio e tra le persone che esprimono felici i loro desideri per l’anno nuovo.
Ai suoi genitori non era mai importato particolarmente di seguire le tradizioni durante le feste, si limitavano a invitare i parenti per una cena. Akaashi aveva passato gran parte dei suoi Capodanni in camera sua, a guardare il countdown sul suo telefono per poi andare a dormire. Si sentiva sinceramente emozionato all’idea di poterlo festeggiare per bene questa volta, e di potersi divertire sul serio. Sospirò contento, lasciandosi andare tra le braccia di Bokuto. Si separarono controvoglia solo quando sul binario iniziarono ad arrivare altre persone.
Il treno arrivò pochi minuti più tardi e li portò vicino all’appartamento che Bokuto divideva con Kuroo. Camminarono lungo la strada a mattonelle rosse, sotto le decorazioni natalizie e le insegne ai led, fino ad arrivare alla zona residenziale, molto più anonima. Quando Akaashi fu certo che non ci fosse nessuno in giro, prese la sua mano e poggiò la testa sulla sua spalla, facendo fermare entrambi “Vorrei davvero non doverci più pensare. Al matrimonio, dico. Il solo pensare all’idea di sposarmi con qualcuno che non sia tu mi fa stare male.”
Non si rese subito conto di cosa lasciassero intendere quelle parole, ma non fece in tempo a cambiare discorso che Bokuto rispose senza neanche pensarci.
“Allora sposiamoci, Kaash!”
In quel momento Akaashi non seppe se guardarlo con la sua solita aria esasperata o scoppiare a ridere.
L’impulso sarebbe stato quello di ricordare a Bokuto che ci fossero diverse ragioni per il quale non avrebbero potuto sposarsi. Il fatto di essere entrambi uomini, il fatto che avessero a malapena vent’anni e che fossero praticamente senza soldi. Vedere la sua espressione così sinceramente speranzosa però, glie lo fece sembrare, in qualche modo, possibile. Forse tra qualche anno.
“In effetti… Sarebbe un bel desiderio da esprimere a Capodanno, Bokuto-san.”
